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Il fuoco dentro “Jesus’ Son” di Denis Johnson

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Nella copertina della nuova traduzione italiana di Jesus’ Son, a cura di Silvia Pareschi, le dita di una mano reggono un fiammifero acceso, sul punto di spegnersi. L’incendio però è già divampato ed è dentro le cento pagine che compongono questa raccolta di racconti spietata e di bellezza accecante, scritta da Denis Johnson all’inizio degli anni Novanta. Troveremo uomini derelitti e donne sbandate, figure ai margini, persone che frequentano i bordi delle città, piccole o grandi città che siano, e violenza e amore, territori che in letteratura abbiamo incrociato altre volte – nella fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr, ad esempio – o che possiamo scorgere tra le pieghe della nostra società, aprendo bene gli occhi. I personaggi di Jesus’ Son sono dentro e sono fuori le loro storie.

Dentro e fuori: succede subito, con il primo racconto, «Incidente durante l’autostop», una storia breve da un migliaio di parole. Un uomo è in viaggio tra il Texas e il Missouri; sale su tre macchine diverse, la prima guidata da un commesso viaggiatore che «guidava dormendo» passandogli una bottiglia di bourbon, quindi uno studente pieno di hashish, infine una famiglia di quattro persone. Questa storia – ma vale per tutto Jesus’ Son – è raccontata come se fosse una trasmissione radio con frequenze disturbate, interferenze che schizzano sulla scena alimentando il corto-circuito temporale. In pochi istanti arriva il momento fatale, già enunciato nel titolo del racconto: un incidente sotto la pioggia, un morto sull’altra automobile. A questo punto lo stacco è sul narratore, anni dopo, che ricorda quegli istanti tremendi vissuti in stato d’alterazione, gli attimi con l’uomo in fin di vita: «non poteva dirmi cosa stava sognando, e io non potevo dirgli cosa reale».
«Incidente durante l’autostop» è il racconto da studiare se si vuole scrivere una storia breve, ha detto Jeffrey Eugenides.

Quelli di Jesus’ Son sono posti sotterranei, poco illuminati – ma non per questo privi di luce – dove le cose sembrano accadere per caso, dove gli spostamenti avvengono per caso, dove gli incontri avvengono per caso, finendo in abitazioni squallide o in strade malfamate (in «Due uomini»), oppure al Vine («Fuori su cauzione»), «un locale lungo e stretto, come la carrozza di un treno che non andava da nessuna parte», con gli avventori che «sembravano tutti scappati da qualche posto: su diversi polsi ho visto braccialetti di plastica dell’ospedale. Cercavano di pagarsi da bere con le banconote false che si erano fatti da soli, con la fotocopiatrice». E ancora, «Ma ogni volta che entravo in quel posto c’erano facce offuscate che promettevano tutto, e che subito dopo rivelavano la propria monotonia e ordinarietà, alzando lo sguardo su di me e commettendo lo stesso errore», e ogni città, ogni quartiere ha il suo Vine.

Poi c’è il titolo della raccolta, Jesus’ Son, che arriva dai Velvet Underground. «Heroin» dura più di sette minuti. I primi 1:45 contengono questi versi, scritti e cantati da Lou Reed:

«I don’t know just where I’m going / But I’m gonna try for the kingdom if I can / ‘Cause it makes me feel like I’m a man / When I put a spike into my vein / Then I tell you things aren’t quite the same / When I’m rushing on my run / And I feel just like Jesus’ son / And I guess that I just don’t know /And I guess that I just don’t know».

Sotto rimbombano le percussioni vagamente lugubri di Moe Tucker; più avanti arriverà la viola elettica di John Cale, a graffiare, letteralmente. Cale ha detto che la canzone parla di un desiderio feroce.

Ora, Jesus’ Son racconta storie decisamente feroci, ma non è un libro di disperati o per disperati, ed è davvero meraviglioso scoprire, pagina dopo pagina, come la materia raccontata da Johnson sia intrecciata tra sé: fluisce, proprio come la vita. In un racconto che ha un avvio piuttosto pulp, «Emergenza», i due protagonisti, a un certo punto, finiscono in un drive-in sotto una nevicata abbondante. « – Danno un film in mezzo a una cazzo di tormenta! – ha urlato Georgie». Il narratore delle storie, poi, viene chiamato Fuckhead, Testadicazzo. A questo proposito, Johnson ha detto due cose: a) che quando gli capitava di leggere questi racconti in pubblico, in alcuni momenti, la gente rideva, e b), che Fuckhead, be’, era il suo soprannome, da ragazzo.

Il fatto è che nelle fragilità non si consumano solamente drammi, così come anche nelle esistenze più perdute esistono, perché no, attimi di felicità. Esistono modi diversi per mettersi sulle tracce del sogno di una vita migliore. In «Matrimonio sporco», Fuckhead decide di seguire un tizio salito all’ultimo istante sul treno. Senza alcun motivo. Lo segue per qualche minuto, origlia le sue conversazioni. Poi, scoperto, scappa via. «Avrei potuto seguire chiunque fosse sceso da quel treno. Sarebbe stato lo stesso». Subito dopo, in «L’altro uomo», è lui, Fuckhead, a essere abbordato da un altro uomo, che gli offre della birra presentandosi come un uomo d’affari polacco. Il tipo gli racconta di Varsavia, della città nella notte, e di un parco nel cuore della città, e della polizia. Qualche caraffa di birra dopo, il tale ammette: «– Al diavolo. Non sono polacco. Sono di Cleveland». La reazione di Fuckhead è lapidaria: «– Be’, allora raccontami qualche storia su Cleveland».

Ecco come Jesus’ Son riesce a legarci a sé: ogni frase annuncia qualcosa – lasciando intravedere altro ancora, in una sovrapposizione di immagini – per infrangersi nella successiva, che distrugge la precedente in schegge di cristalli.
Vale la pena riportarne qualcuna:

«Mi credete se vi dico che in fondo al cuore era buono? La sua mano sinistra non sapeva cosa faceva la destra. È solo che certi importanti collegamenti erano bruciati. Se vi aprissi la testa e vi passassi una saldatrice sul cervello, potreste diventare così anche voi».

«Ho immaginato che Wayne fosse la tempesta che l’aveva fatta arenare lì».

«Perché dopotutto, sogno di un altro oppure no, per certe piccole cose quel giorno si stava rivelando uno dei più belli della mia vita».

«Le carte erano sparpagliate sul tavolo, a faccia in su, a faccia in giù, come a predire che qualunque cosa ci fossimo fatti sarebbe stata lavata via dall’alcol o giustificata da una canzone triste».

«Mi sono seduto davanti. Accanto a me c’era la piccola cabina riempita dal conducente. Lo sentivi materializzarsi e smaterializzarsi lì dentro. Nell’oscurità sotto l’universo non aveva importanza se il conduttore era cieco. Percepiva il futuro con la faccia. E all’improvviso il treno si è zittito come se fosse rimasto senza fiato, e siamo rispuntati nella sera».

Senza fiato, nella sera. E così divampa l’incendio dentro Jesus’ Son. Illusioni e speranze a cui aggrapparsi si ammassano nella mente, mentre un treno corre veloce; chiudi gli occhi e sei indietro o avanti nel tempo, in una zona solamente immaginata, in un passato disfatto o in un futuro che nasconde il sogno di un riscatto e gli inevitabili fallimenti di là da venire, dietro una nebbia di promesse e lampi di felicità condensati in uno spazio e in un tempo minuscoli.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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