dead poets

Fuggi l’attimo

Di recente, in seguito al suicidio di Robin Williams, avevamo pubblicato questo intervento di Goffredo Fofi che aveva fatto discutere. Passando dal discorso sull’attore a quello sul messaggio di uno dei suoi film più noti, ci sembra molto interessante riscoprire oggi questo pezzo di Piergiorgio Paterlini, pubblicato originariamente sul numero di giugno di Linus, nel 1990. Sono passati quasi 25 anni, e la bontà di certi metodi pedagogici è ancora oggetto di dibattito.

 di Piergiorgio Paterlini

Adesso che l’avete visto tutti, che avete pianto lacrime calde e belle, che avete applaudito a scena aperta (quasi gli attori su pellicola potessero sentirvi); adesso che avete detto al vostro migliore amico “devi andare assolutamente a vederlo” e poi l’avete addirittura accompagnato (e per voi era la terza volta); adesso posso dire la mia.

L’attimo fuggente di Peter Weir – Panorama lo dava in testa alle classifiche ancora a fine febbraio, con oltre due milioni di spettatori in poco meno di cinquemila giorni di presenza; poi ho perso il conto – non solo è un brutto film, un film che, dal punto di vista espressivo, scambia retorico con romantico, confonde tritissima melensaggine con commozione; ma è – sul piano che più ha impressionato, quello del rapporto professore-studenti, adulto-ragazzi – un film profondamente autoritario. Eppure è stato vissuto dal pubblico, da migliaia di ragazzi, panterini e no, come un classico della “rivolta”, un film dalla loro parte, strumento e rappresentazione insieme di autoemancipazione scolastica ed esistenziale. Come è possibile? E cosa può significare questo tremendo abbaglio di massa, propiziato con dovizia dagli adulti e dai critici, praticamente senza eccezioni?

Ciò che il film mostra – certo senza volere, ma appunto per questo ancor più nettamente – non è un professore allegro e pieno di voglia di vivere. È un adulto anfetaminico, sempre eccitato in modo inspiegabile, col proprio umore costantemente sopra tono. Un malato, insomma, come ce ne sono tanti in giro, ma che nella vita reale suscitano dignitose pietà, solidarietà, a volte comprensibile fastidio, di sicuro non entusiasmo e identificazione. Tra una persona piena di vitalità e un esagitato nevrotico passa una bella differenza, e soprattutto una differenza che salta agli occhi facilmente, immediatamente riconoscibile. Perché il pubblico, in massa, ha reagito in modo diametralmente opposto?

Gli educatori libertari (o anche solo progressisti) – quelli mitici che l’Europa ha conosciuto tra l’Otto e il Novecento si saranno rivoltati nella tomba, poveretti – mirano a far uscire dai ragazzi il meglio di ciascuno di loro, con le differenze anche profonde che li contraddistinguono. Il professore del film mira – al contrario – a far diventare quei ragazzi tutti assolutamente identici e, inutile dirlo, identici a lui. Non è capace di cogliere la grande ricchezza umana che gli si para davanti agli occhi perché nemmeno si pone il problema. Così come non lo sfiora il sospetto che differenziata possa, debba essere la forma in cui questi ragazzi si libereranno e daranno agli altri.

Questo è l’aspetto peggiore del film, quello più pericoloso e rivelatore. Per questo professore c’è un solo modo di diventare “grandi” e “liberi”: essere sempre ipereuforici, leggere le poesie in pubblico anche se non se ne ha voglia, eccetera. Tutto il resto, altri modi legittimi di essere se stessi, tutta una fetta larghissima di vita, di emozioni, di espressioni di sé e anche di comunicazione, sono rase al suolo con violenza sconvolgente. La riservatezza, ad esempio, quella speciale malinconia che nasce dalla ricchezza interiore e che proprio tale ricchezza comunica a spiriti non rozzi e non militaristi.

