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I fumetti della quarantena – Conversazione con Dottor Pira

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Dr. Pira è un fumettista geniale, il sito che raccoglie alcuni suoi fumetti, “I fumetti della gleba”, è diventato, ormai, un oggetto di culto per molte persone e alcuni protagonisti delle sue storie, come Sergio, sono ultracitati in giro per la rete. Si ride tanto con Pira e si ride perché i suoi fumetti sono impregnati di nonsense e di una totale libertà di ambientazione e costruzione delle storie.

E, in questo momento storico dove l’ultra-reale è penetrato nelle nostre abitazioni, ho voluto conversare con Pira sul senso e sul non senso del suo lavoro e di questi giorni.

Oggi ho visto per la prima volta, dopo tre settimane, la prima persona oltre mia moglie e mio figlio, un idraulico che è venuto ad aggiustare la caldaia. Non pensavo di emozionarmi così tanto. Come stai trascorrendo le tue serate?

Bene, sto facendo degli streaming. C’è tanta gente che segue tanto i contenuti online perché sono tutti a casa e hanno modo di seguire i contenuti. Quindi, chi fa contenuti ne fa di più, è una bella cosa. Poi avevo un po’ di cose in ballo da fare e ci stavo lavorando. Io solitamente giro tantissimo ma mi piace anche stare a casa e, quindi, da questo punto di vista, non mi pesa.

A cosa stai lavorando?

Ho appena finito un libro che è stato posticipato, uscirà a giugno. L’avevo finito subito prima di questa epidemia. Solitamente quando finisco una cosa preferisco fare dell’altro ma non potevo e mi sono messo a lavorare nuovamente. Ho fatto una miniserie che volevo pubblicare online e poi gli streaming. Avevo già fatto presentazioni con elementi multimediali, con i powerpoint, ma gli streaming sono più impegnativi, non credevo.

La prima presentazione in streaming che ho fatto era tutto uno studio sui puffi, che era legato al terzo Gatto Mondadory. Mi sono riletto il libro, me l’ero quasi scordato, ed è una cosa che non avrei fatto in un altro periodo. In genere preferisco fare cose nuove piuttosto che tirare fuori quelle vecchie ma riprendere quelle idee e rimontarle per fare la presentazione online non mi è dispiaciuto, è stata una buona occasione per rimettere insieme appunti un sacco di appunti di anni fa che non avevo mai ripreso in mano.

Dopo questo periodo di quarantena forzata, secondo te, ci sarà un’esplosione di creatività importante o continueremo quello che abbiamo fatto prima e che abbiamo interrotto?

Io spero di sì ma, per quanto riguarda, non mi cambia tantissimo. Ho continuato a fare le stesse cose che facevo ma senza spostamenti. Mi piace andare a disegnare in giro, e per fortuna l’ho fatto per abbastanza tempo da riuscire a riportare lo stesso feeling anche a casa. Super Relax, ad esempio, l’ho disegnato a mare, tutta la saga di Gatto Mondadory in montagna.

Quindi sposti la location ma la tua creatività resta immutata.

Per me è così, ho sostituito gli spostamenti per le presentazioni con gli streaming, e mi piace questa modalità, è un po’ come avere degli ospiti immateriali in casa, è comodo. Per quelli che fanno una vita simile alla mia non ci sono state grandi difficoltà, mentre per altri che sono abituati ad uscire per fare il loro lavoro è più dura. Molta gente vedeva nella quarantena solo una costrizione a non fare e a non vedere, e spero che ora, dopo aver esaurito il momento compensativo delle serie tv,  abbia scoperto che è un periodo buono per fare altre cose trovando così un lato positivo.
Solo che ci sono molti ostacoli a godersi una situazione simile. Fare una qualsiasi attività ricreativa a casa senza aspettative è più difficile di un tempo. Credo che in quest’epoca abbiamo un po’ tutti un’ansia da performance molto forte data dal dominio degli share, e questo può essere limitante perché ci fa perdere di vista il vero obiettivo – che è godersi le cose.

