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Fuga e ritorno. “Le case del malcontento” di Sacha Naspini

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La prima volta che ho sentito parlare di Sacha Naspini è stata al telefono; un Luigi Bernardi molto brillante, come gli capitava spesso di prima mattina, mi disse: “Devi, il prima possibile, leggere Naspini, non te ne pentirai”. Era il 2011. Registrai il dato perché del parere di Bernardi mi fidavo ciecamente. Mi procurai I cariolanti (Elliot, 2009), ma per un motivo o per l’altro non lo lessi subito, lo accantonai per diversi mesi. A maggio del 2012 mi trovai a dividere una stanza con Bernardi a Sarzana; rideva con il volto illuminato solo dalla luce del suo Ipad, gli domandai cosa stesse facendo e perché ridesse, rispose: “Sto litigando con Naspini”. Naspini! L’avevo dimenticato, la settimana successiva lessi il romanzo, in due sere soltanto.

Il libro era davvero e molto bello mi rimase impresso per parecchio tempo; lasciava vedere con chiarezza l’estro e il talento dello scrittore toscano, che non avrebbe potuto far altro che consolidarsi nel tempo, fino a esplodere dentro un grande romanzo. Romanzo che ho appena finito di leggere, Le Case del malcontento uscito a fine febbraio per edizioni e/o.

La lettura, in realtà, era già cominciata nella mia testa qualche mese fa, quando Claudio Ceciarelli, editor del libro, che avevo conosciuto cinque minuti prima, me ne diede una copia in prime bozze; aveva una luce particolare negli occhi quando mi disse: “Mi farebbe piacere che tu lo leggessi”, dicendomi qualcosa di più, mi stava dicendo che su quel libro avrebbe scommesso a occhi chiusi e che mi sarebbe piaciuto. È andata proprio così. Le Case del malcontento è un romanzo straordinario, laddove le due parole “romanzo” e “straordinario” si riappropriano del loro reale significato. Romanzo della piena accezione del lungo passo narrativo. Straordinario perché un libro di tale lunghezza, passo, complessità, numero di personaggi è fuori dall’ordinario.

“Allora me ne resto rannicchiata nel mio ruolo, come tutti, e come tutti partecipo all’imbroglio che ogni giorno mette in movimento i gesti inutili e misurati di queste marionette tenute insieme dallo stesso filo. Le Case è come uno spettacolo che va in scena solo per noi”.

Le Case è un borgo della Maremma toscana, è un insieme di case e di rocce, di cave, di strade coi curvoni, di bar, piccole botteghe, tabaccai, orti, di bauli. Case che si circondano l’una con l’altra, case che si tendono la mano e che si respingono, case che si nascondono e nascondono, case che portano dentro segreti, case alla luce del sole, e poi avvolte dalla nebbia, una nebbia più bianca del latte, una nebbia che tiene Le Case al riparo dal mondo, l’ingresso a Le Case è come un attraversamento, c’è un confine, si passa una porta e quello che trovi è tutto normale, è tutto uguale da sempre. Eccetto il fatto che nulla può essere normale e niente è uguale per sempre.

La storia che Naspini decide di raccontare è la somma di tante piccole storie, tanti microcosmi che formano un racconto corale che ti trascina di casa in casa, dalla guerra fino alla fine del Novecento. Le Case è un prigioniero, un uomo salvato, Le Case è un delitto, uno scambio di persona, Le Case è un tradimento, è un abbandono, Le Case è un terremoto, un temporale, Le Case è un linguaggio, è un gesto. Le Case è una carezza, è uno schiaffo, Le Case è un insulto, un pettegolezzo. Le case è un nascondiglio, un tremito, un bicchiere di grappa o di vino. Le Case è una fuga, un ritorno. Le Case è un uomo che dice buonasera, un uomo diverso da quello che ci ha detto buongiorno. Le Case è una partita a scacchi, è una scacchiera. Le Case è una grossa bugia, Le Case è il teatro su cui far nascere la narrativa. Le Case è tenerezza, è dolore. Le Case è un tradimento, una malinconia. Le Case è come la vita che corre via. Le Case è la distanza dal mondo, Le Case è il mondo.

