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Fra le pagine chiare e le pagine scure. “Rimmel” di Francesco De Gregori

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Pubblichiamo, ringraziando casa editrice e autore, un estratto dal libro Romantic Italia (minimum fax), di Giulia Cavaliere: un racconto della canzone italiana che va da Domenico Modugno ai Baustelle, includendo artisti diversi come Piero Ciampi e Antonello Venditti. Questa sera al Monk di Roma, alle ore 19, l’autrice presenterà il libro con Niccolò Fabi.

di Giulia Cavaliere

È il 1975 quando Francesco De Gregori fa di testa sua, si chiude segretamente nello studio meno moderno della RCA e dà vita a Rimmel. È il suo quarto album in studio e segna l’inizio della seconda rivoluzione romantica della storia della canzone italiana, rivoluzione più specifica ma analoga nella portata a quella innescata quasi vent’anni prima da Domenico Modugno.

Data ormai per acquisita una canzone libera dalla retorica obsoleta e da un approccio innocuo, capace dunque di un più profondo viaggio all’interno del linguaggio e delle emozioni, i tempi sono maturi per una nuova poetica e persino per una destrutturazione semantica. Non tutti sono d’accordo, non tutti sono pronti.

Dalle colonne di Linus, Giaime Pintor stronca l’album in «De Gregori non è Nobel, è Rimmel», un pezzo dal titolo rimasto epico – nella minima epica della critica musicale italiana, intendo. Luigi Manconi, con lo pseudonimo di Simone Dessì, prende invece le difese del disco che canonizzerà un modo nuovo di usare la parola in musica, ne individua acutamente gli snodi poetici essenziali e, soprattutto, la profonda portata nel trasformare la poetica della canzone romantica. Se Giaime «le canzonette non mi sono mai piaciute» Pintor finisce col considerare il testo di «Rimmel» un miscuglio poco riuscito di metafore inefficaci e vano ermetismo, un discorso più vicino ai Baci Perugina che a Guido Gozzano, Dessì-Manconi rivendica il diritto della parola lirica e narrativa di scindersi dalla rigidità semantica che la lega al concetto e anzi sancisce la necessità che essa ha di esser piegata, sino a diventare puro suono o persino istante di nonsense.

De Gregori della sua parola fa quel che desidera, smuove e mescola le acque del linguaggio. Soprattutto gioca, fin dagli esordi, coltivando con se stesso e con l’ascoltatore il piacere del verso che sfugge, che si posa in uno spazio riparato da un’interpretazione troppo rigida e aggressiva.

Questa innovazione contribuisce alla nascita di una nuova sensibilità nella canzone italiana, come vediamo già nella title track: un racconto che comincia in medias res dell’amore che finisce, con l’addio, il ricordo negli oggetti, nelle fotografie. «Rimmel» è un trucco dietro cui si cela il volto di una canzone romantica affrancata dai Sessanta, con un romanticismo che nel disco si declina non solo, come in passato, nella storia d’amore ma anche in un’inedita «inclusività», propria del nuovo decennio, che porta l’ideale, la politica e la lotta all’interno della canzone senza rinunciare però all’emozione privata.

La nuova canzone di De Gregori è dunque emblema dell’incontro tra privato e pubblico, tra lotta sentimentale e lotta politica. È il manifesto giovanile di chi non vuole rinunciare alla forma migliore del sentimentalismo profondo, italiano, tanto culturale quanto «istintivo», ma è allo stesso tempo proiettato verso il senso collettivo dell’amore, quello di chi vuole cambiare le cose per tutti. In qualche modo, l’amore di De Gregori è un amore più completo, generoso e multiforme, perché inserito nella società e non relegato alla sola intimità. «Rimmel» racconta l’abbandono, la rabbia e la malinconia del ricordo, è un testo ricco di immagini vivide e straordinarie, incatenate l’una all’altra eppure indipendenti, capaci di riprodurre ognuna una singola memoria.

La canzone ricorda, nella struttura, un mazzo di carte, e non a caso le carte ricorrono più volte nel testo, a partire da «come quando fuori pioveva / e tu mi domandavi» che richiama il «come quando fuori piove» usato per ricordarsi l’ordine dei semi (cuori, quadri, fiori, picche), e poi nei versi del ritornello «ancora i tuoi quattro assi / bada bene di un colore solo» e ancora, all’inizio, quando «chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente / ma uno zingaro è un trucco». Quel che sembra volerci dire De Gregori è che l’amore è un trucco – proprio come il rimmel sugli occhi della ragazza – e come quello nascosto nei giochi di carte e nelle previsioni di uno zingaro. Un trucco con cui talvolta si vince e talvolta si perde, un gioco a carte false, un gioco di speranze spesso disattese: è il gioco del mondo.

Insomma, con l’arrivo di Francesco De Gregori, qui al suo primo grande successo, sulla piazza principale della canzone italiana, il testo inizia a concedersi con più coraggio la possibilità di sfuggirci, e ci regala il prodigio di non trovare risposte ma domande nuove.

Commenti
3 Commenti a “Fra le pagine chiare e le pagine scure. “Rimmel” di Francesco De Gregori”
  1. sergio falcone scrive:

    Di Francesco De Gregori, salverei Alice non lo sa, del 1973 e l’omonimo del 1974. Poi ha cambiato il tono della voce e non m’e’ più piaciuto.

  2. Teresa Capello scrive:

    ( Furbotta… ) nell’articolo non citi, o Giulia, il grandissimo invito del grande Princeps Francesco D.G. “Vai in Africa Celestino”…

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  1. 100% - ATBV scrive:

    […] ma la canzone pop è qualcosa che amplifica te». E mi piace quindi segnalarvi un’anticipazione del libro che è stata recentemente pubblicata sul web (è una bella storia della canzone Rimmel, […]



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