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Fu Stella, l’urgenza della memoria

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Giovedì 14 Marzo alle ore 18 si terrà al Palazzo delle Esposizioni a Roma la presentazione di Fu stella (Lapis Edizioni), ultimo libro di Matteo Corradini, illustrato da Vittoria Facchini.

Il libro è una lunga, commovente filastrocca sulla Shoah, nella quale si avvicendano dieci storie tragiche viste dal punto di vista della tristemente famosa stella gialla cucita sulle divise della discriminazione razziale. Premio Andersen 2018 come protagonista della Cultura per l’infanzia, Corradini ha pubblicato diversi libri sul tema, che lo hanno imposto come una delle voci più importanti della cosiddetta Didattica della Memoria.

L’impegno di Corradini non è solo intellettuale, ma anche sul campo: dal 2003, infatti, si occupa di ricerca e ricostruzione della memoria (storie, oggetti, strumenti musicali) sul ghetto di Terezin in Repubblica Ceca. 

Il libro è, purtroppo, tornato di drammatica attualità. Cosa si può fare per arginare l’ondata crescente (e purtroppo mai del tutto sopita) di antisemitismo?

Mi occupo di Shoah e di quel che chiamiamo “didattica della Memoria” da quasi vent’anni. Non l’ho mai fatto pensando strettamente all’attualità. Solo in alcuni casi. Il mio lavoro, come ogni lavoro che riguarda la formazione delle persone, ha prospettive più ampie della cronaca. Del governo in carica, per capirci più esplicitamente. I libri, viene da sè, guardano al presente con un occhio ma con l’altro sono un po’ nel futuro. L’onda di antisemitismo è sì in aumento in Europa. Accompagnata da un’onda di intolleranza crescente per le diversìta. Lavorare per cambiare le cose significa lavorare sulla storia e sui pregiudizi. Significa studiare e mobilitarsi. Significa, per me, creare e stimolare luoghi dove le persone possano incontrarsi, dove i sentimenti possano sbollire. L’impressione è che esistano solo luoghi dove le persone possano scontrarsi. E i sentimenti ribollire. Scuola a parte, naturalmente.

Nel Dopoguerra si è parlato (giustamente) tanto della Shoah, in libri, film, Giornate internazionali dedicate. Come è possibile che nel 2019 una trasmissione culturale come Fahreneit riceva dei messaggi come “Basta con questi ebrei”?

Quel che è accaduto a Fahrenheit mi provoca rabbia e delusione, ma non stupore. È frutto di una “ebreofobia” dura a morire nella testa di certe persone. Ed è prova di come “l’ebreo” abbia una immagine stereotipata nei pensieri di alcune fastidiose persone. Non mi stupisce che Fahrenheit abbia anche ascoltatori di quel genere: i sentimenti di odio contro gli ebrei fanno parte di strati diversi della popolazione. Ricordare che molti gerarchi nazisti fossero lettori forti è perfino banale. L’antisemitismo non c’entra con la mancanza di cultura ma con la mancanza di consapevolezza.

Posto che (come la realtà testimonia) non si denuncia mai abbastanza l’orrore di ciò che è stato, ci ritroviamo a dover ancora lottare contro il revisionismo. Dove si è fallito nella comunicazione? Se ne è parlato comunque “poco”, ovvero senza entrare nel dettaglio dell’orrore? Oppure se ne è parlato “troppo”, intendo con eccessiva retorica, rendendo la Shoah, nella vastità della sua infamia, qualcosa di astratto e quindi percepito come irreale?

Di Shoah si è parlato nel tempo in mille modi. L’effetto di ridondanza è naturalmente presente. In alcuni casi ha perfino alcune ragioni. Penso a tutti i parvenu che hanno fatto della Shoah un genere letterario. Un tempo credevo che la retorica potesse far male, generare mostri come conseguenza, quasi come risposta. Mi sono ricreduto: da tanti anni esistono modi eccezionali per raccontare la Shoah. E per “eccezionali” intendo alti dal punto di vista artistico, comunicativo, educativo. Opere e iniziative piene di senso, di profondità, di “simpatia” con le nuove generazioni. Chi è contro la retorica della Shoah è di fondo un ignorante, che non si è mai guardato intorno per pigrizia, e per mantenere più salde le proprie convinzioni. Basate sul nulla. Individui che mi ricordano quelli che “non si parla mai delle foibe” e poi non hanno letto nemmeno uno studio storico su quell’episodio. La sensazione è che ci sia una piccola minoranza fastidiosa: su di essa non ho mai fatto i conti. Non ho studiato psichiatria all’università. Ho sempre lavorato con e per gli altri.

Qual è un’opera che consiglieresti a un ragazzo per fargli capire in maniera efficace perché dire no al neofascismo?

Qualsiasi opera nella quale il protagonista e il lettore si sentono liberi e felici di essere quello che sono. Ecco, questo è l’opposto del fascismo. Ce ne sono decine di migliaia.

Tutti conoscono Auschwitz di Guccini, io trovo molto potente invece la sua Lager, in cui il cantautore davanti all’atroce domanda “Cos’è un lager?” risponde, tra le varie cose, “ironia per quella che chiamiam ragione”,  “la consueta prassi del terrore” e soprattutto, evocando la Arendt, “son baracche e uffici, orari, timbri,/ruote, son routine e risa dietro a dei fucili”. Cosa passa nella mente di chi crede ai negazionisti? Un orrore troppo grande per essere accettato razionalmente?

Non sapevo che nella mente dei negazionisti passasse qualcosa. Credevo ci fosse solo l’eco, come nelle grotte di Frasassi ma senza le bellezze delle grotte. Così nessuno paga un biglietto per andarci. Loro, i negazionisti, si sentono soli e da qualche parte devono sfogare la loro angoscia. Aiutiamoli. Anzi, aiutateli. Io vado a Frasassi. Ma mentre vado, posso dire che il negazionista nasce e cresce in un ambiente sociale dove lo stereotipo dell’ebreo ha attecchito in modo speciale. Il nostro lavoro è sfavorire queste colture di odio.

A quali autori vi siete ispirati per la realizzazione del libro? A una prima lettura ho pensato a Rodari e, ovviamente, a Chagall.

La straordinaria illustratrice del libro, Vittoria Facchini, si è ispirata soprattutto a vecchie fotografie di quel periodo. Per me Rodari è da sempre un esempio di come le filastrocche possano essere potentissime. Ma non mi sono ispirato a Rodari. Non ci crederà, ma mi sono ispirato ad Anne Frank. Che scriveva anche filastrocche. Mentre curavo la nuova edizione italiana del celebre *Diario*, tradotta da Dafna Fiano, ho preferito tenere le rime così com’erano. Rispettando la metrica e il ritmo, così da renderle fresche e vivaci, divertenti come erano state pensate. È stato un lavoro lungo e difficoltoso, ma da lì ho compreso come la Shoah potesse essere raccontata in filastrocca. Senza divertimento ma con questo effetto straniante che volevamo rendere: non esiste uno stile irrispettoso. Esiste solo un modo irrispettoso per scrivere di Shoah. Che Sempre, sempre, è in prosa.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto proseguendo nella ricerca su Terezin. C’è ancora tanto da scoprire e da raccontare. Terezin è il mio “primo amore”. Non lo tradisco con null’altro. Almeno fino al prossimo tradimento…

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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