Quella richezza che uno dei ragazzi protagonisti rende così bene – anche qui malgrado la sceneggiatura, che vorrebbe suggerire il contrario e non vi riesce – ma che l’acuto professore scambia, e marchia come imbranataggine e debolezza. Una debolezza da umiliare senza pietà davanti a tutti, fino a che il ragazzo non diventa come tutti gli altri, e come lui non è, e come avrebbe diritto a rimanere ed essere conosciuto, riconosciuto, rispettato e apprezzato. Così è anche per l’assolutezza della strada imposta all’espressione degli studenti. Il gioco nel cortile, ad esempio – che, nonostante le apparenze, reca lo stesso segno della pedagogia della frusta. Tutte queste scene evocano – con paradossale nitore – non le scuole alternative, l’autogestione pedagogica, l’antiautoritarismo educativo, ma un sadismo alla David Copperfield, e l’odiosità della vita di caserma. Queste scene, che poi sono la gran parte del film, non richiamano certo alla mente la scuola di Barbiana; semmai quei film sul Vietnam in cui si mostra – atrocemente – l’addestramento al campo: un concentrato disgustoso di violenza psicologica, repressione, massificazione, obbligatoria adesione alla personalità e ai valori del “capo”, annullamento delle differenze e delle personalità. Con tanto di corollario: presunti “deboli” (cioè non omologati) schiacciati come insetti.

Perché nessuno ha colto e denunciato questa impressionante analogia?

Mi chiedo come reagirebbe ognuno dei giovani spettatori entusiasti e plaudenti se una sera in discoteca, non avendo voglia di ballare, trovasse qualcuno – un adulto! – che ve lo costringesse con tutti i mezzi, fino al cedimento. Vorrei proprio vedere. L’adulto rompicoglioni verrebbe massacrato, e giustamente. Il film invece – che non mostra altro – viene applaudito e commuove. Non verrebbe certo applaudito, e non porterebbe alle lacrime (se non di pena o rabbia) un insegnante ciellino – mi hanno raccontato diversi episodi veri di questo genere – che sul pullman di una gita scolastica obbligasse tutti, in ogni momento, a cantare canti di montagna. Perché bisogna essere allegri. O semplicemente perché bisogna. Perché l’unico modo di vivere è quello; quel cameratismo infantile e affettato l’unica autenticità riconosciuta.

L’attimo fuggente non è niente di diverso. Ed entusiasma. Che strano!

Eccoli, dunque, questi studenti apparentemente vivi, vivissimi, in realtà burattinizzati fino al midollo. Con la mobilità iperesaltata del legno mosso da un’abile mano, e l’anima di stoffa e aria, senza vita, senza autonomia. Non ragazzi resi finalmente consapevoli e maturi, ma replicanti. Muccioliani instupiditi. E – naturalmente – fanatici. Come fanatico è essenzialmente il loro santone, non a caso completamente somigliante ai leader tutti uguali delle sette pseudoreligiose, e a nessun educatore libertario o illuminato che si conosca.

Perché nessuno l’ha avvertito? Perché non è scattato subito almeno un disagio, proprio a livello di pelle, una repulsione istintiva e salutare?

Mi chiedo se non sia proprio questo, dunque, che la nostra “meglio gioventù” altro non aspetta, ormai. Se non sia matura per questo. Per l’avvento di un Capo, di un Vero Uomo che finalmente riempia di sé, e del suo mito, le testoline vuote e i cuori ormai incapaci di entusiasmo dei ragazzi. Un Uomo Vero che poi inventi per loro, cioè per se stesso, una Guerra Santa (vera o metaforica, in ogni caso piena di vittime) grazie alla quale scaricare finalmente gli strabordanti ardori adolescenziali. Un Vero Uomo, che esalti e punisca e giudichi con l’assolutezza del Padre e del Sacerdote. Che urli e gesticoli sempre. Affacciato magari a un bel Balcone. E che il sabato pomeriggio, al posto delle pigre passeggiate per il centro, li raduni in un bel campo sportivo, a fare militaresche Danze Maschie, tutti insieme, tutti uguali, tutti zombies, ma tirati a lucido in virili camicette nere.

È possibile.

Scusate se ne sono così scandalizzato e incredulo. Ma, ancor più, incazzato e atterrito.

Commenti
24 Commenti a “Fuggi l’attimo”
  1. Lara scrive:

    Impressionante e profetico.

