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Le Funkeiras in Brasile, quando la musica è femminista e anti-establishment

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di Francesco Bove

Il nuovo numero di The Passenger – Brasile, il volume edito da Iperborea che raccoglie reportage e saggi su un paese, è, come sempre, ricco di proposte interessanti e offre una serie di inchieste e racconti che lasciano a bocca aperta. C’è il pezzo di Jon Lee Anderson, giornalista del New Yorker, che racconta Bolsonaro e la gente che lo ha eletto; c’è il bellissimo reportage, scritto da Bruno Paes Manso e Camila Nunes Dias, sul mondo del narcotraffico; c’è “Il tempio è denaro”, un racconto appassionante sull’ascesa dei movimenti neopentecostali in Brasile che fa emergere un lato del Brasile poco conosciuto.

Il giornalista di Bloomberg Alex Cuadros, infine, coglie benissimo uno degli aspetti del degrado culturale brasiliano: Rede Globo. Gestito dalla famiglia Marinho, i suoi palinsesti sono in grado di condizionare la vita politica e culturale del paese gestendo, tra l’altro, la routine quotidiana di tantissimi brasiliani.

Sono solo alcuni dei ritratti offerti da The Passenger – Brasile ma, in questo mio articolo, voglio focalizzarmi sullo spunto offertomi dal sempre ottimo Alberto Riva, cioè il fenomeno delle funkeiras che, soprattutto dopo la morte di Marielle Franco, assume un ruolo sociale sempre più decisivo.

Il funk brasiliano nasce come genere musicale ibrido con basi nella cultura americana degli anni sessanta. Per buona parte degli anni settanta è stato così e, solo a partire dagli ottanta, è divenuto un elemento della cultura urbana carioca, fortemente legato alla baraccopoli nera di Rio de Janeiro. Il samba era entrato a far parte dell’establishment musicale brasiliano e la popolazione giovane del morro cominciò a non sentirsi più rappresentata da un genere, ormai, divenuto borghese. Fu grazie a Radio Tamoio che la gioventù degli anni Settanta entrò in contatto con un repertorio di musica soul vastissimo e, soprattutto, con James Brown, l’arcivescovo della confraternita del funk.

Nei primi anni ‘90, il funk di Rio de Janeiro entrò a far parte del linguaggio criminale, come ben racconta Riva, e il governo arrivò addirittura a bandirlo ma, solo negli ultimi anni, col fenomeno delle funkeiras è accaduto qualcosa di veramente eclatante.

I giovani della comunità nera hanno cercato un’identità nella musica funk e si è creato un rapporto molto forte tra questa e la favela. Per molto tempo dominata non solo da cantanti e autori maschi ma anche da testi in cui le donne erano intese come oggetto da sottomettere, buone solo a soddisfare i desideri sessuali del maschio, il funk esprimeva così la rabbia di una minoranza sconfitta, che cercava nella criminalità il suo sfogo e nel patriarcato il suo retaggio culturale.

Tati Quebra-Barraco è stata la prima funkeira che ha ribaltato completamente il genere musicale dandogli una connotazione diversa, più femminista. Grazie a lei, una nuova generazione di cantanti, le “mulheres do funk” come Mc Carol, ha imposto un nuovo canone di bellezza, un corpo meticcio che non corrisponde a quelli esposti dalle modelle bianche sulle riviste patinate ma che esprime una voglia di ribellione mai vista, prima, in Brasile. Alcuni lo hanno etichettato come “nuovo femminismo”, altri minimizzano il fenomeno denominandolo “pornofunk”.

In Italia, prima dello scritto di Alberto Riva, non avevo mai sentito parlare delle funkeiras, nemmeno dagli addetti ai lavori, nonostante il riconoscimento del funk come cultura da una legge statale del 2009. Il concetto di “donna ideale”, così come diffuso dalla società patriarcale, viene completamente ribaltato, nei testi delle funkeiras vengono prese in considerazione unicamente le tensioni multiple che animano il corpo di una donna.

Il palco diventa una zona di resistenza dove far esplodere questa vitalità attraverso performance eccessive e distruggere, così, tutti quei meccanismi che il sistema economico coloniale ha diffuso. Disapprovate dai media tradizionali, le funkeiras godono, oggi, di grande successo grazie ai social network e a YouTube e il baile funk carioca è un esempio di come elementi culturali diversi possono combinarsi e dare vita ad una creazione collettiva, condivisibile, popolare che riesce, nonostante tutto, ad imporsi al centro del dibattito di una società frammentata e provvisoriamente umiliata, oggi, dall’autoritarismo del suo presidente.

Francesco Bove ha pubblicato nel 2019, per Arcana, “Joao Gilberto – Un impossibile ritratto d’artista”, il primo libro italiano sul padre della Bossa Nova. Ha scritto, inoltre, per webzine musicali come “Mescalina” e “Indieforbunnies”, per testate come “Flanerì” e “KLP Teatro” e ha creato nel 2017 “L’Armadillo Furioso”, un blog culturale che si occupa principalmente di teatro, cinema, libri e fumetti.
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