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Su Francesco Totti

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Questo pezzo è uscito sul blog l’Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

Le sue azioni erano così in alto che si poteva permettere di essere scettico dicendo che se le cose fossero andate male avrebbero saputo con chi prendersela: «Hanno portato un vecchio, hanno portato quello che ha rovinato il gruppo».  Nel derby dell’otto aprile aveva realizzato il suo nono gol in totale alla Lazio, raggiungendo Marco Delvecchio e Dino Da Costa in cima alla classifica dei marcatori, sempre all time, della stracittadina: «Il mio record più bello». Lo aveva festeggiato a lungo e per un attimo sembrava si fosse fermato il tempo, anche se in realtà le lancette correvano e quello di Totti era il gol dell’1-1 di una partita che la Roma, proprio per quelle ambizioni non ancora sopite, avrebbe dovuto provare a vincere. Poco dopo il New York Times gli aveva dedicato un bel pezzo, in cui le dichiarazioni di Totti, secondo il quale solo Messi faceva cose che lui non immaginava di poter fare, venivano interpretate come mancanza di «false modesty» anziché, secondo la lettura italiana, semplice arroganza. Totti a quel punto voleva raggiungere il record di Piola (lontano quarantasette gol) ma non dipendeva solo da lui. Con un solo anno di contratto (scadenza giugno 2014) sarebbe stato difficile, anzi impossibile, ma lui si diceva fiducioso, sicuro di poter trovare un accordo con la società.

Il mio rapporto da tifoso con Totti è sempre stato all’insegna dell’ambiguità. Sono nato nel 1981 e mio padre è laziale, non avevo nessuno che mi portasse allo stadio da piccolo e se la Roma era nata grande (o se lo era stata nella prima metà degli anni ottanta come mio zio materno raccontava) io non lo potevo ricordare. La prima Roma di cui ho piena coscienza è quella che ho seguito durante gli ultimi anni del liceo. Quella dello scudetto laziale del 2000 e, solo tre giorni dopo, dell’addio di Giuseppe Giannini con l’aereo passato sopra l’Olimpico con la scritta “Lazio Campione” e il saluto amaro al Principe finito in invasione di campo e le porte e il manto erboso distrutti come per dire che basta, il calcio era finito, in questo stadio, in questa città, non ha più senso giocare. Ma anche la Roma capace di risorgere dalle sue ceneri e vincere lo scudetto nel 2001, il terzo della storia romanista, scucendolo direttamente dall’odiata maglia celeste. In quel periodo seguivo con così grandi speranze la Roma (speranze rafforzate dalla vittoria per 3-0 sulla Fiorentina in Supercoppa) e credevo così tanto che potesse diventare una delle migliori squadre europee, che sono andato allo stadio a vedere Roma-Real Madrid l’11 settembre (la mia prima partita di Champions League, la prima della Roma dopo la finale tremenda del 1984) e nonostante un tipo seduto affianco a me con in testa una bandana americana e il clima poco festoso, devo ammettere che mi sono emozionato. Per la cronaca: abbiamo perso 1-2, una punizione al bacio di Figo da trenta metri, un cross al bacio di Figo per la testa di Guti, poi Totti su rigore.

Nonostante quella sconfitta una parte di me pensava che ero stato fortunato a capitare nel momento storico in cui la Roma stava davvero per tornare grande, e in effetti la prima metà di stagione è stata strepitosa. Le mie speranze sono naufragate nel pareggio esterno con il Venezia già retrocesso (2-2), a cinque giornate dalla fine, in cui di fatto è diventato chiaro che non avremmo vinto il secondo scudetto consecutivo e che forse l’era Capello sarebbe stata meno interessante di quel che credevamo. Già qualche settimana prima, dopo il 5-1 sulla Lazio, la Roma aveva perso il primato in classifica perdendo a Milano con l’Inter lo scontro diretto, e alla fine è andata bene che siamo arrivati secondi grazie al 4-2 proprio della Lazio sull’Inter all’ultima giornata (quel famoso cinque maggio 2002). E le stagioni successive avrebbero confermato i timori più che le speranze.

Il campionato  2002-2003 della Roma è stato a dir poco mediocre (ottavo posto) e in Champions League, dopo aver preso tre gol in casa dal Real Madrid ed essersi rifatti al Santiago Bernabeu (gol di Totti)  la squadra di Capello è stata eliminata come ultima del secondo girone di qualificazione che avrebbe dato accesso ai quarti, vincendo una sola partita. Quella che era la migliore Roma da quasi due decenni, per due anni di seguito non è riuscita ad arrivare neanche ai quarti di Champions League. Come se non bastasse, nella doppia finale di Coppa Italia è stata battuta dal Milan 4-1 all’Olimpico, a cui è seguito un inutile 2-2 a San Siro (3 gol di Totti in due partite, tutti su punizione).

