torino

Fuori dalle mura, in una giacca rossa sbiadita

torino

Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Andrea Bajani

Ogni tanto vedo ancora per strada pensionati Fiat con indosso le giacche a vento delle Olimpiadi del 2006. Le mettevano alla fine del turno, talvolta anche per entrare a Mirafiori. Ma soprattutto le indossavano, come tanti altri, per uscire, era il loro tempo libero, erano puntini di colore distribuiti per il tessuto cittadino. C’era il pensiero, più o meno esplicitato, che quei puntini erano tante candeline sulla città, era Torino che festeggiava il compleanno, finalmente diventava grande, grande non solo per se stessa ma in faccia al mondo, arrivavano le televisioni, se ne sarebbero accorti anche dall’altra parte del pianeta.

La giacca a vento rossa delle Olimpiadi, per così dire brandizzata, la portavano anche gli operai perché, seppure azzoppato dalla Storia, avevano il senso dell’appartenenza, e tirarsi su la cerniera fino al mento era una forma di partecipazione. Portiamo fuori questa giacca, vedrai che siamo in tanti. Scendere in ascensore, aprire il portone, mostrarla alla città. Le portavano anche i bambini, perché i genitori gliele regalavano e loro erano contenti. La indossavano anche altri, però con parsimonia, e non nella vita quotidiana.

Andavano bene cioè nei giorni delle Olimpiadi vere e proprie, quando si era tutti insieme, una giacca come una divisa da boyscout, un po’ gioco, un po’ appartenenza, un po’ anche mascherata. Andava bene anche per qualche domenica in campagna, ma non troppo di più e soprattutto senza troppi spettatori: lo stile è importante, ci scegliamo noi dove comprare le cose che indossiamo, aspettiamo la nuova collezione oppure i saldi se proprio vogliamo risparmiare.

La giacca rossa con il logo delle Olimpiadi era, in fondo, una sorta di sogno piccolo borghese. La indossava cioè l’ampia gamma di quelli che desideravano la pozione magica che tramuta un poveraccio in un signore. E Torino è piena di signori o cosiddetti, quasi tutti imparentati, alta borghesia di commercianti, avvocati e ingegneri, che quella giacca rossa l’hanno vista transitare con dentro qualche anonimo sotto i portici del centro.

Quei cinque cerchi con una mola antonelliana a rombi blu cuciti sulla giacca erano il miraggio di un lasciapassare: un operaio se la metteva addosso perché era due cose che stavano insieme, il suo essere operaio e la città dentro cui stava incastonato. Era, si potrebbe anche dire, il segno di una specie di fiducia nelle forza in campo dentro la città, l’idea che forse – pensandoci bene – un operaio resta un operaio fin che campa, ma se la città fa bella figura in televisione ci guadagniamo tutti, prepariamoci per le riprese, fa niente se la nostra è solo una veloce comparsata, ma almeno il mondo vede di che pasta siamo fatti. Si chiama marketing a costo zero, forse lo sapevano anche, o lo intuivano, ma non gliene importava niente, facevano gli uomini sandwich ma stavano al caldo ed erano contenti di vedere che qualcosa si muoveva.

Quest’anno sono dieci anni dalle Olimpiadi invernali, di giacche se ne vedono in giro molte meno e socialmente ormai sono molto connotate. La portano pensionati Fiat, appunto, o qualche poveraccio vero, intercettato in centro, seduto sui gradini, che ha recuperato quelle che i signori-cosiddetti hanno messo dentro i sacchi per i cosiddetti-poverelli da aiutare con tanta carità. Nel frattempo le Olimpiadi, nella mitologia della città, sono diventato un ante quem (ma soprattutto un post) e Torino la Cenerentola scoperta al talent show della celebrità.

“Dopo le Olimpiadi” è una locuzione che ha finito per incastonarsi in maniera percussiva nei discorsi di cittadini e forestieri. A dire, cioè, che non è più la stessa, che si è trasformata, è diventata così bella, la zucca è diventata carrozza e ha sconfitto anche il tempo, per cui la mezzanotte – udite, udite – non verrà. Non è più la città operaia, dice quella locuzione, non vi spaventate, restate in centro, non vi allontanate dalle mura.

Quando facevano i testimonial delle Olimpiadi in giacca a vento rossa, gli operai non sapevano che sarebbe finita in questo modo. Che era proprio a loro che toccava, nella distribuzione della parti, l’ante quem. Non sapevano che a soffiare su quelle candeline per il compleanno più importante, sarebbe rimasta al buio tutta una parte di città, e dopo gli applausi avrebbero acceso le luci soltanto sul centro cittadino.

Non sapevano che le loro giacche si sarebbero scolorite così tanto, ma che loro le avrebbero portate lo stesso, anche con un filo di retorica e di nostalgia, mentre qualche cosiddetto signore l’avrebbe usata per fare l’orto nella casa di campagna, o per andar per funghi. Non sapevano che gli avrebbero detto, pur senza dirlo, di star fuori dalle mura, e forse nemmeno che questa cosa – son paroloni – si chiama abiura.

Commenti
3 Commenti a “Fuori dalle mura, in una giacca rossa sbiadita”
  1. behemoth scrive:

    Madonna com’è caduto in basso il Manifesto. Questo pezzo si tiene in piedi con figure retoriche e un po’ di miele. Veramente stiamo raccontando la società così? Perché, questa, letteratura chiaramente non è, se per letteratura intendiamo qualcosa che scalfisca almeno un poco, ma poco eh, il mistero dell’essere umano. Sociologia e politica non sono, quindi: pornografia di parole più o meno compiaciute a inzaccherare problemi sociali reali. Meno male che c’è la rima finale abiura-mura che alza un po’ il livello…

  2. RobySan scrive:

    …la mola antonelliana… soprattutto!

  3. Lalo Cura scrive:

    … e tutto perché non avete mai provato a indossare una giacca (un paio di pantaloni o di mutande, una maglietta…) con un filo di retorica

Aggiungi un commento