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“Furto con scasso”, un racconto di Sherman Alexie

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Pubblichiamo il racconto Furto con scasso, estratto dal libro Danze di guerra di Sherman Alexie, tradotto da Laura Gazzarini per NNE: ringraziamo casa editrice e autore.

di Sherman Alexie

Quando ero al college, e iniziavo a imparare come si monta un film – come si costruisce una scena – il mio pro­fessore, Mr Baron, mi disse: «Non devi mostrare la porta che si usa per entrare in una stanza. Se dentro c’è già qual­cuno, il pubblico capirà che non è entrato dalla finestra o caduto dal soffitto, e non si è nemmeno materializzato dal niente. Il pubblico capisce che ha usato una porta: gli occhi e la mente stabiliranno la connessione, quindi puoi tran­quillamente saltare la porta».

Mr Baron era uno che gesticolava molto e quando disse quelle parole si mise a saltare. E io risi, senza sapere che le avrei sempre ricordate, anche se, certo, quando oggi rac­conto questa storia, trasformo il mio esuberante professore in un animale da palcoscenico degno di Broadway.

«Salta la porta, figliolo!» canta Mr Baron nei miei rac­conti – nelle mie bugie e iperboli – saltando per il palco con un cilindro in una mano e un bastone nell’altra. «Salta la porta, amico mio! E sarai libero!».

“Salta la porta” è un buon consiglio – una massima, se volete – che ho applicato a tutta la mia carriera cinemato­grafica, forse a tutta la mia vita. Per farla un po’ meno poetica, si potrebbe dire: “In fase di montaggio vanno omesse tutte le informazioni superflue”. Quindi, vi racconterò que­sta storia – con le parole, non con le immagini o i video di repertorio –, costruirò le sue scene cercando di omettere tutte le informazioni superflue. Ma, sorprendentemente, per raccontare questa storia saltando la porta devo iniziare proprio con una porta: quella di casa mia, sulla 27th Avenue del Central District di Seattle, Washington.

Un anno fa hanno bussato alla mia porta. Ho sentito ma non mi sono neanche alzato dalla sedia. Come montatore freelance lavoro da casa e stavo impazzendo su una scena di un modesto film indipendente. Scritto, diretto e filmato da dilettanti, il girato era insieme incompleto e voluminoso. In poche parole, un grande ammasso di niente. Peraltro, era una scena d’amore (una scena di sesso molto cruda, a dirla tutta) e il regista e il produttore avevano convinto chissà come un’ingenua e ambiziosa attrice locale a farsi riprendere in­tegralmente nuda, nuda e cruda. Non voleva essere un film pornografico; anzi: l’idea era di raccontare un tenero percor­so di crescita. Ma non aveva nulla di artistico, o perlomeno non era il tipo di arte a cui aspiravano. Questa giovane donna era stata sfruttata (con il suo permesso, certo), ma ero comun­que determinato a fare del mio meglio per proteggerla.

Non fraintendetemi. Non sono un moralista – ho mon­tato e apprezzato film ben più crudi, quanto a sesso e a violenza – ma nella performance di quella giovane attrice avevo individuato una vulnerabilità sincera e rivoluziona­ria. Anche se il regista e il produttore pensavano che stesse solo recitando, che la paura e la vergogna che mostrava fos­sero solo il frutto delle sue capacità tecniche, io mi ero fatto un’altra idea. E così, tagliando scene di nudità gratuita e concentrandomi sui volti e su piccole parti di dialogo, pre­stando più attenzione alle dita che non a quello che stavano toccando, speravo di far virare una squallida scena di sesso acrobatico in uno scambio che rappresentasse il modo in cui due persone appena innamorate potrebbero toccarsi.