    “Mi chiedo se non sia proprio questo, dunque, che la nostra “meglio gioventù” altro non aspetta, ormai. Se non sia matura per questo. Per l’avvento di un Capo, di un Vero Uomo che finalmente riempia di sé, e del suo mito, le testoline vuote e i cuori ormai incapaci di entusiasmo dei ragazzi”.

    Eravamo nel 1990. E poco dopo fu già 1994. Solo: le teste vuote sarebbero state anche quelle degli adulti.

  2. Riccardo Manzi scrive:

    Fa piacere scoprire questo articolo, anche se dopo più di venti anni; mi sentii parecchio solo.
    Quando Williams interpretò l’antagonista cattivo e psicopatico di Al Pacino, nel film “Insomnia”, ritrovai lo stesso ghigno inquietante che si stampava sulle labbra del professore de “L’attimo fuggente”…rivelazione! Sono lo stesso personaggio! È Keating che, dopo esser stato licenziato, ha cambiato nome, ha intrapreso la carriera di scrittore e, messo alle strette, commette le peggiori nefandezze. I conti tornano.

  3. anna scrive:

    Le pedagogie antiautoritarie sono quella cosa che ha liberato gli adulti dalle responsabilità per scaricarle sulle spalle dei ragazzini, allo scopo essenziale di privarli della naturale spinta alla ribellione verso l’autorità e mantenere le proprie vecchie chiappe solidamente insediate nelle poltrone del POTERE (che è cosa ben diversa dall’autorità). Leggasi Gli sdraiati di Michele Serra per credere.
    Quanto al film, se ne potrebbe anche discutere, ma se all’autore dell’articolo è sfuggito persino che quello che lui chiama “imbranataggine e debolezza.” è una condizione di solitudine affettiva, forse farebbe bene a rivederselo prima.

  4. L.C. scrive:

    ragazzi, era un film, uno stra-accidenti di film di cassetta per giovani cuori “romantici”, o presunti tali. il recensore di linus non ci capì un cavolo oppure – più probabilmente – aveva voglia di sparare sul successo dell’anno: capita. e quindi giù di autoritarismo bla bla e mussolini ecc ecc.

    fatto sta che si tratta di un film lineare come pochi, dall’inizio alla fine, ritagliato sul prof “ribelle” che sprona i ragazzi di un college MASCHILE anglosassone CONSERVATORE, PER RICCHI (il contesto non è tutto?) a essere loro stessi, con tutte le melensaggini del caso, ovvio. FINE, stop. portatemi un critico che l’ha incensato come un capolavoro: non esiste: è un film che ambisce a commuovere, non a riscrivere la storia del cinema o della pedagogia.

    L'”attimo fuggente” non è ambientato in una scuola diroccata e pubblica italiana. “la meglio gioventù italiana”, certo. adesso è colpa di questo film se quattro anni dopo il polo per le libertà ha vinto le elezioni. se è così, allora io mi isso sul banco e dico che invece ha preparato il terreno per il grunge e bill clinton. tanto è a chi la spara più scema.

    se avete conosciuto professori che si sono affidati all'”attimo fuggente” per svolgere le loro lezioni, anziché spiegare agli alunni la storia e l’italiano, non è colpa di peter weir e robin williams. idem se qualche deficiente ha pensato di radunarsi sotto il tronco di un albero in una foresta per leggere keats o withman o più probabilmente neruda. sono deficienti, punto. si vede che quella è una cosa per deficienti. è la cosa più stupida di tutto il film.

    ps dovesse morire dicaprio mi prenoto per sparare su titanic.

  5. reno scrive:

    la scuola è un’opportunità per formare coscienze. il film e l’articolo parlano di due punti di vista diversi: uno commerciale (il film), l’altro formativo (l’articolo). sinceramente meglio usare la scuola a scopi formativi anche se l’intero pianeta oggi pare sappia parlare solo una lingua commerciale, con un lessico limitato e con poche idee sulla vita.
    d’altronde, i film americani sono quello che sono, formano ad una vita basata sulla comunicazione e sui valori del mercato, del capitale. le loro scuole sono strutturate per questi scopi, per creare consumatori e non pensatori. e i film come questo rientrano nel materiale didattico di supporto, rappresentano un credito formativo.

