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La vita, l’amore e la famiglia secondo Richard Yates

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Il 3 febbraio 1926 nasceva Richard Yates. Pubblichiamo la prefazione di Francesco Longo a Sotto una buona stella (minimum fax). (Fonte immagine)

Granate che esplodono e porte che sbattono. Le pagine di Sotto una buona stella sono lacerate da due guerre. Quella combattuta dal giovane soldato americano Robert Prentice, che salpa dagli Stati Uniti per l’Europa, dove la seconda guerra mondiale è ormai quasi al tramonto, e quella che vede in trincea la madre di Robert, Alice Prentice, in perenne guerra con l’esistenza. Richard Yates le combatté entrambe: si arruolò nell’esercito e sbarcò in Europa, e patì i traumi privati dovuti prima al divorzio dei genitori – aveva solo tre anni – e poi alla crisi e al divorzio con la prima moglie. Questi dolori furono le porte da cui entrò la corrente gelida della tristezza che lo investì per il resto dei suoi giorni, e la sua vita divenne tanto amara che per mandarla giù servirono sempre moltissimi drink. L’unico vero analgesico fu la scrittura.

Convinta di avere un talento artistico di scultrice – proprio come Dookie, la madre di Yates – sempre povera, con una vasta collezione di delusioni, animata da una frustrazione che alimenta in lei una disperata vitalità, Alice Prentice inanella un fallimento dopo l’altro, come artista, come madre, come donna. Si separa dall’unico uomo che l’amava davvero – il marito – e vive affaticata e dolente, cambiando molte case, alla ricerca di un luogo che la accolga, di qualcuno che riconosca il suo valore, in attesa che il figlio torni definitivamente da lei, rivolgendole magari uno sguardo fiero.

Il romanzo uscì nel 1969, anno di Bullet Park di John Cheever e di Lamento di Portnoy di Philip Roth, otto anni dopo quel terremoto letterario che era stato il suo Revolutionary Road. I due territori di guerra in cui è ambientato Sotto una buona stella sono tenuti ben separati dal narratore, che alterna il racconto della vita di Robert sul fronte a quello della madre. Questa dualità della trama è stata registrata anche da Zadie Smith, secondo la quale il romanzo sarebbe infatti «come Colazione da Tiffany mescolato a Niente di nuovo sul fronte occidentale».

La prima volta che nella narrativa di Yates i lettori incontrano il protagonista di questo romanzo, Bob Prentice, risale però a qualche anno prima rispetto al 1969, precisamente in un racconto contenuto nella raccolta Undici solitudini, del 1962. Nel racconto che chiudeva quel volume, «Costruttori» – insolitamente narrato in prima persona – Bob Prentice lavora nella redazione finanziaria della United Press (così come capitò a Yates) e sogna di fare lo scrittore à la Hemingway: «Hemingway non era forse andato e tornato dal fronte prima dei vent’anni? Ebbene, anch’io. Nel mio caso, lo ammetto, non c’erano state né ferite né medaglie al valore, ma il fatto sostanziale c’era». Come quel «primo Bob», anche Yates era stato in guerra, senza riceverne nessuna gloria, e per anni provò la carriera di scrittore, con le tipiche sabbie mobili che si incontrano nel cammino di questa vocazione.

In «Costruttori» viene ingaggiato da un tassista per scrivere dei racconti come ghost writer (lavoro che tenne occupato anche Yates prima di diventare Yates). Ma come sempre accade quando uno dei suoi personaggi coltiva dei desideri, gli ostacoli corrono a sbarrare tutte le strade. Così il Bob che si incontra in Undici solitudini, una volta licenziato, ammette: «abbandonai del tutto quel che era rimasto della mia idea di costruirmi la vita prendendo a modello quella di Hemingway». Yates invece non abbandonò quel sogno. Anzi, sette anni dopo tornerà a mettere in scena proprio Robert Prentice, all’ombra della madre. In quegli anni però aveva preso le giuste distanze dal suo alter ego ed era dunque pronto a passare alla terza persona per scrivere Sotto una buona stella.