Ero paternalistico, condiscendente, ipocrita? Non lo met­to in dubbio. Dopotutto, venivo pagato per lavorare con degli sfruttatori, quindi forse anch’io ero sfruttato e aiutavo a sfruttare quella donna, no? E che dire del ragazzo, l’at­tore? Era anche lui ottuso e vulnerabile? Anche se aveva il permesso (anzi, l’obbligo legale) di tenere nascosto il pene, non era forse più sfruttato che sfruttatore? Sono cose difficili da definire. E comunque, anche nella più compromessa del­le situazioni, bisogna trovare un equilibrio morale.

Ma come potevo trovare un equilibrio con quei colpi alla porta? Era diventato un martellare evangelico: Toc, toc, toc, toc! Doveva essere il tempo in quattro quarti di un testimone di Geova o di un mormone. Toc, cha, toc, cha! Doveva essere il pentametro giambico di un imbonitore ambientalista del Sierra Club o di un giovane venditore di giornali.

Credetemi, nessuno di interessante o importante ha mai bussato a una porta alle tre del pomeriggio, quindi l’ho igno­rato e ho continuato la mia opera pia. E, come previsto, il mio potenziale ospite ha smesso di fare baccano e se n’è andato: prima i passi che scendevano le scale e poi solo il silenzio – per quanto possa essere silenzioso un quartiere cittadino.

Ma poi, qualche minuto dopo, ho sentito il vetro di una finestra nel seminterrato andare in frantumi. “Andare in frantumi” forse è un’espressione troppo forte? Si è rotto. Ma “rompersi” sembra un verbo troppo debole. Mentre mi figuro quel momento – mentre lo monto nella mia testa – aggiungo la colonna sonora, o forse invece la annullo del tutto. Elimino i suoni urbani – gli aerei nel cielo, le auto per strada, le barche sul lago, le televisioni e le voci e la musica e il vento tra gli alberi – fino a isolare i cocci di vetro che cadono sul parquet.

E poi si sente – si percepisce – l’epico tonfo di due piedi che atterrano su quello stesso parquet.

Qualcuno – la stessa persona che aveva bussato alla porta per vedere se c’era gente in casa – aveva appena fatto irru­zione nella mia vita.

Abbiate pazienza se i miei tempi verbali – il mio passato, presente e futuro – si confondono, ma dovete capire che nel montaggio non mi faccio spaventare dai salti narrativi – dai rapidi balzi in avanti o all’indietro. Per essere terrorizzato, devo perdere ogni cognizione spazio-temporale. Quando ho sentito quei piedi sul pavimento sono scivolato indietro nel tempo – mi sono involuto, credo – fino a diventare una versione primitiva di me stesso. Da organismo complesso mi sono trasformato in un’ameba unicellulare di quasi novan­tadue chili. E quell’ameba conosceva solo la paura.

Con il senno di poi, penso che sarei dovuto scappare. Potevo correre in strada dalla porta principale, o in cortile dalla porta sul retro, o nel vicolo dalla porta della cucina, o addirittura dalla porta che dà sul garage – dove mi sarei potuto tuffare nella porticina per il cane ritagliata sul muro e fuggire a quattro zampe.

Ma ecco il bello: anche se non posso esserne sicuro, cre­do che stessi andando verso la porta d’ingresso – in fondo era l’unico posto della casa dove di certo non avrei trovato l’intruso ad aspettarmi. Ma per arrivare dal mio studio all’in­gresso dovevo per forza passare davanti alla porta del semin­terrato. E in quel momento, ho visto la mazza da baseball.