  6. Mauro scrive:

    Premetto che non ho simpatia per il modello dell’insegnante carismatico (troppo facile, e quindi pericoloso, esserlo con i ragazzi) alla Keating, ma da qui a farne l’app pedagogica del Duce ce ne passa. Paterlini dimentica che a fare da tramite potente tra il professore e i ragazzi non è una ideologia ma l’amore per la poesia e la bellezza, di per sé antidoto a omologazione, conformismi, autoritarismi ecc Insomma, qui ad avere lo sguardo foderato di ideologia al punto da vedere ciellini e muccioliani anche dove non ci sono è qualcun altro, più di Peter Weir e Robin Williams. E a dirla tutta è davvero difficile (perché troppo facile?)non trovare commovente la scena finale dell’ Oh capitano mio capitano. Per poi magari vergognarsene un po’, subito dopo.

  7. Massimo Benvegnu' scrive:

    7 confutazioni il piu’ oggettive possibili di questo articolo assurdo.
    #1: Keating “È un adulto anfetaminico, sempre eccitato in modo inspiegabile, col proprio umore costantemente sopra tono.” WRONG. Chi non ricorda almeno la scena dove e’ seduto nel suo studio, il secondo movimento del concerto dell’Imperatore di Beethoven in sottofondo, mentre scrive alla moglie e parla con Neil? Keating e’ a volte allegramente sopra le righe, ma e’ proprio il fatto che quei momenti sono bilanciati da altri che li rendono piu’ importanti. E come si puo’ dire di un personaggio che e’ sempre eccitato e con l’umore sopra tono, se quando entra in scena, a tono basso, spiega agli studenti che siamo “cibo per vermi” e sussurra di “cogliere l’attimo”?
    #2:”Il professore del film mira a far diventare quei ragazzi tutti assolutamente identici e, inutile dirlo, identici a lui.” WRONG. Ma quando mai? A parte lo snodo narrativo in cui Neil trova il libro di Keating nel suo banco, che e’ l’unico stimolo diretto (oltre alle lezioni) di Keating a far ripartire la “Setta dei Poeti Estinti” – mi sembra che i ragazzi facciano di testa loro. C’e’ chi trova Keating noioso, chi eccitante, chi vorrebbe essere come lui (forse il timido Todd), ma le reazioni sono alterne. E soprattutto, c’e’ un momento nel film in cui Keating si PREOCCUPA delle reazioni altrui? No! Dov’e’ quindi il tentativo di omologazione, da parte di un uomo che dice a tutti “trovate la vostra voce interna” e “puoi contribuire il tuo verso”?
    #3 “Per questo professore c’è un solo modo di diventare “grandi” e “liberi”: essere sempre ipereuforici, leggere le poesie in pubblico anche se non se ne ha voglia, eccetera. Tutto il resto, altri modi legittimi di essere se stessi, tutta una fetta larghissima di vita, di emozioni, di espressioni di sé e anche di comunicazione, sono rase al suolo con violenza sconvolgente.” WRONG. OK, citazione diretta: “We don’t read and write poetry because it’s cute. We read and write poetry because we are members of the human race. And the human race is filled with passion. And medicine, law, business, engineering, these are noble pursuits and necessary to sustain life. But poetry, beauty, romance, love, these are what we stay alive for.” Dov’e’ la violenza sconvolgente, caro Paterlini?
    #4 “Una debolezza da umiliare senza pietà davanti a tutti” Veramente la scena tra Keating e Todd (immagino si riferisca a questa, il recensore cosi’ acuto da non scrivere neanche una volta in tutto l’articolo almeno il nome di un personaggio o descrivere con correttezza una sequenza) e’ una UMILIAZIONE SENZA PIETA’??? Non dimentichiamo che e’ proprio Todd il primo a salire sul banco alla fine… segno che quella sua ‘debolezza’ era stata sconfitta, e che quindi il professore aveva fatto il suo dovere (se vogliamo credere che il ruolo degli educatori sia quello di insegnare a convivere con noi stessi)
    #5 “Il gioco nel cortile, ad esempio – che, nonostante le apparenze, reca lo stesso segno della pedagogia della frusta. Tutte queste scene evocano – con paradossale nitore – non le scuole alternative, l’autogestione pedagogica, l’antiautoritarismo educativo, ma un sadismo alla David Copperfield, e l’odiosità della vita di caserma.” Voglio ricordare che Keating invita chiunque a marciare secondo il proprio ritmo. All’inizio della scena tutti marciano allo stesso modo, ma poi Keating parla della facilita’ del conformismo, e invita a muoversi nel cortile ognuno secondo il proprio stile e volere. Forse l’autore della recensione ha visto solo l’inizio della scena?
    #6 Queste scene, che poi sono la gran parte del film… DATO OGGETTIVO: Keating appare per meno della meta’ del film.
    #7 (e dopo basta, per carita’…) “Eccoli, dunque, questi studenti apparentemente vivi, vivissimi, in realtà burattinizzati fino al midollo. Con la mobilità iperesaltata del legno mosso da un’abile mano, e l’anima di stoffa e aria, senza vita, senza autonomia. Non ragazzi resi finalmente consapevoli e maturi, ma replicanti. Muccioliani instupiditi. E – naturalmente – fanatici. Come fanatico è essenzialmente il loro santone, non a caso completamente somigliante ai leader tutti uguali delle sette pseudoreligiose, e a nessun educatore libertario o illuminato che si conosca.” No comment. Veramente Knox Overstreet che prende il coraggio a due mani per chiedere ad una ragazza di uscire vi sembra un Muccioliano instupidito e replicante? Suvvia.