Sarebbe utile, una volta, comporre una storia del realismo nella letteratura americana attraverso le urla delle coppie che litigano, le mani ferme sulle maniglie, le mani che tremano al punto da non riuscire a versare da bere, il suono degli sportelli sbattuti, lo scoppio dei pianti pomeridiani, i pianti dei bambini, i silenzi notturni, cioè una storia letteraria che fosse orientata da questa domanda: cos’è il realismo americano se non la somma delle manovre per mettere in tasca qualche dollaro, le lettere di licenziamento, la cenere dei mozziconi, i caratteri irritabili, l’infelicità smaltita ai banconi dei locali, le insoddisfacenti feste dai vicini di casa, i genitori che investono i figli delle loro speranze quando queste ormai dentro di loro sono soltanto frutta marcia?

Tutti questi suoni, certe frasi che escono ruvide, alcune tendenze psicologiche e un esaurimento emotivo che attraversa le classi agiate e le classi medie e spacca in due le metropoli e le province costituiscono un percorso del realismo che potrebbe partire da Sherwood Anderson o Stephen Crane e proseguire lungo autostrade dritte e vuote, tra motel e pompe di benzina, per arrivare fino alle coppie scariche e con gli occhi vuoti di Raymond Carver, fino agli orari dei treni attesi dai personaggi di John Cheever e alle giornate interminabili passate nei sobborghi a bere, con le finestre aperte in attesa che arrivi l’estate e passioni indicibili che bruciano nelle viscere di mariti e mogli. Questa storia del realismo scoprirebbe forse che il baricentro di tutto ciò è esattamente la scrittura e lo sguardo di Richard Yates.

Nato nel 1926, fu in grado di ascoltare e assorbire tutti gli scricchiolii delle relazioni di coppia raccontati dal suo mito Francis Scott Fitzgerald – anche se nell’età del jazz questi cigolii sinistri erano ovattati da molta euforia – e fu capace di dar vita a un universo letterario così vivido e aspro che sarebbe stato in grado di corrompere gli scrittori delle generazioni future. Una volta letti i suoi racconti e i suoi romanzi molti giovani autori si sarebbero trovati instradati su quella pista che li avrebbe portati dritti fino al minimalismo.

Il Prologo di Sotto una buona stella è ambientato nel 1944. Robert usa l’ultima licenza per andare a casa della madre per salutarla prima di imbarcarsi e combattere in Europa. Si aprono così subito le tende sul realismo: «L’intimità sciatta di quel luogo, pieno di cenere di sigaretta e mobili sbilenchi, zoppicanti sotto le luci deboli, pareva stranissima dopo la simmetria tirata a lucido della caserma». Yates ha davanti centinaia di pagine in cui avrà tutto il tempo e la luce giusta per scolpire Alice, ma intanto madre e figlio escono a cena: «Sto abbastanza bene per uscire con un bel soldato?», dice lei, e mentre sgranocchia crocchette di pollo inonda il figlio di chiacchiere infinite al punto che lui non la ascolta più; Yates intanto si affretta a presentarla ai lettori: «Inerme e delicata, minuta e stanca e ansiosa di piacere, gli stava chiedendo di convenire che la sua vita non era un fallimento». Il divorzio dal marito George Prentice – ottuso, banale e «puzzolente di gin» – avviene guarda caso quando il piccolo Bob ha tre anni (ma i genitori di Yates non erano già in scena in Revolutionary Road?). Dopo la separazione dal marito inizia l’odissea di Alice.

Prima porta il figlio a Parigi, poi torna in America, vanno nel Connecticut, si trasferiscono nel Greenwich Village, si spostano alla periferia di Westchester (luogo che sarà scelto e celebrato proprio da John Cheever): il trasloco è infinito e si snoda in «una sequela di appartamenti in città sempre più a buon mercato». Non c’è pace né un posto dove vivere sereni per Alice e per Robert. Ma saranno davvero le grandi aspirazioni e i sogni ad occhi aperti a rendere infelici? Sembra di sì, a leggere Yates. Alice desidera diventare un’artista famosa e questa febbre per l’arte prende le dinamiche dell’idolatria biblica: le promette tutto, le chiede in cambio la vita stessa, e non le dà nulla indietro. Yates mostra con crudeltà un bivio: si può aderire al modello di vita medio americano oppure perseguire una eventuale missione artistica. Lei sceglie la seconda: «nel garage aveva statue invece di una macchina».