Non era la mia. Ora, quando si pensa a una mazza da baseball vengono in mente immagini di enormi bastoni di frassino branditi da fanatici imbottiti di steroidi. Ma quella particolare mazza apparteneva a mio figlio di dieci anni. Era una mazza da Little League, quindi era piccolissima. Potevo usarla con una mano e lo avevo già fatto diverse volte lan­ciando palle a terra per allenare il mio seconda base preferito: mio figlio Maximilian, il mio Max. Sì, sono un padre. E un marito. Queste sono informazioni che dovete avere. Mia mo­glie Wendy e mio figlio non erano in casa. Per garantirmi il tempo e lo spazio che mi servivano a finire il montaggio del film, mia moglie aveva portato il bambino a trovare i nonni a Chicago; erano via da una settimana e sarebbero rimasti fuori altri sette giorni. Quindi, a essere sincero, non mi sono trovato in alcun modo costretto a difendere la mia famiglia, e non sono mai stato il tipo d’uomo che difende la sua casa, la sua proprietà, la sua roba. Anzi, spesso ridevo quando nel girato per i telegiornali vedevo questi uomini stupidi, armati di tubi per innaffiare, che cercavano di salvare casa loro da qualche incendio fuori controllo. Ho sempre pensato che tipi così sarebbero morti, finiti all’inferno, condannati a passare il resto dell’eternità a combattere i demoni con pistole ad acqua.

E allora, con tutto questo ben chiaro in mente, perché ho preso la mazza da baseball di mio figlio e ho aperto la porta del seminterrato? Perché sono sceso da quelle scale? Fidatevi, ho passato parecchie notti insonni a chiedermelo. Non esistono risposte scontate. Certo, molti uomini – e più di qualche donna – sono convinti che fosse mio pieno dirit­to scendere le scale e affrontare l’intruso. Ci sono leggi che tutelano – che incoraggiano apertamente – l’arte dell’auto­difesa. Ma dato che non ero interessato a difendere la mia proprietà, e dato che né io né la mia famiglia ci trovavamo sotto una minaccia diretta, quale parte di me stesso avrei mai voluto cercare di difendere?

In fin dei conti, credo che non stessi difendendo un bel niente. Sono un montatore, un artista, e mi piace trovare connessioni; sono pagato per trovare connessioni. E così mi interrogo. Sono sceso perché ero curioso? Perché era sta­ta sollevata una domanda (Di chi sono i piedi atterrati sul parquet del seminterrato?) e io, il montatore, volevo scopri­re la risposta?

Quindi, sì, lentamente mi sono fatto strada giù per le scale e il corridoio buio e sono entrato nella tavernetta – la mia caverna, con tanto di televisore enorme e tavolo da biliardo – e ho visto un ladruncolo poco più che bambino. Sono rimasto immobile e muto. Stava in piedi, dandomi la schiena: ossessionato dall’impresa – il crimine – che ormai era a portata di mano, non si era ancora accorto che ero nella stanza con lui.

Mettiamo subito in chiaro una cosa. Fino a quel momen­to non avevo fatto alcuna ipotesi sull’identità del mio intru­so. Voglio dire, sì, vivo in un quartiere di neri – senza essere nero – e da qualche tempo girava la notizia di una serie di furti commessi da ragazzini neri, ma giuro che nulla di que­sto mi è passato per l’anticamera del cervello. E quando ho visto lui, il ladro, frugare tra la mia collezione di dvd e infilarsi nello zaino una selezione di titoli (era un delinquente con un certo gusto in fatto di cinema, credo, e questa è stata una con­statazione stranamente positiva) non mi sono detto: C’è un ragazzino nero che mi sta derubando. Mi ricordo solo di aver avuto paura, e di aver pensato soltanto a come scacciarla.

«Esci di qui, cazzo!» ho urlato. «Brutto stronzo!».

Il ragazzino nero era così stupefatto che è inciampato nel televisore (incrinando lo schermo) ed è quasi caduto prima di recuperare l’equilibrio e correre verso la finestra rotta. Avrei potuto lasciarlo scappare, lo avrei fatto, ma lui si è fermato e si è girato verso di me. Perché ha agito così? Non lo so. Era giovane e spaventato e ha preso una decisione irrazionale. O forse non era irrazionale per niente. Si era tagliato la mano destra intrufolandosi dalla finestra rotta, quindi deve aver deciso che quel varco, con i bordi di vetro scheggiato, non fosse una via d’uscita abbastanza sicura – chi potrebbe mai pensare a una finestra rotta come a una via d’entrata o d’usci­ta sicura? – così ha cercato una porta. Ma la porta era dietro di me. Ha fatto una pausa, ha considerato le varie opzioni ed è scattato verso di me. Mi avrebbe travolto. Ancora una volta, avrei potuto decidere di evitare il conflitto e farmi da parte.

