salinger

The Ketchup in Rye

L’eremita J.D Salinger amava gli hamburger di Burger King, girava l’America in pullman e seguiva il tennis in televisione. Frequentava cene, teatri, gallerie d’arte, e chiese. La leggendaria figura dello scrittore isolato e misantropo costruita intorno alla sua reclusione va dunque rivista: la sua vita era molto meno protetta e schiva di come la si è sempre immaginata. A rivelarlo è il contenuto di cinquanta lettere e di quattro cartoline che Salinger scrisse ad un suo amico inglese, Donald Hartog, tra il 1986 e il 2002.
In queste lettere, Salinger racconta la sua vita privata, le sue abitudini e le sue piccole passioni. L’autore del Giovane Holden non viveva soltanto rinchiuso a Cornish, ma saliva beatamente sui pullman e scorrazzava per l’America. Amava particolarmente andare alle cascate del Niagara e al Grand Canyon, due luoghi metafisici, vertiginosi e tendenti al sublime, oppure andava sull’isola di Nantucke, a sud di Cape Cod. Altrettanto da intenditore, è la scelta degli hamburger di Burger King che confrontava, facendoli vincere, con le polpette proposte dalla altre catene di fast-food. Neanche il silenzio ovattato dalla neve del New Hampshire in cui lo immaginiamo, corrisponde alla realtà. J.D. Salinger aveva una passione per i “tre Tenori”, Placido Domingo, Josè Carreras e Luciano Pavarotti.

Il carteggio è stato donato all’University of East Anglia (Inghilterra) proprio dagli eredi di Donal Hartog, l’amico che Salinger aveva conosciuto a Vienna nel lontano 1937 quando entrambi erano lì per imparare il tedesco. Il profilo umano che esce da questi squarci di quotidianità restituisce un carattere con molte più sfumature e più conflitti di quello monodimensionale a cui si è sempre stati soliti pensare. Alla luce di queste lettere, infatti, Salinger appare un uomo socievole, curioso, amante della cultura e dell’aria aperta, un uomo che partecipava alla vita della sua epoca. Raccontò a Hartog di aver seguito con interesse il processo di OJ Simpson e di aver seguito con speranza il processo di riforme che Gorbaciov mise in atto in Unione Sovietica. Commentò (freddamente) le elezioni presidenziali di George Bush, e addirittura si espresse su alcune serie televisive.

Sapendo che Salinger non voleva che fossero conservate le sue lettere, Hartog le bruciava e lo comunicava a Salinger sapendo di farlo contento. Alla morte di Hartog del 2007, però, la figlia ha trovato alcune lettere conservate in un cassetto e ha pensato di consegnarle a un importante dipartimento di letteratura americana che oggi le mette a disposizione per gli studiosi. La stessa Frances Hartog conobbe Salinger nel 1989 quando lo scrittore volò lì per la festa dei settant’anni dell’amico. In quell’occasione i due andarono a teatro a vedere Checov e visitarono il giardino zoologico.

Per quanto riguarda la passione per il tennis, e in particolare per Tim Henman e per John McEnroe, questa rivelazione non colpisce molto. Moltissimi grandi scrittori hanno amato il tennis. Si pensi solo a Giorgio Bassani, o a David Foster Wallace. Henman e McEnroe sono due maestri del serve-and-volley, l’aggressiva tecnica di attacco del giocatore che dopo il servizio si lancia sottorete.

Sulla vita di Salinger escono notizie all’infinito. Negli anni, sono stati moltissimi i giornalisti che hanno cercato di indagare sulla sua vita. La figlia Margaret scrisse una biografia del padre molto dura, L’acchiappasogni (pubblicata in Italia da Bompiani). Di qualche settimana fa è un nuovo episodio che riguarda lo scrittore svedese, Fredrik Coltin, che ha scritto il seguito del giovane Holden: la geniale trovata è finita ormai in mano ai giudici. Ma ancora più fresca è la conferma che viene dallo storico agente letterario di Salinger che non ci sarà una biografia ufficiale dello scrittore scomparso ormai un anno fa.

Quello che colpisce, a parte le polemiche, è oggi il contenuto, confidenziale e tenero, delle lettere di un mito letterario. Non si può non constatare come ad un anno dalla morte, Salinger ci appaia più vivo che mai.

Questo articolo è uscito per il Riformista.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
3 Commenti a “The Ketchup in Rye”
  1. Più sono miti, meno sono veri.

  2. simone consorti scrive:

    Ho sempre pensato di aver letto “Il giovane Holden” troppo tardi; che ventidue anni non fosse l’ età giusta. La prima volta che l’ ho riletto erano passati solo pochi mesi, ma quando lo lessi finalmente in originale fu una cosa nuova, la mia vera prima volta. “Hey, listen.You know those ducks in the lagoon right near Central Park south?By any chance, do you happen to know where they go, the ducks,when it gets all frozen over?” In inglese faceva tutt’un altro effetto e quella volta, anche se avevo già venticinque anni, pensai che non era più troppo tardi. Quella lettura, infatti, mi riportò all’ età giusta. Credo che sia questa capacità di farti sentire un “coetaneo”, un complice, un confidente, un conterraneo, uno dei misteri leonardeschi di Salinger. Anche quello che non ci dice, ci dà l’ impressione che non ce lo scriva solo perché non lo sappiano gli altri, ma che ce lo stia, in qualche modo,sussurrando.
    Chi è il più grande poeta del secolo, il versificatore tedesco di cui si parla in “Bananafish”? Cosa succederà a Franny dopo il suo collasso e a Holden finalmente uscito dalla clinica? Per quali ragioni Seymour si spara? Come succede a volte nella vera poesia, anche in Salinger il non detto viene, in qualche modo, detto,ma in codice, come se fosse un segreto, piano, in modo che non lo sentano gli altri, quelli distratti dal traffico…
    Immagino che in questi giorni, a circa un anno dalla morte, molti giornalisti stiano di nuovo interrogando, un vero e proprio terzo grado, il guardiano di Central Park South, per chiedergli dove cavolo vanno le papere quando ghiaccia? Già, dove vanno? C’è anche chi si sta chiedendo dove vanno gli scrittori quando scompaiono. A me sembrano domande senza senso. Le papere e i veri scrittori non vanno proprio da nessuna parte. Nemmeno quando si nascondono. Rimangono qui, continuando a catturare, nel modo più invisibile possibile, tutti quelli che si sono persi e non sono più coetanei di se stessi.

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