Lo scollamento tra arte e vita genera una scissione dentro Alice, che vive accecata e preferisce nutrirsi di minestra e sardine piuttosto che ammettere di non avere talento. Robert la osserva: «Continuava a sperare di tornare a casa e trovarla intenta a comportarsi come avrebbe dovuto, secondo lui: un’umile vedova che, piena di gratitudine, cucinava carne e patate per il suo stanco figliolo». Invece ogni sera è tramortito dallo sconforto, nel vedere che la scissione si fa abisso: «lei non parlava d’altro che dei contatti che certamente sarebbe riuscita a procurarsi nel mondo della moda, e delle fortune ancora da guadagnare grazie alle mostre personali se soltanto fosse riuscita a ritirare le sue sculture dal deposito, mentre il cibo in scatola bruciava sul fornello».

Ma se nella cecità di Alice possono esserci momenti di visione – al punto da mettersi a cercare un lavoro vero – Yates non conosce pietà e non si distrae mai, e si spinge al punto da farle trovare lavoro proprio in una fabbrica che produce manichini. Il manichino è la feroce parodia della scultura, il suo contrappasso, la versione standardizzata e anonima di un corpo scolpito a mano al solo scopo di produrre bellezza. Alice passa dunque dal sogno dell’arte come miracolo di unicità alla molteplicità del prodotto di consumo, percorrendo così al contrario quella strada che seguirà decenni dopo Klara Sax, l’artista scultrice di Underworld di Don DeLillo che, partendo da oggetti tutti uguali come le fusoliere degli aerei di guerra abbandonati nel deserto, le decorerà cancellando la loro natura scialba e indistinta per renderli oggetti artistici.

La divisione tra le guerre contro eserciti reali e quelle innescate dai propri miraggi, la dicotomia tra minestre e illusioni, tra progetti fumosi e debiti, innerva col tempo tutto il romanzo, dalla suddivisione della trama in capitoli distinti, ai temi affrontati, su e giù dalla struttura alla superficie. Ogni cosa individua il suo contrario e tutto il mondo si scompone, allineandosi in schiere di opposti, in file inconciliabili: da una parte le illusioni, la città di New York, le bugie con se stessi, i cocktail, l’ambizione della scultura; mentre dall’altra parte si dispongono la realtà con i suoi debiti economici, l’asfissiante vita in provincia, l’accettazione della verità, il cibo in scatola che bolle sui fornelli, i manichini.

Che si legga Revolutionary Road, Easter Parade, Una buona scuola, Sotto una buona stella o uno qualsiasi degli altri libri di Yates, i personaggi non vivono mai la vita che vorrebbero, e presto si è spinti a dedurne che non sia la malvagità dell’esistenza a logorarli ma che siano invece schiacciati essenzialmente dal peso dei loro sogni e dall’ambizione. Fatto sta che la durata della felicità è sempre quella di un attimo (quante volte nella sua letteratura ci si imbatte nella frase «ma non durò a lungo»?). Appena qualcosa sembra andare bene, e i corteggiamenti galoppano e gli amanti riescono a comunicare, inizia l’attesa che l’idillio vada in pezzi. Appena una coppia si sposa, il lettore deve mettere mano al conto alla rovescia in attesa del primo «ma».

Nel racconto «Una ragazza naturale» (in Bugiardi e innamorati) passano sei righe da «si sposarono un anno e mezzo dopo» fino a «ma presto David cominciò ad angustiarsi». Nel racconto «Partecipare alla corsa» (sempre in Bugiardi e innamorati) passa una riga sola: «Nel giro di un anno erano marito e moglie e due anni dopo avevano una figlia; ma presto tutto andò a rotoli». Questi sono i fatti e le tempistiche. Quanto alle motivazioni della deflagrazione delle coppie, le ragioni sono molte e varie, ma forse la voce di Yates ci parla attraverso quella di una certa Susan: «“Non c’è un perché”, rispose lei. “Non si smette di amare per un motivo, così come non si ama per un motivo. Non lo capiscono quasi tutte le persone intelligenti questo?”» Benvenuti all’inferno.