Ma non l’ho fatto. Mentre il ragazzino correva verso di me, con una mano ho roteato la mazza.

Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se quella mazza fosse stata di legno. Quando io e Max eravamo andati a com­prarla, avevo cercato di convincerlo a prenderne una di legno, di quelle un po’ vintage, del genere che avevo io quando gio­cavo in Little League. Sono sempre stato un tipo nostalgico. Ma mio figlio credeva che una mazza di legno da dieci dollari comprata da Target non sarebbe stata un buon investimento.

«Si romperà subito» aveva detto Max. «Voglio quella di lumluminio».

Ovviamente, voleva dire “alluminio”; avevamo riso entram­bi del suo errore. E gli avevo comprato la mazza di lumluminio.

Quindi è con una mazza di metallo che ho colpito la te­sta del ragazzino nero. Se fosse stata economica e di legno, forse si sarebbe spezzata e avrebbe disperso la forza. Forse. Ma quella mazza era forte e solida, e non si è spezzata. E così, nel momento in cui ha colpito in pieno la sua tempia, il ragazzino è caduto a terra e non si è più mosso.

Era morto. L’avevo ucciso.

Sono crollato in ginocchio accanto a lui, ho abbandonato la testa sul suo petto e ho pianto.

Non ricordo molto altro delle ore successive, ma ho chia­mato il 911, ho aperto la porta alla polizia e li ho condotti fino al corpo. E ho risposto e ho domandato.

«Aveva una pistola, un coltello?».

«Non lo so. No. Be’, io non ne ho visti».

«È stato lui ad assalirla per primo?».

«È corso verso di me. Mi avrebbe travolto».

«Ed è stato a quel punto che l’ha colpito con la mazza?».

«Sì. È la mazza di mio figlio. È davvero piccola. Non rie­sco a credere che abbia potuto… è morto davvero?».

«Sì».

«Chi è?».

«Ancora non lo sappiamo».

Il suo nome era Elder Briggs. Elder: un nome insolito per chiunque, specie per un ragazzo di sedici anni. Era al ter­zo anno della Garfield High School, un discreto studente e il secondo playmaker della squadra di basket, un ragaz­zo normale. Un bravo ragazzo, a detta di tutti. Non aveva precedenti penali – non aveva mai commesso neppure una minima infrazione a scuola, a casa, nel quartiere – ma allora perché questo bravo ragazzo aveva fatto irruzione in casa mia? Perché aveva deciso di derubarmi? Perché aveva preso tutte le decisioni sbagliate che lo avevano portato alla morte?

L’indagine è stata breve ma scrupolosa, e ne sono uscito pulito. Legittima difesa. Ma niente è mai chiaro fino in fondo, no? Legalmente ero innocente, questo sì, ma lo ero anche moralmente? Non ne ero sicuro, così come non lo era una discreta percentuale di miei concittadini. Poco dopo la con­ferenza stampa in cui venivo scagionato, la famiglia di Elder – madre, padre, fratello maggiore, zie, zii, cugini, amici e pre­te – ha organizzato una protesta. Era piccola, c’erano soltan­to quaranta, cinquanta persone, ma quanto può sembrarti piccola una protesta quando il soggetto – l’oggetto – sei tu?

Ho seguito la diretta tv. Mia moglie e mio figlio, tornati in fretta da Chicago, avevano trascorso solo pochi giorni con me prima di riscappare dai genitori di lei. Volevamo proteg­gere nostro figlio dai giornalisti. Un desiderio paradossale, considerando che i media erano interessati a me soltanto perché avevo ucciso il figlio di qualcun altro.

«Alla polizia non importa niente di mio figlio perché è nero» ha detto la madre di Elder, Althea, parlando a una dozzina di microfoni e ad altrettante telecamere. «È solo un altro ragazzino nero ucciso da un uomo bianco. E a nessuno di questi bianchi interessa».

