max_7533-1

La grande narrazione del calcio

max_7533-1

Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Di lei si sapeva che fosse una preziosa linguista, una editor e una sceneggiatrice. Ora sarà noto a tutti che Francesca Serafini è anche una grande tifosa e appassionata. Di calcio. Il suo nuovo libro – Di calcio non si parla, pubblicato da Bompiani – dichiara quella passione e un amore. Amore non soltanto per il suo attuale oggetto di scrittura – il calcio – ma anche e anzi prima ancora (chissà se pure in senso cronologico) per la scrittura in sé, per le parole e la loro intima necessità di stare in relazione, ovvero farsi sintassi, incanto e seduzione: ciò che le vere narrazioni sanno produrre.

La stessa cosa accadeva con Questo è il punto (Laterza 2012) nonostante fosse, almeno sulla carta, un prontuario di punteggiatura. Anche quest’ultimo libro, “almeno sulla carta”, dovrebbe parlare di un tema tecnico e specialistico, eppure qui il calcio si rivela, più che un oggetto di riflessione, e con più libertà di quanto permettesse la punteggiatura, un generatore di narrazioni, attinte indifferentemente alle cronache storico-sportive e ai ricordi d’infanzia, secondo la sola legge della fascinazione. Ma non solo. Il libro può benissimo essere preso come un saggio filosofico – non è un’esagerazione – breve e multistrato: sul calcio, sulla funzione sociale del calcio («è lo spettacolo che ha sostituito il teatro» dichiara l’autrice citando Pasolini), sul mito italico del calcio, sul tifo, sul linguaggio del calcio e sul calcio…

Serafini ammette di aver usato «il campo di calcio come un palinsesto» (nel senso etimologico del termine). Così: un palinsesto. Non un pretesto. Il pallone è sempre protagonista, anche se si presta a una gran varietà di digressioni: sull’uso in politica delle metafore calcistiche, dunque dirette soprattutto agli uomini; sulla politica che, letta attraverso il calcio, appare spaventosamente e di colpo più comprensibile; sul cinema (tanto Sorrentino); sulla tv; sulle serie, capaci di far incontrare, rinnovandoli, il cinema e la tv; sulla letteratura; sulla linguistica ecc.

C’è un giocoso isomorfismo tra la sintassi di Serafini e la struttura del suo libro, tra l’uso inarrestabile degli incisi (non raramente anche di incisi a grappolo) e l’abbondanza di digressioni, da cui la «promiscuità programmatica» della sua prosa (capace di far stare sulla stessa pagina Erodoto e Qui Quo Qua). A sua volta la prosa – perspicua, fiera, calma e insieme guizzante – riflette la postura dell’autrice, il suo atteggiamento, che è morale: non moralistico (ad esempio parlando di doping e corruzione); e il suo tono, che semmai è nostalgico, ma mai nostalgistico.

Per chiudere, l’idea. O, più che l’idea, la proposta del libro. Bisognerebbe – leggiamo – inserire il calcio tra «le forme della grande narrazione di tutti i tempi». Ora, se il calcio sia o no una vera narrazione, lo deciderà il lettore; ma una cosa va senz’altro detta: Francesca Serafini è una vera narratrice, capace di gettare subito in situazione il lettore con le prime quattro pagine, di tifare sempre AS Roma senza mai dare la sensazione di star leggendo un discorso per soli romanisti, e di dedicare al padre un libro senza trasformarlo in una questione privata, ma anzi ariosa, magica, condivisibile

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
Commenti
7 Commenti a “La grande narrazione del calcio”
  1. andre scrive:

    cheppalle. vietarlo, si dovrebbe, questo sport di e per mentecatti.

  2. Andrea Cirolla scrive:

    Gentile (si fa per dire) Andre, che dire? Posso solo consigliarle di nuovo la lettura del libro di Francesca Serafini, che tra le altre cose è anche un buona propedeutica all’arte del ragionamento e dell’argomentazione.

  3. zil scrive:

    Visto questo video? Le azioni che hanno fatto la storia del calcio riprodotte in stop motion con l’aiuto dei Lego! http://www.focus.it/cultura/i-momenti-piu-belli-del-calcio-ricostruiti-con-i-lego_29052013_7844_C12.aspx

  4. Umberto scrive:

    Andre non avrebbe utilizzato un linguaggio proprio gentile, ma nella sostanza credo che abbia ragione. sappiamo benissimo, abbiamo tutti gli strumenti, i testi e le possibilità per documentarci e approfondire questo aspetto, che il calcio rappresenta l’anestetico sociale principale, così come sappiamo che il teatro non abbia questa stessa funzione e non ne vedo quindi alcun rapporto evidente. E’ assolutamente demenziale parlare di calcio, così come rappresenta una perversione (diffusissima tra l’altro e di cui il sottoscritto non è alieno) seguirlo. Il calcio (inteso non nei propri principi, bensì nella trasformazione sociale che ha subito/attivato) è la principale causa del ritiro nella propria pace domestica. Non credo che sia da sottovalutare questo aspetto, e se qualcuno si esprime rabbiosamente cerco di capirlo e non di correggerlo.

  5. Andrea Cirolla scrive:

    Umberto, non è proprio in virtù del possesso («abbiamo», scrive lei) de «i testi e le possibilità per documentarci e approfondire questo aspetto» che può scrivere che è demenziale parlare parlare di calcio? Sono demenziali anche i testi ai quali si riferisce oppure si tratta di una bibliografia immune dalla demenza e oltre la quale non è più permesso dire altro? Quali sono i «propri principi» del calcio? E, infine, cosa pensa del meccanismo secondo il quale le idiosincrasie sono trasformate, dal soggetto che le esprime, in ordini di dovere sociale?
    P.S. Visto che parla di chi «si esprime rabbiosamente», riporto qui l’attributo che il vocabolario accosta alla rabbia: infettiva. Cioè, la rabbia chiama rabbia; e convinto che sia un sentimento molto perspicuo di per sé, non sono d’accordo con ciò che dice, ovvero che sia da capire: quand’è propria è bene farla sbollire, quand’è degli altri è bene starne alla larga.

  6. Umberto scrive:

    Ma che sarà mai un po’ di rabbia e intolleranza verso il calcio, ce ne fossero un milione così e vivremmo in una società migliore. Comunque, gentile Andrea Cirolla, ma perchè porsi con un atteggiamento così agonistico? Il mio punto di vista non alcuna intenzione di avviare una polemica personale, ma è finalizzata a specificare un tema che sicuramente il libro della Serafini avrà a sua maniera affrontato. Avendo poi letto il precedente libro sulla punteggiatura, sono certamente incuriosito. Buonasera

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] di un bellissimo libro di Francesca Serafini (uscito quest’anno per Bompiani; ne ho parlato qui). Però di calcio si scrive e si legge. Uno che ne ha scritto in un libro di cui non s’è detto […]



Aggiungi un commento