Fratelli d’Italia?

Questo articolo è uscito per la rivista pugliese La voce del popolo.

Negli ultimi mesi del 2009 il sito affaritaliani.it ha pubblicato a puntate un romanzo di fantapolitica: Fratelli d’Italia?. L’autore è tuttora anonimo, anche se dimostra di essere ben informato sui meccanismi del Palazzo. Il libro ha suscitato un certo interesse perché prevede (è scritto in forma di romanzo) che nel 2013 la Lega realizzerà la secessione del Nord, a partire dalla secessione del Veneto. Molto prima delle elezioni regionali di marzo, Fratelli d’Italia? aveva previsto che Zaia avrebbe stravinto le elezioni in Veneto, e che – da questa posizione – avrebbe creato le basi per una crescente autonomia.

A Roma, scrive l’autore di Fratelli d’Italia?, Berlusconi è sempre più debole e la politica nazionale sempre più impantanata. Al governo Berlusconi succede una specie di governo di unità nazionale, una sorta di Grande centro (questo vi dice qualcosa?). La Lega rumoreggia sempre più, ma in fondo è tranquilla, perché dopo aver conquistato la presidenza delle più importanti regioni del Nord ha creato le basi per la propria autonomia dal progetto berlusconiano. Anche caduto il Cavaliere, è in grado di sopravvivervi (anche questo, vi dice qualcosa?). Così, inaspettatamente, a inizio 2013, avviene il patatrac, che Anonimo descrive in questo modo: «Un mese più tardi, eravamo a gennaio, quattro grandi comuni del Sud – Napoli, Taranto, Reggio Calabria, Palermo – presentarono i bilanci. Erano tutti tecnicamente in bancarotta e, qualora non ci fosse stata una copertura straordinaria da parte dello Stato centrale, a marzo non sarebbero stati in grado di pagare gli stipendi. Il governo in un primo tempo minacciò di commissariarli, poi mandò –metodo assai irrituale – degli ispettori permanenti per vagliare le procedure di spesa, ripromettendosi di coprire il buco di bilancio attraverso una serie di storni da altri capitoli. Il giorno successivo, il Governatore del Veneto annunciò in un’intervista che se un solo euro destinato ad opere nel Nord fosse andato a coprire bilanci dissestati dei comuni del Sud il Veneto avrebbe trattenuto le imposte destinate allo Stato centrale. Zaia lo spiegò con il solito involucro di pacatezza e semplicità in cui trapelava latente una minaccia che andava aldilà, sempre aldilà, delle sue dichiarazioni, quali esse fossero. Una minaccia priva di contorni, e tuttavia gelidamente seria. Il governo centrale, dunque, veniva sfidato nelle sue prerogative in modo diretto. Era accaduto più volte nella recente storia, ma mai, fatta eccezione per il periodo del terrorismo e delle Brigate Rosse, in modo tanto esplicito. La Lega all’improvviso non giocava più, non parlava più di inno di Mameli, di immigrati, o di dialetti. Era scesa sul terreno dello scontro senza mediazioni. (…) Il Veneto – una delle due Regioni italiane (insieme alla Sardegna) che nello Statuto vedeva i propri abitanti riconosciuti ufficialmente come ‘popolo’ – aveva innescato il processo di secessione dallo Stato italiano».
Anche questo lungo brano riportato (a parte il riferimento concretissimo ai comuni del Sud a rischio bancarotta, Taranto è stata già commissariata tre anni e mezzo fa) vi dice qualcosa? Nei capitoli successivi del romanzo la secessione viene realizzata davvero, con tutti i crismi. Ma lasciamo il 2013 e «torniamo» al 2010: il paese è davvero così diverso dalle scenario descritto?
L’Italia è un paese ormai frantumato e le condizioni per una sua spaccatura sono state già create. Il peso della Lega sulla politica nazionale è enorme (controllano già il ministero degli interni e il ministero delle riforme proprio nel momento in cui si celebra il 150° dell’Unità d’Italia). Ma con la conquista del Piemonte, e soprattutto del Veneto, è stato fatto un enorme balzo in avanti. La Lega, in Veneto, è già un partito-Stato, che controlla da cima a fondo quasi tutte le amministrazioni e l’economia (basti leggere il reportage L’apartheid di Toni Fontana per capire come hanno già realizzato la loro autonomia con misure segregazioniste contro gli immigrati). È vero, hanno già creato le precondizioni per sopravvivere alla fine del berlusconismo e per essere del tutto autonomi da un eventuale governo di centro o di centrosinistra. Fino a quando la cornice unitaria («scomparsa la sinistra dal Nord», come dice Bossi) non li disturba, non se ne preoccuperanno. Ma poi…

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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