Nel 96-97 con i Fumetti della Gleba facevo le fanzine ed era più facile esprimermi senza pensare ad altro perché non c’era un modo di enumerare il successo della cosa. Quasi subito ho fatto il sito internet ed ero contento così perché pensavo che in qualche modo potessero leggermi in tutto il mondo. Dopotutto il mio sito internet era visibile quanto quello della Casa Bianca. Era l’internet 1.0. Con l’internet social le cose sono diverse: è inevitabile trovarsi a confrontare i tuoi numeri di share con quelli di tutti gli altri. E’ovvio avere la tentazione di giocare la carta facile solo per fare più numeri di quell’altro che ti sta antipatico. Ci ho messo un po’ a capire che quell’approccio porta qualcosa solo nel breve termine, ma sul lungo termine ti ammazza il divertimento e quindi anche tutte le idee migliori.

Ricordo che sui Fumetti della Gleba c’era una sezione del sito che aveva delle foto porno, non ricordo bene…

No, no, era una sezione per i pedofili con le mie foto da piccolo. Col primo internet era divertente fare queste cose provocatorie, perché erano controproducenti, pericolose, e basta: come tutte le cose divertenti che si fanno da giovani. Adesso, con il dominio dei numeri, le stesse identiche cose sono divenute commerciali perché fanno numeri. Tutti sanno che se lanci qualcosa che provoca una reazione facile o divide le opinioni, quella cosa rimbalzerà sui social molto facilmente. Al tempo, semplicemente, rischiavi una denuncia, e questo faceva molto più ridere. In quel periodo c’erano tantissimi casi di pedofili, veri o presunti tali, che prendevano foto dal web e allora pensai di mettere le mie foto da piccolo sul sito per facilitargli il compito.

Una grande provocazione che oggi non sarebbe ben presa.

Sì, tra l’altro in questi giorni mi ha scritto una mail una persona che mi chiedeva perché non ci sono sul sito più fumetti come Capitan Giustizia o Gabonzo. Mi capita abbastanza spesso, e vengo sempre accusato di una una forma di autocensura: pensano che il mio intento sia tagliare le cose più controverse per cercare di essere adatto alle famiglie. Un approccio simile poteva essere adatto a quello scopo vent’anni fa. Oggi, come ti dicevo prima, è l’esatto contrario: l’approccio commerciale arraffa like si basa molto spesso sulla provocazione e sullo scandalizzare. Chiunque è capace di scrivere le bestemmie, io l’ho già fatto quando non lo faceva quasi nessuno e se proseguissi sulla stessa strada mi ripeterei. Qualche anno fa ho rifatto il sito da zero, e mi ero riproposto di ricaricare tutti i fumetti vecchi. Per un po’ l’ho fatto, poi ho preferito impegnare il tempo nel fare storie nuove. Tanto tutti i fumetti vecchi li ho pubblicati nell’Almanacco dei Fumetti della Gleba. La provocazione è un po’ un patto col diavolo, fai un sacco di numeri ma alla fine se stai a sentire quello che ti chiede la gente rimani solo con la provocazione, tipo Jenus, che continua a funzionare ma è un involucro vuoto.

Il tuo linguaggio di adesso, però, che ha anticipato l’epoca dei meme e la comicità nonsense della rete è, ormai, alla portata di tutti.

Sì, prima i miei fumetti facevano ridere solo quelli che ne capivano l’approccio, e non erano molti. Ricordo che venivano pubblicati su forum disparati, e generalmente due persone si esaltavano, mentre altre dieci sconcertate scrivevano che non capivano come una cosa simile potesse far ridere. L’approccio dominante era quello della satira, cosa che io non ho mai fatto. Oggi è molto diverso. Allo IED, dove insegno da anni, non mostro mai i miei lavori, ma in genere dopo un po’ gli studenti, che hanno 18/19 anni, li trovano. Sei o sette anni fa li capivano due studenti su trenta, gli altri rimanevano spiazzati. Oggi più o meno tutti capiscono di cosa si tratta. Che gli piacciano o meno i disegni o le storie, nessuno mette in dubbio che si tratti di un genere “regolamentare” di fumetti.

Arriva Sergio, per fare un esempio, è paradossale ma è ancorato alla realtà. Si assume problematiche nostre. Com’è nato?

