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All’orizzonte delle nostre città isolate c’è “Futureland” di Lola Arias

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di Francesca Lombardi

Una città, organizzata e tecnologicamente funzionante, galleggia isolata sul mare. Nulla sembra possa scalfirla nella sua lucente funzionalità.

È Futureland, la Berlino del futuro.

Nell’ultimo lavoro di Lola Arias, una parete video ad animazione 3D accoglie gli spettatori nel container del Maxim Gorki Theatre, introducendoli allo spettacolo: “Welcome to Futureland”, recita la scritta in sovraimpressione.

Lo spettatore, ancor prima dell’inizio, viene invitato a confrontare la propria idea di città con quella proiettata. Chi non vorrebbe vivere, isolato ma felice, in un luogo che offre qualsiasi possibilità ai suoi abitanti?

La risposta è tutti. Eppure, sembra non riusciamo ad accorgerci che Futureland non sta parlando a noi, che già l’abitiamo, ma ai protagonisti che hanno dovuto combattere per potervi accedere. Otto adolescenti provenienti da Guinea, Afghanistan, Siria, Somalia e Bangladesh che hanno affrontato l’inferno delle leggi sull’immigrazione minorile tedesche.

La legge sull’asilo tutela solo parzialmente i minori rifugiati non accompagnati, che non possono essere espulsi fino all’età di 18 anni. Tuttavia, per meritarsi la salvezza, devono costantemente dimostrare di meritare le opportunità che la città del futuro gli mette a disposizione.

Futureland non rappresenta soltanto la rosea terra al di là di guerre e devastazione, ma il distopico orizzonte che si prospetta nell’isolamento dato dal nostro nazionalismo. Futureland è l’Europa.

La città del futuro, all’interno di un teatro del futuro che invece di chiudersi tende ad allargarsi. Lola Arias è regista, drammaturga e scrittrice. I suoi lavori sono inscrivibili nel filone del teatro documentario che utilizza il mezzo tecnologico come elemento strutturale degli spettacoli. Non attori ma esperti di realtà, gli spettacoli vengono costruiti intorno alle testimonianze dei partecipanti che interpretano semplicemente sé stessi.

Lo spettacolo è organizzato su due direttive principali: quella materiale degli esperti di realtà, che agiscono dal vivo e si rivolgono direttamente alla platea; e quella tecnologica dell’animazione video.

Tre spazi convivono: il proscenio, in cui i protagonisti si rivolgono al pubblico. Una stanza che compare e scompare a seconda dell’esigenza drammaturgica tramite l’uso di tende che, quando chiuse, vengono integrate nella parete video.  Il video stesso che allarga le possibilità spaziali, essendo contemporaneamente la città del futuro e Berlino stessa, creando un cortocircuito tra luogo reale e luogo rappresentato.

Quest’ultimo elemento è quello che regge lo spettacolo. Figure robotiche si susseguono nell’animazione 3D, dialogando con i protagonisti: sono gli abitanti di Futureland, gli addetti all’immigrazione pronti ad accogliere chi bussa alla loro porta. Subito il collegamento risulta chiaro: lo spettatore è il robot, figura altra funzionale alla gestione burocratica della città-stato. Le domande che vengono poste ai ragazzi migranti sono sempre le solite – quanti anni hai? Dove sono i tuoi genitori? Parli tedesco? – reiterate e ripetute in modo meccanico, senza tenere conto delle differenze antropologiche alla base delle diverse provenienze. Nelle risposte dei protagonisti si introducono temi e questioni che non siamo abituati a porci: se nel mio paese di appartenenza non si festeggiano i compleanni che cosa significa per me ricevere una nuova identità anagrafica? Quale importanza aggiunge al mio vissuto?

Lo scontro tra il corpo reale del non attore e quello 3D del video emancipa il discorso sull’immigrazione che, da discussione interna ad una stessa comunità, tema centrale nell’occidente moderno, diviene comunicazione diretta. Lo spettatore non può andarsene o non ascoltare, è obbligato a confrontarsi con una testimonianza esposta, che si racconta davanti a lui.

Il mezzo tecnologico non solo aiuta a tenere insieme una struttura che altrimenti sconfinerebbe nel non professionismo, ma diventa luogo privilegiato per veicolare significati di forte impronta sociale e politica. Nel regno della presenza, l’elemento tecnologico si fa centro propulsivo di senso. In un teatro fatto da non-attori la cura dello spettacolo viene affidata al video invece che ad un attore professionista. In questo modo il messaggio politico risalta in tutta la sua potenza: le identità hanno la possibilità di parlare per conto proprio.

Similmente al lavoro della Arias, i Rimini Protokoll – collettivo teatrale formatosi nel 2001 dall’unione di Stefan Kaegi, Daniel Wetzel e Helgard Haug – organizzano le loro produzioni intorno alla materia tecnologica. In Call Cutta (2005) gli spettatori vengono condotti per le strade di Berlino attraverso le indicazioni che alcuni operatori di un call center di Calcutta forniscono al telefono. La drammaturgia crea parallelismi tra la storia indiana e quella tedesca, obbligando lo spettatore a muoversi per la città che diventa materia prima in cui immergersi. Tre anni dopo, nel 2008, il collettivo ripropone lo spettacolo, risemantizzandolo. Call Cutta in a Box diventa un’opera a spettatore singolo, un dispositivo vuoto adattabile a diverse città.

All’interno di una stanza tecnologicamente funzionante – in cui una macchina per il the, se richiesto, può entrare in funzione – lo spettatore comunica con un operatore di Calcutta in videochiamata. La riflessione si sposta dal piano della macro-storia nazionale a quella della micro-storia personale: le identità coinvolte hanno la possibilità di confrontarsi sul loro vissuto privato. Chi produce quello che consumiamo? Questa è la domanda da cui si è generato lo spettacolo, riprendendo le parole di Stefan Kaegi: “We wanted the postcolonial service industry to become visible, or rather, experience-able, but without teaching, rather like a hide-and-seek game. […]”

In un curioso formato teatrale, che trascende i confini, lo spettatore si ritrova costretto in un meccanismo che sì lo intrattiene ma che lo costringe, parallelamente, a fare i conti con un’alterità umana esibita, da cui non può nascondersi.

Analogamente a quanto concerne il teatro di Bertolt Brecht la qualità del rapporto con il reale viene decisa in base al linguaggio, non al contenuto. È la scelta di frammentare il teatrale, di allargarne i confini e di farlo unendo realtà e finzione che consente un rilancio tra la realtà al di là della scena e la scena stessa. La finzione, presentata e dichiarata, dei rapporti di comunicazione tecnologici viene sviscerata da questo tipo di teatro che crea sovrapposizioni tra realtà e finzione.

L’elemento tecnologico, simbolo della società capitalista, viene scardinato del suo portato produttivo. L’elemento con cui si quantifica quanto una società sia avanzata perde di fatto il suo statuto, trasformandosi in qualcosa di inutile: mezzo artistico. Liberato e risemantizzato si ritorce contro sé stesso, diventando rappresentazione della nostra società – Futureland – che maschera le diseguaglianze sociali alla base di ciò che consumiamo – Call Cutta.

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