  8. Vera scrive:

    Ma l’avete mai visto un vero poeta? Avete mai letto della vita di un poeta? O (se contemporaneo) ci avete mai parlato? Vi sembra che un vero poeta (con quanto di scomodo, indigesto, difficile, irriducibile pertiene alla vera poesia) avrebbe apprezzato “L’attimo fuggente”?

    La realtà è che siete una massa di egocentrici e pensate solo a voi. Voi e il vostro rapporto adolescenziale col film. Ma pensate all’oggetto del film: i veri poeti. I veri poeti avrebbero cacato in testa al prof. come si chiama e a tutta la stomachevole produzione hollywoodiana del film! Non c’è niente di più antitetico a Hollywood della poesia. E allora? Di che CAZZO stiamo parlando?

  9. lucowski scrive:

    Se poi qualcuno si ricordasse pure che c’è un suicidio di mezzo e che le forme della narrazione in quello che viene chiamato “Occidente” risalgono in buona parte alla tragedia, magari, sarebbe pure quello di un qualche valore: il desiderio infinito incontra un ostacolo, ops, ahia, che male! Finito.

  10. L.C. scrive:

    Grazie massimo benvegnù
    Vera, posa il fiasco

  11. lucowski scrive:

    Ho commentato l’articolo con un torno saccente e stupido almeno quanto quello dell’articolo stesso. Reazione emotiva a un disagio critico, suppongo. Comunque, davvero, che il film descriva una macchina repressiva e che ci sia una vittima non può non significare niente e impedisce un’interpretazione morale così univoca. Del resto perfettamente confutata anche nella sua logica interna da Massimo Benvegnù.

  12. Lalo Cura scrive:

    dov’è che si può vedere un vero poeta?
    cosa bisogna fare per parlargli?
    riceve per appuntamento? bisogna prenotare?
    è il sogno della mia vita incontrarne uno, dài, aiutatemi a realizzarlo
    grazie

    lc

    i.t.
    paterlini scrisse un cumulo di cazzate gratuite su un innocuo filmettino americano di seconda-terza fascia
    mi piacerebbe sapere se è ancora dello stesso avviso