L’anno dopo (2003-2004), sembrava essere tornata la Roma migliore, capace di battere la Juventus 4-0 e 4-1 l’Inter, ma perdendo entrambi gli scontri diretti col Milan alla fine è arrivata di nuovo seconda. In Coppa Uefa si è fatta eliminare agli ottavi dal Villareal ma anche questo non sarebbe stato poi così grave se a fine stagione Capello (che ha portato la visione di gioco di Totti a un livello superiore con uno schema fisso che prevedeva che lanciasse in diagonale alle sue spalle, senza guardare, senza guardare ma con la solita precisione golfistica, per uno tra Del Vecchio e Batistuta, e che tuttavia gli diceva: «Francesco, hai il culo basso») non avesse fatto le valigie e lasciato Roma per Torino, la Roma per l’odiata Juventus, si dice di notte, per evitare incontri spiacevoli.

Ed è al termine di una delle più brutte stagioni che ricordi, quella 2004-2005, quella dei quattro allenatori (Prandelli → Voëller → Del Neri → Bruno Conti), di un altro mediocre ottavo posto in campionato, del girone di qualificazione di Champions League concluso senza neanche una vittoria e della sconfitta in finale di Coppa Italia contro l’Inter (0-2 in casa all’andata, 0-1 al ritorno a Milano), che Totti ha dovuto scegliere tra la sua Roma e il Real Madrid. Come sappiamo, Totti alla fine ha scelto di rinnovare: «Preferisco vincere uno scudetto qui che dieci altrove». Questa frase ai romanisti piace molto, ma poteva essere interpretata anche come mancanza di ambizione.

A ventotto anni (quasi ventinove) Totti aveva già battuto il record di Pruzzo (107 gol) diventando il più grande cannoniere della storia della Roma e, d’accordo, non era un mercenario, non era un calciatore moderno, ok, ma perché non potevamo vincerli noi dieci scudetti? Come andava preso quel rinnovo: era un contentino alla tifoseria arrabbiata, il parafulmine da ogni critica, o Totti avrebbe davvero riportato la Roma sulla strada del successo? Totti si stava accontentando? Aveva scelto di restare perché pensava davvero che avrebbe vinto qualcosa di importante o perché a Roma si poteva fare le magliette tipo quella Vi Ho Purgato Ancora?

Comunque già nel caso di quel quinquennale (10,5 milioni di euro lordi a stagione) del maggio 2005 si parlava di contratto “a vita” e un ruolo in società di “reciproca soddisfazione” una volta terminata la sua carriera. Se non vi rendete conto di quanto è lontano il 2005 pensate che è l’anno di nascita di YouTube, dell’uragano Katrina, degli attentati alla metro di Londra e che appena smaltita la folla di fedeli al Vaticano per i funerali di Giovanni Paolo II, un mese dopo il rinnovo di cui sopra, Totti ha riempito di un tipo di fedeli diverso le scalinate di Santa Maria in Aracoeli sposando Ilary Blasi in diretta Sky, dando poi il ricavato in beneficenza al canile di Porta Portese.

Appena usciti gli sposi dalla chiesa è partito il coro «un capitano/ c’è solo un capitano», io passavo dalle parti di piazza Venezia e mi sono fermato a guardare, e questa è la cosa più simile a un matrimonio regale che possa avere Roma, visto che il Papa non si può sposare. (E non posso fare a meno di ricordare che pochi giorni dopo Del Piero, una delle nemesi con cui Totti è stato confrontato nel corso degli anni, si è fatto sposare da Don Ciotti in un paese sulle colline torinesi, in gran segreto, una cerimonia che il Corriere della Sera ha definito «sobria, molto intima», col capitano della Juve accompagnato da una «piccola comitiva», dodici invitati in tutto.)

Mentre scrivevo questo pezzo mi consultavo con un amico romanista, la persona che ho sentito parlare meglio di Totti in tutta la mia vita e che quindi adesso chiamerò il Mio Amico Tottiano. Gli ho chiesto secondo lui qual è stato il picco nella carriera di Totti. Il Mio Amico Tottiano ha risposto: «Nessuno. Ho visto tutte le partite della Roma all’Olimpico, tranne cinque o sei, dal 1997 a oggi, e nel 90% di esse Totti è stato il migliore in campo. Non il migliore della Roma, in generale, considerando anche gli avversari. Quindi direi un unico picco lungo sedici anni». Per il Mio Amico Tottiano la Roma viene comunque prima di Totti, ma sostiene che dal vivo non ha mai visto un giocatore migliore di Totti. Che gli è sembrato meglio Totti di Cristiano Ronaldo. Ho chiesto anche ad altri Amici Tottiani e ho riscontrato una certa difficoltà ad ammettere l’inferiorità del Capitano di fronte anche a grandissimi campioni come Cantona, Zidane, per non parlare dei rivali italiani R. Baggio e Del Piero. Per quanto sia sbagliato fare confronti è interessante la loro difficoltà ad ammettere: «Sì: ___________ è più forte di Totti e avrei preferito che la Roma avesse speso i suoi soldi per ___________ anziché per il Capitano».