C’entra Marco Caizzi che mi hai detto di aver conosciuto sul Forum del Mucchio. Stavamo andando a Milano, viaggiavamo in macchina per andare ad un festival che avevo organizzato dove suonava anche lui. Ragionavamo sul modo in cui scrivo le storie e pensavamo che non ero mai partito dalla descrizione di un personaggio per la costruzione della trama. Abbiamo provato a caso al figura del tecnico informatico. Ci chiedevamo “come potrebbe essere?”, e abbiamo aggiunto dettagli. “Sulla sessantina, sovrappeso, con la barba, della prima generazione dei computer, che ascolta i Boston e ha la macchina d’epoca”. Appuntai tutto sul cellulare e me ne dimenticai. Dopo un po’ di tempo, ripresi in mano questi appunti e provai a creare Sergio.

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Tendenzialmente faccio l’opposto, mi piace che sia io come scrittore che il lettore non si approcci alle storie in in maniera superficiale, preferisco che ci si relazioni in maniera astratta. Non so perché. Papa Francesco, ad esempio, è un’astrazione del Papa. Oppure Gucci Blaze, che è un personaggio talmente astratto che non solo non saprei collegarlo a una persona fisica: non saprei nemmeno a quale concetto platonico potrebbe rifarsi. Ma non ha una genesi cervellotica, è semplicemente nato a furia di stratificare le storie, si è formato da solo. Quello mi diverte molto.

Con Sergio è stato diverso. Avendo scritto il personaggio come prima cosa, era molto più facile che fosse capito dal pubblico perché diventava automaticamente quel che si dice “un contenuto relazionabile”, ossia l’esatto opposto dell’approccio astratto che ho di solito. Ma ho scoperto che mi piace osservare come un personaggio così, che nasce in una descrizione sommaria, si comporta nelle varie situazioni. Rivela dei lati che non ti aspetti. E’ un’altra roba rispetto a quello che facevo all’inizio, ma sono entrambe cose divertenti.

Di Sergio, ad esempio, avevo un libro mezzo pronto, stavo disegnando le storie e, durante la creazione, ho capito che è venuto fuori simile ai personaggi noir di Chandler oppure a Golgo 13, il manga di un cecchino che viaggia in tutto il mondo per portare a termine le sue missioni. In quelle storie tutti i personaggi parlano tantissimo, tranne il protagonista generalmente non dice nulla. Arriva, e risolve le cose. Ecco, Sergio in questo è come Golgo 13 – molti tecnici informatici sono così.

Cosa stai creando adesso? Che idea stai sviluppando?

Ho quintali di roba. C’è Topo e Papero che uscirà per Feltrinelli Comics, c’è Sergio. Avevo in cantiere anche un altro progetto che volevo finire…Il fatto è che i progetti di fumetti vanno lanciati con calma, per non perderli in mezzo al marasma di roba che esce. Ecco, ho un libro di Gabonzo che potrebbe uscire da un momento all’altro, è una roba veramente pazza.

Che fumetti leggi?

A me i fumetti sembrano una specie di lusso, hanno un prezzo alto ma durano poco. Sembrano quasi una cosa gourmet, e allora li degusto a casa, sul divano. Sto leggendo tanti manga ma anche roba americana alternativa. Oppure un sacco di cose pazze come i cloni anni 60/70 di Topolino: Miciolino, Tigrotto robe così. Veramente estremi.

Quanta pancia ci metti nel tuo flusso creativo e quanto cervello?

Solitamente solo pancia, le cose più ragionate le scarto. Non avevo mai parlato di come faccio fumetti ma quando ho creato Super Relax ho capito che stavo parlando proprio di quello, del processo creativo in sé. Il relax è un concetto astratto, dipende da come lo intendi tu. Da come l’ho capito io, è uno stato d’animo che si trova agli antipodi rispetto all’idea di sopravvivenza materiale, che è il motivo per cui in genere si fa un’attività che viene remunerata con uno stipendio. È un’idea molto semplice e immediata se raccontata in una storia, ma diventa complicato spiegarla a parole, quindi non lo farò qui. Quando dovevo presentarlo in giro avevo capito che, invece di spiegarla a parole, era più utile far provare un processo creativo, per cui ho fatto dei workshop.

Che risposta ti dà solitamente il tuo pubblico?