“Eppure basterebbe un niente. Se Le Case ti insegna qualcosa è che per stare bene ti devi accontentare di poco. Le Case ti massacra in fasce, togliendoti di mano le belle aspettative che uno si fa della vita, e a quindici anni ti vedi lì, sempre nei tuoi panni che già senti un po’ stretti. Se non hai il modo o il coraggio di lasciarti questa rocca alle spalle, ti ritrovi a guardare i muraglioni del paese vecchio da una prospettiva diversa: prima erano le porte da oltrepassare per andare al mondo. Ora ti imprigionano, e invece di farti luccicare gli occhi ecco che ti troncano il fiato. Allora cominci ad abbassare la testa”.

Il libro comincia con la mappa del paese, a ogni casa viene attribuito un nome: Domenico, Alvise e Iolanda, Giovanna, Bar Due Porte, Piera, Emilio, Tabaccheria, Divo e Mirella, Niccodemo, Don Lauro, Achille, Renato, Bianciardi, Samuele Radi, Adelaide, Adele. Ognuno di questi nomi, insieme ad altri, è uno dei narratori. Ogni capitolo comincia con un nome e quel nome racconta, e fa avanti e indietro col passato. Ogni nome si racconta e racconta un pezzo della vita di un altro. Quello che ogni personaggio ci dice potrebbe essere smentito dal racconto di un altro. Ognuno conosce un segreto, e crede di tenere nascosti i propri, solo che a Le Case è impossibile; il peso di ogni dolore o segreto è per forza di cose condiviso, e quasi mai per solidarietà; e condiviso per inevitabilità, per somma di fattori. Chi ha fatto del male lo ha fatto per causa di un altro paesano. Chi è stato fortunato, per timore che gli altri lo scoprissero, non ha goduto della propria fortuna. Chi ha tradito non ha potuto tenerlo nascosto, chi non ha mai tradito può passare per un traditore. Chi spia dalle finestre non sa di essere spiato. Chi ha ammazzato qualcuno può credere di farla franca. Chi è morto non lo è.

Naspini disegna un mondo bianco e grigio, un tessuto maledetto di inganni e segreti destinato a implodere su stesso, lo fa con un meccanismo narrativo bellissimo e molto preciso, mediante l’uso di un linguaggio che pesca dal dialetto, un linguaggio che usa suoni e tagli che spiazzano, che vanno a segno. La sua bravura sta nel far salire la tensione a poco a poco, di capitolo in capitolo. Il tassello che ci racconta Domenico, solo molto più avanti incrocerà con il tassello di Giovanna, o di Adele. E tutti andranno a incastrarsi con la storia d’amore tra Samuele Radi, che al paese ritorna, ed Eleonora che dal paese è risucchiata.

Le Case è la metafora di molte cose, e si regge su un equilibrio sottile tra vita e morte, ironia e cattiveria, perdita e dolore. Le Case è un luogo che tutti conosciamo bene, è il luogo nel quale nascondiamo le cose che ci fanno spavento o che non vorremmo toccare; ma le cose non spariscono, ritornano per mano di qualcuno o per mano nostra.

“E noi qui a guardarci nelle palle degli occhi, davanti al cartello del paese. Più che un benvenuto sembra la lapide dove siamo già sotterrati tutti”.

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
Commenti
2 Commenti a “Fuga e ritorno. “Le case del malcontento” di Sacha Naspini”
  1. Simonetta rossi scrive:

    Un libro vero.un libro di non facile lettura che ti prende,ti avvolge nel mondo delle Case piccolo e famelico,famelico di distruggere,infangare,indagare mai senza lo scopo di nuocere.. un grandissimo libro in un mondo letterario spesso intristito dal primario bisogno di piacere e di conseguenza di vendere

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  1. […] La prima volta che ho sentito parlare di Sacha Naspini è stata al telefono; un Luigi Bernardi molto brillante, come gli capitava spesso di prima mattina, mi disse: “Devi, il prima possibile, leggere Naspini, non te ne pentirai”. Era il 2011. Registrai il dato perché del parere di Bernardi mi fidavo ciecamente. Mi procurai I cariolanti (Elliot, 2009), ma per un motivo o per l’altro non lo lessi subito, lo accantonai per diversi mesi. A maggio del 2012 mi trovai a dividere una stanza con Bernardi a Sarzana; rideva con il volto illuminato solo dalla luce del suo Ipad, gli domandai cosa stesse facendo e perché ridesse, rispose: “Sto litigando con Naspini”. Naspini! L’avevo dimenticato, la settimana successiva lessi il romanzo, in due sere soltanto. [continua a leggere su minima&moralia] […]



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