Mentre Althea continuava la sua filippica sul mio essere bianco, un produttore perspicace – insieme al suo monta­tore – ha inserito alcune immagini su di me, l’uomo bianco con la mazza da baseball che usciva dalla stazione di po­lizia, a piede libero. Era un bel montaggio. Mi faceva ap­parire pallido e colpevole. Ma a tutti loro – Althea, gli altri dimostranti, i giornalisti, i produttori e i montatori – man­cava un’informazione cruciale: io non sono bianco.

Sono un membro ufficiale della tribù indiana Spokane. Oh, non sembro indiano – o perlomeno, non tipicamente indiano. Certi credono che sia un po’ italiano o spagnolo o magari mediorientale. La maggior parte della gente pensa che sia l’ennesimo bianco dall’abbronzatura facile. E dato che avevo appena trascorso interi mesi nel buio della cabina di montaggio, ero più pallido che mai. Ma sono cresciuto nella riserva indiana degli Spokane, unico figlio di un padre e una madre anche loro Spokane, cresciuti nella stessa riser­va. È vero, entrambi i miei nonni erano per metà bianchi, ma sono morti prima che io nascessi.

Non sto cercando di fare il purista. Non ero quello che si può definire un indiano tradizionale. Non ballavo né can­tavo ai powwow né parlavo la mia lingua nativa né passavo il tempo libero manifestando per l’indipendenza indiana. E avevo sposato una donna bianca. Forse mi si poteva de­ridere per questa mancanza di contatto con la mia cultura d’origine, ma certo non mi si poteva contestare la razza. Anche questo, ovviamente, non è vero. In molti, soprat­tutto altri indiani, hanno messo in dubbio le mie origini. E ho sempre cercato di fingere che non mi importasse – ero sicuro della mia identità – anche se in realtà ne rimane­vo ferito. Così, quando ho sentito che Althea Briggs si era sbagliata sul colore della mia pelle – e ho visto i media usare tecniche di montaggio subliminali per avallare il suo errore – ho preso il cellulare e ho chiamato la redazione del telegiornale.

«Buonasera» ho detto alla receptionist. «Sono George Wilson. Sto seguendo la diretta della protesta e devo chie­dere una rettifica».

«Aspetti, cos’ha detto?» ha chiesto l’impiegata. «È vera­mente George Wilson?».

«Sì, sono io».

«Resti in linea» ha detto. «Le passo il produttore».

Il produttore ha risposto e, dopo qualche domanda per ac­certare la mia identità, mi ha mandato in onda. La mia voce faceva da sottofondo alle immagini di Althea Briggs che pian­geva e si disperava, al suo urlare contro il cielo, contro Dio. Come avevo potuto lasciarmi incastrare in una posizione tan­to compromettente? Come avevo potuto essere tanto idiota? Come avevo potuto essere così brutale ed egocentrico?

«Buonasera, Mr Wilson» ha esordito il conduttore del tele­giornale. «Mi informano che ha qualcosa da dire».

«Sì». La mia voce si è diffusa in decine di migliaia di case di Seattle. «Sto guardando il servizio sulla protesta e vorrei chiedere una rettifica. Io non sono bianco. Sono un membro regolarmente iscritto della tribù indiana degli Spokane».

Sì, questa è stata la mia prima dichiarazione ufficiale sul­la morte di Elder Briggs. Non c’è stato bisogno di chissà quale montaggio per farmi apparire cattivo; c’ero riuscito da solo, in diretta, dal vivo e senza tagli.

Improvvisamente sono diventato l’uomo più odiato di Seattle. E il più amato. I compagni progressisti hanno par­lato della mia violenza collaterale e dell’influenza del colo­nialismo sugli indigeni, mentre i conservatori hanno lodato la mia reazione difensiva e la mia solitaria battaglia contro il crimine urbano. I blogger locali hanno postato sequenze rubate dei film più violenti che ho montato.