  13. Vulfran scrive:

    Concordo con quanto scritto da Massimo Benvegnu’. Se dall’analisi di un film fatta risulta che la trama stessa del film non è stata capita ‒ la scena in cui il prof. capisce che Todd ha un problema e fa in modo che riesca ad esprimerlo presentata come “umiliazione senza pietà”; la scena in cui fa marciare allegramente gli studenti battendo il ritmo per far capire loro quanto possa essere facile adeguarsi “allegramente” al gruppo e perdere la propria individualità presentata come il suo contrario, ossia come “pedagogia della frusta” ‒ ne consegue che l’analisi è sbagliata. Tra l’altro nel film è pure netta la separazione tra l’upper class del college in cui insegna Keating ‒ incentrata sul controllo del corpo e delle emozioni e volta al conseguimento di beni finanziari come beni esistenziali ‒ e la lower class del college cittadino, in cui l’adolescenza è più vitale e corporea (e mica hanno Keating a forzarli a far casino!).
    Insomma, mi pare che Paterlini abbia visto nel film quello che non c’era, confondendo fascismo e proto-berlusconismo con l’insegnante che sa educare (da “educere”, condurre/trarre fuori). Che male c’è ad ammettere che in certi momenti della vita qualcuno con particolari doti di maestro e guida possa essere di aiuto?

  14. M.P. scrive:

    L’articolo di un frustrato, che evidentemente non ha mai vissuto la bellissima esperienza di avere un professore entusiasta, empatico, che se anche ti “costringe” ad andare contro le tue debolezze lo fa per tirare fuori il meglio che hai, non per allinearti autoritariamente al suo pensiero.
    O semplicemente, come qualcuno ha detto, il classico recensore controcorrente che si scaglia sul successo del momento.

  15. Luciano scrive:

    Roba vecchia, brillante nello scovare coswe che si possono scovare in altrettanti prodotti mediocri, ma anche di alta qualità. Don Milani comunque nella sua severità esigeva una scuola insopportabile ai libertari. Ricordiamocelo!!!

  16. FRANCESCA DEL MORO scrive:

    Anche io ringrazio Massimo Benvegnù per le sue parole.

  17. Sicula Trinacria scrive:

    Finalmente posso dirlo! A me il film non piacque. Ma me ne vergognavo. Se mi fossi espressa, decisamente controcorrente, mi avrebbero presa per la solita bastian contraria….Non mi piacque dalla prima scena “rivelante”: quella in cui l’originalissimo prof ridicolizza il libro di testo e ORDINA agli alunni – metà sorpresi e metà divertiti – di strapparne le pagine. Lo considerai un atto prepotente e violento. Ai ragazzi veniva negata qualsiasi capacità critica. Il testo non veniva discusso, non se ne cercava la validità o la si negava dopo dimostrazione e riflessione: semplicemente la si DOVEVA strappare. Si creava insomma un nuovo libro di testo censurato, da studiare. E anche quel “Capitano, mio Capitano” mi sembrò decisamente in contrasto con la presunta “libertà” che il docente voleva diffondere. E poi, non capire il dramma del ragazzo che morirà suicida. Peggio, intuirlo ma tacere. Non avere niente da dire o da fare. E l’accettazione patetica del licenziamento…Insomma, un film strano che, appunto, suscita emozioni strane, sospette e quasi preoccupanti.

  18. Forras scrive:

    “un film strano che, appunto, suscita emozioni strane, sospette e quasi preoccupanti”

    A mbriachi de piscio

  19. vitto scrive:

    No dai Goffredo, non ti incazzare, dai…

  20. Fuggite scrive:

    Ringraziamo Massimo Benvegnù e L.C. Vera posa il fiasco.

  21. Filippo scrive:

    Il gusto di andare contro l’opinione comune per essere letti. Dispiace e mi delude vedere un sito così brillante e spesso illuminate dare adito a questi articoli che vivono solo perchè in controtendenza.

  22. nick0 scrive:

    l’unica critica fattibile al film è quella sul ‘carpe diem’ e sul ‘cibo per vermi’, che aprono la strada a una filosofia di vita nichilista/edonista, senza orizzonte ultimo, e ‘chi vuol esser lieto sia’……… in pratica una stronzata che se l’avessi presa a modello in quegli anni ’90 a quest’ora stavo già sottoterra…
    per il resto mi ritrovo con quello che ha scritto qui a commento Massimo Benvegnu’

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