Serse Roma

Frustare il mare

Serse Roma

di Simone di Biasio

Duemilacinquecento anni fa il re persiano Serse vuole vendicare la sconfitta del padre Dario a Maratona di dieci anni prima e riprova a portare guerra ai Greci. C’è un ostacolo fisico da superare, ed è lo stretto dei Dardanelli. Si sa: quando si dice stretto, si dice ponte. Ma non sempre dice bene. Serse osserva il mare, le due rive, l’Ellesponto: non vede il problema, guarda alla soluzione. Neanche il tempo di inaugurare che una violenta tempesta marina vanifica tutto il lavoro fatto, tutto cancellato, come un segno sulla sabbia.

Il sovrano non ci può letteralmente passare su e così comanda: decapitazione per gli ingegneri e flagellazione per il mare. La prima ok, ma la seconda. “Sovrano, abbiamo capito bene?”. Serse allora è più preciso: trecento frustate sul pelo dell’acqua, due ceppi in mare e un marchio a fuoco. E mentre si esegue l’ordine questa frase da pronunciare tutti insieme, tipo mantra:

Onda amara! Il mio signore ti infligge questo castigo perché l’hai offeso, senza aver ricevuto da lui alcuna offesa. Il re Serse ti varcherà, che tu voglia o non voglia. È ben giusto che nessuno fra gli uomini ti offra sacrifici, perché tu non sei che un fiume torbido e salmastro 

Serse pazzo non era e pazzo non era diventato. Il mare è un elemento sacro, è un corpo e quindi può essere flagellato, colpito, punito. Il mare è un corpo e quindi può essere ritratto. Come nelle opere di Serse. Come nelle distese marine di grafite di Fabrizio Roma, in arte Serse, ora in mostra all’Hotel St Regis della capitale negli spazi della Galleria Continua. Sulle carte dell’artista originario di San Paolo di Piave c’è il mare di Trieste, la riva italiana, c’è per definizione un ponte. In Serse c’è un ponte sul colore e sul gua(r)dante – che guada e che guarda – co-stretto a scomporre la viva luminosità delle acque in pura luce. E a tentare questa guerra al moto incessante.

“Qui tutto è aperto” è la personale di Serse di grandi disegni di porzioni marine, mattonelle d’onde, proporzioni acquatiche: in italiano il resto del titolo della personale è “Fogli d’acqua”, ma se guardiamo all’esposizione dello stesso artista e della stessa serie di opere al Museo Nacional de Bellas Artes di Cuba nel 2017 il titolo “Aquì todo està abierto” specificava: “Nada es cercano, nada es lejano”. Me la prendo ancora una volta con le traduzioni, con le trasposizioni, col naufragio dei significati. Che fortuna ha il disegno di dire in ogni lingua – in fondo tratto è sia di matita che di mare. “Niente è vicino, niente è lontano” sarebbe stato più semplice, più aderente al bagnato vero.

Dev’essere stato anche il pensiero di Serse, il sovrano, davanti alle due rive, Abido e Sesto. Dev’essere stata questa onnipotente impotenza, la stessa che coglie Serse l’artista, questo nel tentativo di cogliere qualche cosa di fluido (non citerò Bauman, non lo farò e dimenticate lo avessi già fatto), anzi la fluidità fatta materia, il panta rei reso blocco, impedimento, misura. Come si tramuta il movimento in un disegno? Come si trasferisce il movimento nel segno?

In “Arte come esperienza” il filosofo John Dewey scrive che «La più grande rivoluzione estetica nella storia della pittura si verificò quando il colore venne usato strutturalmente; allora i quadri cessarono di essere disegni colorati». Qui – dove tutto sta aperto, dov’è mare aperto, dov’è apertura marina – siamo di fronte all’operazione contraria, nell’epoca della svolta iconica, delle superfetazioni, dei filtri instagram peggiori della peggiore realtà, delle postproduzioni aumentate: una qualche rivoluzione si verifica quando il colore non viene usato strutturalmente, qui che il disegno non colorato inizia a essere quadro. Proprio il mare, proprio la sua luce offuscati dai chiaroscuri della grafite? Che cosa ha in testa Serse? Chissà cosa vuole ottenere frustando il mare con trecento colpi. Lo vuole fermare, non vuole impartirgli lezione alcuna, vuole che sia questo mare a impartirgli una lezione, vuole che sia il maestro a imparare, il maestro che infligge colpi alla marea, una marea che non si ferma: la scuola è cambiata dagli scolari più di quanto essa cambi loro.

Serse vuole che ogni cosa sia rovesciata: la fluidità, la realtà, la traversabilità, il permanente impermeabile. Si dice di molti artisti, e di Serse pure, che questa è una sfida che ha “permeato” la ricerca da secoli: non si potrebbe usare verbo più adeso di “permeare”. Permeare aperto, ma qualcuno lo dirà un calembour, una freddura. Eppure ho un alibi, una copertura, una struttura per attraversare il fraintendimento. L’ingegnere è Alberto Savinio e illustra il suo progetto ancora in “Ascolto il tuo cuore, città”:

La freddura è la filologia del povero. Con questo in più che la freddura non scompone la parola secondo un sistema logico, scientifico e che non dà sorprese, ma in una maniera del tutto arbitraria e che dà significati nuovi e imprevisti. È forse troppo arrischiato proporre l’idea che nella freddura si manifesta per qualche barlume la divinità? Non dimentichiamo che negli accostamenti fortuiti delle parole, i Greci riconoscevano la voce degli dei.

Con Serse, l’artista, ho chiacchierato qualche minuto nel lussureggiante “Lumen Garden” dell’Hotel St. Regis nel giorno dell’apertura della mostra: venera Alberto Savinio, adora il libro da cui è tratta questa citazione. Gli ho rivelato di aver visto dei segni tra le sue acque, quasi dei volti. I cavalloni le chiamiamo le onde, ma non scorgo questo animale, solo visi, naufraghi.

Le rifrazioni della luce sull’acqua segni di quelle frustate millenarie: cosa vide Serse mentre lasciò segni delebili, cosa vede Serse mentre disegna ponti indelebili? È una Venerazione, letteralmente, seppur letteralmente inventata, come voleva sempre Savinio («la scoperta etimologica è una illuminazione», da “Nuova Enciclopedia”): è azione di Venere emergente dalle acque, è riconoscere Venere pandémia, il desiderio di venire fuori, chiudere una transizione. Le opere di Serse stanno là: è tutto aperto, almeno fino al 13 settembre. E non si creda nemmeno sia un caso questa galleria che galleggia in un albergo, un posto in cui fermarsi e ristorarsi da un viaggio, ma che continuamente cambia forma, abitanti, luce.

Commenti
Un commento a “Frustare il mare”
  1. sergio falcone scrive:

    Solidarietà a Christian Raimo. Walter Veltroni e’ persona insopportabile.

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