E, alla fine, la redazione di un notiziario del posto ha messo le mani sul materiale provvisorio del film su cui stavo lavoran­do quando Elder Briggs è entrato in casa mia. Nonostante avessi cercato – con un editing scrupoloso – di proteggere quella giovane attrice, un’attrice nera, i telegiornali hanno mandato in onda il girato integrale, che mostrava una donna palesemente spaventata e confusa. E quando i giornalisti le hanno teso un agguato, Tracy, questo era il suo nome, non ha potuto fare altro che rispondere che sì, si era sentita violata. Non l’ho biasimata, ero d’accordo con lei. Ma niente di tut­to questo aveva importanza. Non ho potuto in nessun modo confutare la storia – la serie di brevi filmati montati a regola d’arte – costruita su di me. Sì, ero io la vittima, ma non ho dimenticato nemmeno per un secondo che Elder Briggs era morto. Ero imbarazzato, ero stato calunniato, ma ero vivo.

Ho passato la maggior parte di quel periodo da solo nel seminterrato, nella stanza in cui avevo ucciso Elder Briggs. Quando si trascorre così tanto tempo da soli, si riflette. E quando si riflette, si formulano teorie, ipotesi, per poter dare una spiegazione al mondo. Oh, maledizione, lasciamo per­dere le giustificazioni razionali; ero incazzato, soprattutto con me stesso per non essere riuscito a tirarmi fuori da una situazione pericolosa. E, poco ma sicuro, ero incazzato an­che con i media locali, che si erano comportati da sfruttatori esattamente come qualunque produttore di film porno. Ma ero incazzato anche con Althea ed Elder Briggs.

Sì, il ragazzo era un atleta rispettabile; uno studente rispet­tabile; una persona rispettabile. Ma si era introdotto in casa mia. Aveva distrutto la finestra e stava rubando i miei dvd e, se non ci fosse stato nessuno, avrebbe rubato anche il computer e il televisore e lo stereo e qualunque altro oggetto di valore avesse trovato. E sua madre, Althea, invece di spiegare perché suo figlio, tanto bravo e buono, avesse fatto irruzione in casa di uno sconosciuto commettendo un crimine, aveva preferito incolpare me accusandomi di essere l’ennesimo uomo bian­co – uno che aveva già massacrato generazioni di ragazzini neri – in cerca dell’ennesimo ragazzino nero da massacrare, quando in realtà ero un indiano della riserva che a sua vol­ta era stato fottuto da generazioni di uomini bianchi. Allora, Althea, vuoi fare a gara a chi ha sofferto di più? Vuoi parteci­pare alle Olimpiadi del Genocidio? Quale delle due tragedie ha più ampiezza, lunghezza, respiro?

Oh, Althea, perché diavolo tuo figlio era in casa mia? E, cristo, era una mazza da baseball della Little League! Era lunga solo cinquanta centimetri e pesava meno di un chilo e mezzo. Avrei potuto colpire cento uomini – magari anche mille o un milione – senza provocare nient’altro che un mal di testa. Ma quel giorno, quel maledetto pomeriggio, ho ro­teato la mazza – un colpo stupido, a una mano sola, sfortu­nato – e ho ucciso un ragazzo, un figlio, un giovane uomo che stava sbagliando ma che forse aveva cervello, cuore e anima sufficienti per non farlo più.

Gesù, ho ucciso il potenziale di qualcuno.

Gesù, l’ho fatto per legittima difesa, ma è stato comunque un omicidio. Lo confesso: sono un assassino.

Come si fa a sopravvivere a queste rivelazioni? Si vive e basta. O, piuttosto, si esce finalmente dal seminterrato e ci si rende conto che è tutto finito. Storia vecchia. Ci sono nuovi cattivi e nuovi eroi, nuovi criminali e nuove vittime da etichettare, giudicare e poi buttare via.

Elder Briggs e io d’un tratto siamo diventati ugualmente trascurabili.