Qualora non bastassero i propri abbagli a far sbandare e poi sbattere uno contro l’altro i suoi personaggi, non manca chi accorre a sfilare la gioia altrui: «La sai una cosa, Warren?», dice Christine nel racconto «Bugiardi e innamorati» che dà il titolo alla raccolta. «Ogni volta che ho voluto qualcosa me l’hanno portato via. Per tutta la vita. Quando avevo undici anni volevo una bicicletta più di ogni altra cosa al mondo, e alla fine mio padre me la comprò. Certo, era solo una bici di seconda mano da due soldi, ma a me piaceva tanto. E poi, quella stessa estate, lui si arrabbiò con me e volle punirmi per qualcosa – non so più nemmeno per cosa – e me la portò via. Non l’ho più rivista».

Se Bob Prentice compariva già anni prima di Sotto una buona stella, molti anni dopo si incontrerà ancora la madre di Bob, Alice, sebbene sotto altri nomi. Una nuova madre-scultrice compare infatti in Una buona scuola del 1978. Il libro si apre con una Introduzione in cui parla un narratore in prima persona (probabilmente il protagonista della vicenda, William Grove) che descrive una madre «sciocca e irresponsabile» e che «parlava troppo». Assomiglia molto ad Alice: «l’arte della scultura e l’idea dell’aristocrazia l’avevano sempre attratta in ugual misura, e così, dopo il divorzio, diventò una scultrice che desiderava ardentemente l’ammirazione dei ricchi e la possibilità di entrare nelle loro vite». L’esito delle aspettative? «Le sue ambizioni, tanto quelle artistiche quanto quelle sociali, vennero sempre frustrate, spesso anche in maniera umiliante». Passano altri tre anni.

Nel 1981, in un racconto pubblicato nella raccolta Bugiardi e innamorati, intitolato «Oh, Giuseppe, sono stanca», ecco comparire un’altra madre-scultrice, una nuova incarnazione di Alice: «come scultrice non era molto brava», dice il figlio che narra la storia. «Aveva cominciato solo da tre anni, dopo la fine del matrimonio con mio padre». Con Alice condivide le stesse speranze di grandezza sganciate da un riscontro con il reale: «si era fatta l’idea che presto sarebbe stata scoperta da una moltitudine di ricchi, tutti ruffiani e aristocratici, impazienti di decorare i loro giardini all’inglese con le sue sculture». Una ulteriore manifestazione di Alice, e sempre con l’obiettivo di fare la scultrice, compare anche in «Saluti a casa». Il figlio, Bill Grove, è un altro ragazzo uscito dall’esercito e licenziato dalla United Press. Anche lui scrive e corregge testi per una pubblicazione aziendale seppure coltivando altri progetti (sarebbe più preciso dire: sempre lo stesso progetto): «avevo intenzione di diventare uno scrittore». La madre si mantiene con gli alimenti del divorzio da quando Bill è piccolo, e, coincidenza, ha lavorato «in una di quelle fabbriche dove si producono manichini per i grandi magazzini». Ma secondo il figlio quel lavoro non è adatto a una donna che «si era sempre considerata una scultrice». Sfratti, chiacchiere torrenziali, alcol: dal 1969 al 1981 dunque Alice è un fantasma che si aggira tra le pagine di Yates. L’unico modo per staccarsi dalla madre è seguire le orme di Hemingway – ancora lui – e decidere di partire per l’Europa: «ragioni vere e proprie non ce n’erano. In parte quel desiderio era dovuto alla leggenda di Hemingway e a quella di Joyce; un altro motivo era che volevo mettere cinquemila chilometri tra me e mia madre». Con l’ipotesi di un distacco definitivo tra madre e figlio si ritorna così indietro fino a Sotto una buona stella e in particolare a ciò che si legge nell’Epilogo.

