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Foster Wallace su Federer

Questo articolo è uscito sulla Stampa il 19 settembre.

di Andrea Cortellessa

Nell’estate del 2006 David Foster Wallace – l’ormai 44enne divino fanciullo della letteratura mondiale, che il tennis lo ha praticato a livelli discreti e ne ha già scritto più volte – visita il museo di Wimbledon. Alla fine della rassegna delle racchette, dal 1877 ai giorni nostri, s’imbatte in un una scritta che spiega come l’evoluzione dei materiali abbia «trasformato totalmente il carattere del gioco. Oggigiorno è il picchiatore potente che domina con pesanti topspin. I giocatori serve-and-volley e quelli che si affidano al tocco sono praticamente scomparsi». Sono dedicate a confutare questa diagnosi catastrofica le cinquanta auree paginette di Roger Federer come esperienza religiosa (che di lì a poco, in occasione degli U.S. Open, DFW consegnerà a «Play», il magazine sportivo del New York Times, e che oggi, di nuovo in coincidenza degli U.S. Open, ci vengono offerte da un polito libretto Casagrande nella bella traduzione di Matteo Campagnoli, pp. 56, € 8.50).
Come si può – protesta DFW – prestare credito a questo cupio dissolvi che commina la decadenza del Tennis a catena di montaggio della brutalità? Anche quest’Isola Armoniosa deve ridursi alla miseria dei tempi? Deve alzare bandiera bianca quest’insieme di ritmo e grazia, energia e immaginazione, potenza dei gesti e fosforescenza dello spirito? Quest’arte del corpo che è insomma, nel mondo volgare e prevedibile dello sport-spettacolo, l’equivalente della poesia? Com’è possibile, quando dominatore incontrastato è un ragazzo svizzero che di tutto ciò rappresenta la smentita vivente?
Da tempo classiche, le pagine in cui DFW descrive movimenti e colpi di Roger Federer («Mozart e i Metallica allo stesso tempo») sono in tutto degne della grande tradizione dell’ekphrasis: quella in cui appunto i poeti si sfidano a tradurre in parole le immagini degli artisti. E non tradisce il titolo a effetto questa straordinaria orazione, od omelia, sulla «bellezza cinetica» che consente di «riconciliarsi con il fatto di avere un corpo». Il segreto di Federer, sostiene scientifico DFW, è nel senso cinestetico, cioè l’equilibrio psicomotorio col quale controlla «il corpo e le sue estensioni artificiali». Il segreto di Federer, sostiene metafisico (per la precisione gnostico) DFW, è essere «una creatura dal corpo che è insieme di carne e, in qualche modo, di luce».
Il passo in cui viene letta la tavola crucciosa che decreta la fine del Tennis come arte riscrive il settimo capitolo di Moby Dick, del grande progenitore Herman Melville: Ismaele, alla vigilia dell’imbarco sul Pequod, nella cappella di Nantucket vede «certe lapidette di marmo, coi bordi neri», che ammoniscono sulla potenza del mare e dei suoi mostri. Per poi ascoltare la grande orazione di padre Maple: che ripetendo la lezione dell’Ulisse dantesco esorta i balenieri a mantenere alta, nonostante tutto, la loro insegna di uomini (nel film di John Huston questa orazion picciola la diceva Orson Welles).
Ma habent sua fata libelli: poche volte come questa ha senso l’espressione ironia della sorte. Sono da allora passati solo quattro anni, infatti, e Federer da tempo ha imboccato il viale del tramonto (da ultimo, nei giorni scorsi a New York, sfiancato dal picchiatore serbo Nole Djokovic prima che potesse consegnarsi all’ascia rituale del super-picchiatore spagnolo Rafa Nadal). E, giusto due anni fa, lo scintillante Wunderkind della letteratura inopinatamente metteva fine ai suoi giorni («in fin dei conti», suonava una delle meravigliose note al suo testo, «è il nostro corpo che muore»). Foster Wallace è l’Ismaele che si è trovato faccia a faccia col Nume Oscuro ma, a differenza di quello di Melville, non è sopravvissuto per raccontarcelo. Per questo, colpevolmente, lo si legge ora con molta maggiore passione di quando era in vita. Allo stesso modo, mentre il Federer sovrano del 2006 lo si ammirava senza amarlo, oggi si segue con trepidazione quello che su queste pagine Stefano Semeraro ha definito il suo «lungo addio». C’è una voluttà indicibile, si sa, nell’attestarsi sulle posizioni dell’Impero alla fine della Decadenza.
Secondo uno degli ètimi proposti per la parola «Tennis» essa deriverebbe da «tenez!», l’espressione con cui nell’antico gioco della paume si accompagnava il gesto del servizio. Cioè, più o meno, «prendi questa!». Ma a me piace associarla al «tenere» della nostra lingua. In uno dei racconti di Tu, sanguinosa infanzia (libretto davvero aureo del ’97 l’anno scorso ristampato sotto silenzio da Einaudi), Michele Mari si ritrae attaccato, sanguinosamente appunto, agli emblemi dell’infanzia che la rovina del tempo gli sottrae: «ciò che hai amato anche solo un attimo, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…». Sono convinto che su questa espressione, cinque anni dopo, abbia modellato la sua – a buon titolo più celebre – Francesco Saverio Borrelli: «resistere, resistere, resistere». Ma dentro, ora, non faccio che ripetermi: tenere, tenere, tenere…

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Un commento a “Foster Wallace su Federer”
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  1. […] Nella letteratura tennistica Foster Wallace ha introdotto (prima che nel celebrato ritratto di Roger Federer, nel Tennis come esperienza religiosa, nelle strepitose pagine su un carneade ATP dal cognome ingombrante, Michael Joyce, in Tennis, tv, […]



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