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Illazioni su Lucentini

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Questo pezzo è uscito su Succede oggi. (La foto è di Mauro Raffini)

di Paolo Bonari

Se ha ragione Domenico Scarpa, e Notizie degli scavi è «uno dei più bei racconti italiani del Novecento», qualcuno ne starà componendo il ricordo, perché siamo giunti al cinquantennale della sua pubblicazione, ma può anche darsi che saranno pochissimi quelli che si metteranno a ripensare ai tentativi letterari di Franco Lucentini che precedono il suo incontro con Carlo Fruttero: rari e non ripetuti. Non che le sue siano state prove acerbe, anzi: il giudizio di Scarpa non suona azzardato. C’è da credere che i due si siano divertiti parecchio, nella loro carriera da accoppiati, e non servirebbe altro, per giustificare la bontà della loro scelta; resta la curiosità, però, del futuro che avrebbe avuto davanti il solo Lucentini, il cui contributo al lavoro comune sembrerà minore di quello dell’amico a chi vada a rileggere questo racconto, o romanzetto. Stando attenti alle misure canoniche, di romanzo non dovrebbe trattarsi, ma respiro (precocemente strozzato) e suddivisione interna del testo continuano a darne l’idea.

Una cinquantina di pagine scandite dalla voce, più interiore che esterna, del “professore”, colui che, in prima persona, ha il compito di narrare gli accadimenti, e che tale compito svolge a modo suo, confusamente e faticosamente. Costretto in un gineceo che è, poi, una pensione alquanto equivoca, il professore – che tale non è, ma che così viene appellato, in un gioco sociale del rovescio che è noto – viene redarguito, sgridato, manovrato dalle donne in mezzo alle quali si trova a dover risiedere: donne che esercitano il proprio dominio su “ragazze” che vengono smerciate, le quali, al termine della catena sociale, riescono a comandare almeno sul professore.

Questa (poca) vita dovrebbe essere tutta al passato remoto, perché lontana e scomparsa, ma l’imperfetto fa le veci di quel tempo verbale, a volte, e la loro alternanza costituisce l’unica sfida disponibile, per il lettore: perché l’uno, prima, e l’altro, poi? Perché il professore è sì un minus habens, ma le accensioni lampeggianti le avverte anche lui, così come la relatività del tempo del nostro vivere, il suo essere uno spazio discreto: alcuni attimi sono eterni, altri passano e non sono mai stati veri, forse. Allora, la sfida interpretativa è già vinta, o non c’era bisogno di lanciarla, perché quella difformità temporale è il quotidiano nostro, di tutti noi.

“Il suo mondo”: il professore e basta lo abita, e questo farebbe di lui un disadattato? Ma un orgoglio di chi non tiene il passo della restante fauna esiste, e non è da sottovalutare: il professore è disattento, quando gli altri gli rivolgono la parola; è lui a non concedere la sua attenzione, perché le sue occupazioni sono remote, sono “commissioni” romane da svolgere per conto terzi e, attraverso le difficoltà della sua concentrazione, viene a galla il lavoro altrui non compiuto, scaricato sulle sue spalle che tremano. “Puro di cuore”? Macché: pensa pensieri anche non congrui, il professore, e strilla, spesso, e maledice i presenti, non meno dei loro antenati – una volta appresi gli effetti provocati, attratti gli sguardi altrui, “dice piano”, con vergogna, recita i rituali della riparazione. “Duro di mente”? Lo sarebbe, se non fosse che l’intuizione epistemica terminale è delle più indiscutibili ed è il prodotto della sua ragione ingolfata, non di quelle più smaliziate dei suoi compagni di giornate.

«Chi lo sa chi eravamo, e tutto quanto che era»: un tale excipit, risolutamente novecentesco, reca compagnia all’anima ingabbiata del professore, alla ripetitività meccanica del suo procedere, che proclama il favore o la contrarietà del mondano in termini inequivocabili, incomponibili. “Questa non ci voleva”: qualcosa è andato storto – qualcuno è incappato in una sventura. “Menomale”: tutto è di nuovo a posto – qualcuno è salvo. Nell’assenza di riferimenti alla vicenda sua, che è trascurabile, quel sussurrare: è degli altri che si preoccupa, il professore, o sono loro gli oggetti della sua messa in scena.

Perdente e vittima insostituibile, partecipa ai guai di tutti e nessuno partecipa ai suoi, come se il dolore non fosse possibile, per uno che esibisca la propria menomazione cognitiva: sapere di essere tutti imperfetti, proprio come il tempo che ci definisce, permette la ricomposizione di un sentimento che non è nuovo – non sarebbe un sentimento, se lo fosse. “Siamo tutti sulla stessa barca”, potrebbe concluderebbe il professore, ma quello è il punto della sua partenza: per la possibile felicità, l’innamorarsi della “Marchesa”, l’inaugurazione della spensieratezza che è anche la nostra, laddove ci venga svelato che anche gli altri, insomma, tanto stabili non sarebbero e tutto sarebbe incerto, implausibile, soggetto a quell’“identificazione arbitraria” che è propria delle rovine degli scavi e di quelle umane, di un’umanità impugnata dalla parte della lama.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
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