Dopodiché, ci sono due ipotesi.

La prima è che il suo momento migliore corrisponda alla sequenza Europeo  2000/Scudetto 2001. A favore di questa tesi ci sono: il cucchiaio a van der Sar in semifinale, il premio come Man of The Match in finale e in generale l’idea che se fosse dipeso soltanto da lui quella partita forse l’avremmo vinta: non solo grazie al tacco con cui, dopo aver difeso palla e aspettato esattamente il momento giusto, manda Pessotto al cross per  il gol di Del Vecchio che ha portato l’Italia in vantaggio (al minuto 4.00 del video qui sotto col commento in giapponese e tutti i tocchi di Totti in quella partita) ma anche per un’occasione in cui ha messo Del Piero davanti alla porta per il possibile raddoppio (minuto 4.56: Del Piero incrocia malissimo di sinistro cadendo goffamente a terra) e un’altra di poco successiva in cui resiste a una carica a centrocampo con una specie di piroetta prima di lanciare in diagonale Del Vecchio che però calcia sull’esterno della rete (minuto 5.50).

Totti stesso ritiene che se l’Italia avesse vinto quella finale, magari gli avrebbero dato il Pallone d’Oro (lo ha detto sempre nell’intervista di Gazzetta del 29 marzo scorso, ma in realtà in quell’edizione 2000 Totti è arrivato quattordicesimo nella classifica di France Football e il suo miglior piazzamento è dell’anno successivo, quinto, probabilmente merito dello scudetto). Riguardo la finale con la Francia però va detto che i suoi critici più pignoli gli rimproverano di aver sprecato quello che sarebbe potuto essere l’ultimo pallone della partita, a pochi secondi dalla fine dei quattro minuti di recupero, con un lancio a Pessotto in fuorigioco che ha lasciato il tempo alla Francia per giocare l’azione del pareggio di Wiltord (nel video giapponese questo passaggio non c’è; ed è forse a partire da quel giorno che Totti diventa il miglior giocatore al mondo nel perdere tempo tenendo palla sulla bandierina del calcio d’angolo vicina alla porta avversaria, a volte anche a cinque minuti dalla fine della partita). Per quanto riguarda il periodo scudetto, c’è chi sostiene che Totti sia stato poco più di un comprimario, il protagonista di un film con molti protagonisti, gente come Batistuta, Samuel, Cafu, Emerson, Montella. Che se fosse dipeso veramente da lui, avremmo vinto molto di più in tutti questi anni. Un punto di vista comprensibile.

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Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
3 Commenti a “Su Francesco Totti”
  1. Simone Nebbia scrive:

    Io sono nato nel 1981 da padre laziale, ahimè, come l’autore. Ho vissuto le stesse dinamiche ed è cresciuta in me una passione trascorsa da una sorta di saudade malinconica “del non vissuto” per l’82-’83 (motivo sotterraneo, secondo il babbo, della mia passione), via via riconoscendosi negli uomini simbolo: da Conti e Falcao (non visti o quasi), fino a Giannini, a suo modo Aldair, infine Totti (e De Rossi). Credo sia questa una caratteristica verticale del tifoso romanista attraverso un trentennio decisamente significativo nella storia universale. Che tipo di resistenza sociale è stata continuare la linea del calcio del ‘900, quelle delle bandiere e dei colori, in opposizione all’era della modernità? Era di tv e rappresentazione della realtà, per intenderci forse sbrigativamente, direi il “dopo Heysel”.

    Pur tuttavia, se questa è la domanda generata, non sono così sicuro di aver invece inteso la domanda proposta dall’articolo. Ossia per quale motivo io lo stessi leggendo e leggendo su questo sito.
    Mi sembra che per usare il calcio a filtro della storia contemporanea – con davvero tanto rispetto della storicizzazione “der capitano” e della passione di chi ha scritto – manchi in effetti qualcosa in termini di problematizzazione del particolare.

    Saluti (evitando un occasionale “sempre forza maggica”… :) )
    SN

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    Totti come Roma, una magnifica città senza più senso e vittima del proprio simbolismo?
    Po’ pure esse’.
    Ma a noi?

  3. matilde scrive:

    totti il migliore di sempre

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