All’inizio pensi che la cosa figa sia che pubblichi libri e diventi fumettista ma, in realtà, la cosa veramente bella è quando pensi ad una roba e poi la fai veramente – da ragazzino non avrei mai immaginato di poter dedicare tutto il tempo a far fumetti e a pensare a come si scrivono storie. Quello è il vero lusso, se ti piace veramente. Se non ti sembra un lusso, ti piace solo la popolarità. Alla fine mi sono reso conto, quando ho fatto la raccolta di fumetti per l’Almanacco, che il senso era quello. Tutti al liceo abbiamo fatto fumetti sui foglietti, sui docenti, sui compagni di classe, o su robe senza senso, poi la lasci lì come idea. Io semplicemente l’ho portata avanti evolvendola volta per volta. Così sono nati i Fumetti della Gleba.

Secondo te, da questo periodo, dominato da questo virus che sta spaventando e preoccupando, potrebbe uscire qualcosa di tuo di inerente?

Come tutte le crisi, dipende da come te le vivi. Se cerchi di girarci attorno e aspettare che passi, non serve a granché. Se usi la situazione in modo diverso, può servire. Certo, ci sono persone che non possono fare il lavoro che fanno di solito e per loro può essere triste. Però, in altri casi, la creatività può essere aiutata. Però adesso creatività è un termine molto abusato, dipende da che relazione hai con essa. L’isolamento ti costringe a venire a patti con la vita, può essere bello ma può essere anche traumatico per chi lavora di arte. È molto semplice sentirsi inutili perché un giorno stai male e non hai lavorato. Però conta l’atteggiamento mentale, se la situazione di angoscia riesci a sublimarla, ti rendi conto che puoi fare tutto.

Cosa hai studiato? E cos’altro hai fatto per lavoro?

Ho studiato Design e la mia tesi era su un interfaccia. Quello che studiavo un tempo ora non è più preso in considerazione nel panorama tecnologico. Ad esempio, la disposizione dei tasti che ora usiamo con due pollici sul telefono è nata da un contesto completamente diverso: era stata studiata per avere la massima efficienza quando si utilizza con dieci dita. Può essere naturale sentirsi incapaci quando la si usa con sole due dita, perdipiù senza il feedback tattile. Una soluzione che è uscita fuori ora per aggirare questa sensazione è l’interfaccia vocale, ad esempio. Ma ti dà l’impressione di avere a che fare con un incapace, non sei tu ma il telefono a diventare un inetto. In realtà, è solo l’interfaccia ad essere sbagliata, per cui tra noi e la macchina c’è una barriera.

Quando ho cominciato a disegnare, disegnavo anche realistico. Per lavoro ho fatto anche storyboard e notavo che, nei fumetti, c’era sempre la questione del bello e io venivo catalogato come “fumetto disegnato male”. Ma a me piaceva quello che facevo, non ero d’accordo e mi sembrava un po’ la questione di metà Ottocento del mondo dell’arte, come i primi quadri degli impressionisti che, all’epoca, erano considerati “disegnati male”.

Ad esempio, quando è uscito “dejeuner sur l’herbe” di Manet gridarono allo scandalo e mi pare accadde pure una rissa. Erano tempi più focosi, ora la discussione purtroppo è più passiva. Ci sono tanti modi di comunicare e, per me, il mio modo di disegnare è solo un’altra possibilità. Il fumetto è un arte più giovane e, quindi, ancora vengono accettate solo le cose disegnate bene ma, in realtà, io voglio far capire che il mio non è un intellettualismo ma è solo una nuova possibilità creativa.

D’altronde il fumetto, con un bel disegno, vende di più, è una chiave di lettura più facile. Ci sono fumettisti bravi a farlo ma ci sono anche persone che disegnano così solo perché hanno visto che funziona, e non hanno nessun altro scopo se non l’avere un consenso.

Io penso che quello che ho fatto sia alla portata di chiunque, l’unica cosa è che ci ho ragionato per anni. Poi non tutti, forse, hanno voglia di stare venti anni a disegnare fumetti come i miei, ma è necessario non porsi limiti, seguire il collegamento libero delle idee per vedere dove ti portano senza darsi un limite di performance.

 

Francesco Bove ha pubblicato nel 2019, per Arcana, “Joao Gilberto – Un impossibile ritratto d’artista”, il primo libro italiano sul padre della Bossa Nova. Ha scritto, inoltre, per webzine musicali come “Mescalina” e “Indieforbunnies”, per testate come “Flanerì” e “KLP Teatro” e ha creato nel 2017 “L’Armadillo Furioso”, un blog culturale che si occupa principalmente di teatro, cinema, libri e fumetti.
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