Yates carica tutto il testo di Sotto una buona stella per arrivare alle pagine finali, strazianti, colme di emozione e dolore, dove il congegno a orologeria che ha preparato per centinaia di pagine scatta alla perfezione. Il libro infatti segue le vicende di Bob tra i soldati, Bob che si ammala di polmonite (durante il servizio militare Yates prese la tubercolosi), Bob che scrive lettere o fa amicizia con i commilitoni. Accanto a queste pagine, scorre la vita di Alice, gli uomini che sembrano amarla poi l’abbandonano, le dolcezze con la sorella Eva finiscono in litigate, gli hotel dove soggiorna devono essere lasciati. Alla fine di tutto, nell’Epilogo vengono rivelate delle verità legate al marito che gettano una nuova luce sul senso di tutta la vicenda.

L’impressione che siano due le guerre che si combattono in Sotto una buona stella è illusoria: si combatte un’unica guerra. L’attività dello scultore e la guerra militare sono due metafore complementari per raccontare una stessa verità sull’essere umano. La scultura è la metafora ideale per indicare il vizio che tarla tutto l’esercito dei personaggi di Yates: sono tutti convinti di poter dare forma al mondo e alla loro esistenza, imbevuti dell’illusione di poter plasmare la realtà secondo i loro programmi, e questo infinito dare colpi, incidere e piegare ciò che li circonda per modellarlo sui loro progetti non fa che consumarli, sfibrarli, debilitarli, condannarli all’infelicità. Dalla guerra militare tornano sconfitti anche i vincitori.

Non sono pochi i personaggi di Yates a tornare dal fronte addirittura delusi; lo stesso Robert arriva nel vecchio continente quando ormai il conflitto mondiale è quasi finito e patisce l’impossibilità di realizzare qualcosa di epico. La guerra raccontata da Yates non assegna mai medaglie, non genera eroi, è, come la vita dei suoi personaggi, combattuta a vuoto, è una corsa sul posto, una vite spanata che non tiene nulla. Nel racconto di Undici solitudini intitolato «Il mitragliere» il protagonista arriva a puntare l’arma contro «il petto di molti prigionieri tedeschi appena catturati, ma quanto a sparare, l’occasione gli si era presentata solo due volte, e a vaghe ombre più che a uomini; in entrambi i casi non aveva colpito un bel nulla, anzi la seconda volta era stato gentilmente ammonito a non sprecare munizioni». Con la vita e con i nemici il destino è fare sempre cilecca.

Di tutti i disperati, gli emarginati, gli squattrinati disgraziati che popolano la narrativa di Yates, il protagonista di Disturbo della quiete pubblica (romanzo del 1975) è forse uno dei più miserabili. John Wilder vive perennemente sull’orlo dell’esaurimento nervoso, qualche volta supera quella linea e sconfina nel delirio, grida, implora, e le fitte di delusione gli serrano le mascelle. Tra una crisi depressiva e un’altra – viene anche rinchiuso, curato e rilasciato – mostra di essere affratellato con tutti gli altri personaggi yatesiani, a volte, anzi, sembra di riconoscere nel suo volto i tratti del padre di questa immensa famiglia di sciagurati. Chi è Wilder? Chi rappresenta? In che modo prende su di sé tutte le debolezze dei protagonisti che compaiono nelle altre storie? Arrivato macerato alla fine della sua vicenda, convinto di aver fatto qualcosa di molto grave, allucinato, privo di lucidità ma forse con un ultimo barlume di coscienza si ferma per strada, alza la cornetta di un telefono, e quando sente rispondere il centralino tira fuori la definizione più azzeccata che si potrebbe dare dei personaggi che ha creato Richard Yates: «Mi chiamo John C. Wilder e sono soltanto un uomo, capisce? Sono soltanto un uomo…»

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
4 Commenti a “La vita, l’amore e la famiglia secondo Richard Yates”
  1. Carmine Spadaro scrive:

    Mi sembra un libro troppo depressivo per i miei gusti. Basta come vanno le cose….

  2. giuseppe scrive:

    ……..e Yates era uno scrittore, soltanto uno scrittore, ma di quanti lo si può dire?
    grazie per il bellissimo articolo!

  3. Jacopo scrive:

    Grazie, ci voleva nonostante.

  4. Mariateresa scrive:

    Grande Yates! Revolutionary road il miglior romanzo sul falso mito della coppia!

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