La mia vita è tornata tranquilla. Ho accettato un posto in una scuola privata per insegnare il montaggio a ragazzini bianchi. Hanno usato le loro nuove competenze per pro­durre documentari sulla povera gente di colore che vive in altri paesi. Non è il petrolio a governare il mondo, è la ver­gogna. Il mio Max mi avrebbe sempre amato anche quando avrebbe iniziato a capire i miei limiti, ma non sapevo cosa pensasse mia moglie delle mie debolezze.

Settimane dopo, a letto, dopo aver fatto l’amore, mi ha interrogato.

«Tesoro» ha detto.

«Sì» ho risposto.

«Posso chiederti una cosa?».

«Quello che vuoi».

«Con quel ragazzino, hai perso le staffe?».

«Che vuoi dire?» ho domandato.

«Be’, ti è già capitato in passato».

«Solo una volta».

«Sì, ma quando hai preso a pugni il muro ti sei rotto la mano».

«Credi che abbia perso le staffe con Elder Briggs?» le ho chiesto.

Mia moglie ha fatto una pausa prima di rispondere, e in quella pausa ho sentito tutti i suoi dubbi e la sua paura. Così sono sceso dal letto, mi sono vestito, e sono uscito. Ho deciso di prendere la macchina per andare a vedere un nuovo film indi­pendente – un film violento, di guerra, che pretendeva di esse­re contro la guerra – ma prima sono entrato in un minimarket per comprare qualcosa da portare di straforo al cinema.

Ero in piedi accanto alla corsia dei dolciumi, esitavo tra una barretta al caramello Payday e uno Snickers, quan­do un gruppo di ragazzi neri è entrato nel negozio. Erano ubriachi o fatti e stavano maledicendo il mondo intero, ma in un modo stranamente amichevole. Come fanno i neri a far sembrare parole come “figlio di puttana” così allegre?

Ci sono persone – perlopiù bianche – che si sentono pro­fondamente a disagio in presenza dei neri. E conosco anche un sacco di indiani – i miei genitori, per esempio – che si sen­tono così. E io? Credo di essere sempre stato il tipo di persona non nera che si loda per il fatto di non sentirsi in difficoltà con i neri. Ma in quel momento, mentre guardavo quei ragazzi spintonarsi a vicenda lungo le corsie, ero spaventato – no, ero nervoso. E se mi avessero riconosciuto? E se fossero stati amici di Elder Briggs? E se mi avessero assalito?

Non è successo nulla, ovviamente. Non succede mai nul­la, si sa. La vita è infinitesimale e incrementale e banale. Quei giovani neri hanno pagato le loro bevande energetiche e se ne sono andati. Io ho pagato la mia barretta, sono tor­nato alla macchina e mi sono diretto verso il cinema.

Dopo un isolato, ho dovuto inchiodare perché quegli stes­si ragazzi si sono buttati in mezzo alla strada davanti a me. Hanno iniziato a fissarmi e hanno attraversato il più lenta­mente possibile. Abito in questo quartiere da molti anni e mi era capitato altre volte di fare incontri del genere. Remi­niscenze della cultura guerriera, immagino.

Ai tempi, avevo sempre cercato di sorridere goffamen­te e salutare i ragazzi neri che mi stavano sfidando. Poiché credevano fossi un bianco imbranato, mi comportavo come tale. Ero quello che volevano.

Ma questa volta, quando quei neri si sono messi a cam­minare al rallentatore di fronte a me, non ho né riso né sor­riso. Mi sono limitato a fissarli a mia volta. Sapevo che avrei potuto dare gas e investirli e ferirli, forse anche ammazzarli. Sapevo di avere quel potere. E sapevo che non lo avrei usato. Ma loro? Che potere avevano? Potevano solo farmi aspet­tare a un incrocio. E così ho aspettato. Ho aspettato finché non hanno girato l’angolo e li ho persi di vista. Ho aspettato finché un altro guidatore non si è fermato dietro di me e ha suonato il clacson. Dovevo muovermi, e così ho fatto.

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