non razzista ma

Gabbie

non razzista ma

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal capitolo 4 dell’ultimo libro di Luigi Manconi, Non sono razzista ma, pubblicato da Feltrinelli.

Il cuore è uno zingaro

Follonica, mattina del 23 febbraio 2017. Nel retro del supermercato Lidl, due donne di etnia rom vengono sorprese da tre dipendenti mentre frugano tra i cartoni da smaltire. La scena successiva: le due donne sono state rinchiuse all’interno di una gabbia che contiene altri cassonetti bianchi pieni di cartoni. Piangono, gridano a voce altissima, sbattono mani e braccia contro l’inferriata, cercando di forzarla. Fuori dalla gabbia, due dei dipendenti ridono rumorosamente e uno, con voce stentorea, si rivolge alle donne. Ripete più volte che non si può entrare nell’angolo dei rifiuti della Lidl: “No, non si può entrare”. A un tratto, l’eccesso di riso lo fa tossire. Un terzo addetto, nel frattempo, registra tutto col telefonino e si arrampica sulla sommità della gabbia per riprendere la scena dall’alto (successivamente due dei dipendenti verranno licenziati dall’azienda tedesca).

Non si può escludere che dietro il mancato scandalo per l’“ingabbiamento” di due persone, come è avvenuto a Follonica, vi possa essere un oscuro e temibile retropensiero. Se la gran parte delle persone intervistate nei giorni successivi tenderà a ridimensionare l’episodio, definendolo “una burlonata” attribuita a “ragazzi” (definiti sempre ed esclusivamente con tale termine), forse c’è di che riflettere. I due tratti che abitualmente vengono attribuiti da una parte rilevante del senso comune a rom e sinti – una certa ferinità e una sostanziale irriducibilità alla vita sociale – possono suggerire come sola forma di disciplinamento la soggezione in cattività. Dunque, l’idea che quel tipo di etnia possa/debba essere “chiusa in gabbia”. Si tenga conto che oggi l’etichetta “zingaro” (o, più diffusamente, “rom”) risulta al primo posto nella classifica della riprovazione sociale. A seguire, l’elenco dei “nemici” subisce variazioni continue dovute in genere all’influenza di fatti di cronaca che abbiano avuto una eco particolare e nei primi posti si alternano soggetti nazionali o regionali, destinatari, di volta in volta, dell’ostilità sociale. Non si dimentichi, infatti, che almeno tre gruppi regionali italiani si sono trovati, nell’ultimo mezzo secolo, a contendersi il primato, o almeno le piazze d’onore, in questa speciale competizione: “i siciliani”, “i sardi”, “i calabresi”. Ma il dato costante è che “gli zingari”, persino nei momenti di maggiore successo degli “albanesi” e dei “romeni” (corrispondenti all’incremento dei flussi di queste nazionalità verso l’Italia), hanno sempre saldamente occupato il primo posto nel podio (dell’odio).

Eppure non è stato sempre così. A partire dalla questione, tutt’altro che insignificante, del nome. Qui si è utilizzato e si continuerà a utilizzare il termine “zingaro” in modo neutrale perché fino a una certa fase l’accezione positiva prevaleva nettamente su quella critica. Oggi le cose sono cambiate. E quel termine “zingaro” viene rifiutato innanzitutto dalle comunità rom e sinti (alle quali vanno aggiunte alcune centinaia di caminanti, presenti prevalentemente nella zona di Noto, in Sicilia) e dalle associazioni che ne tutelano i diritti. Si preferisce, cioè, il ricorso alle parole che segnalano l’origine etnica. Ma, come si è detto, non è stato sempre così. Quasi mezzo secolo fa, al festival di Sanremo del 1969, trionfava la canzone Zingara, sontuosamente interpretata da Iva Zanicchi (e da Bobby Solo). Appena due anni dopo Nada e Nicola di Bari portavano al successo Il cuore è uno zingaro. Dunque, il maggiore evento nazional-popolare del nostro paese, dove si riflettono la mentalità condivisa e i mutamenti culturali e del costume, celebra l’epopea gitana. Già nel 1968, Enzo Jannacci portava al secondo turno di Canzonissima Gli zingari: e cantava di “gente bizzarra, svilita”, che un giorno arriva di fronte al mare. E solo “il vecchio, proprio lui, il mare, parlò a quella gente ridotta, sfinita. Parlò ma non disse di stragi, di morti, di incendi, di guerra, d’amore, di bene e di male”. Poi, nel 1971, Mario Barbaja nella ballata Il re e lo zingaro ripropone la figura del gitano come eroe di un irriducibile nomadismo verso la libertà. E nel 1976 Claudio Lolli interpreta Ho visto anche degli zingari felici, in cui i protagonisti giocano un ruolo politico-profetico all’interno di un racconto dallo stile espressivo-visionario. E, ancora, nel 1978, Fabrizio De André canta Sally, Francesco De Gregori Due zingari e Umberto Tozzi Zingaro.

Al personaggio del gitano si continuano ad attribuire tratti fiabeschi: lo zingaro sembra capace di raggiungere quelle mete dell’interiorità, della libertà, della consonanza con la natura, il cui senso per le comunità sedentarie e confinate nelle città moderne è smarrito. E c’è un verso, nella canzone di Tozzi, che, letto ora, appare davvero “scandaloso”: “la scuola ti ruba i figli e non sono più tuoi”. Sono parole che oggi nessuno potrebbe permettersi. Frequentare la scuola pubblica è unanimemente considerata la principale, forse l’unica forma di integrazione che possa consentire alle minoranze rom e sinti una convivenza pacifica con gli altri residenti nel territorio e un progressivo accesso al sistema della cittadinanza. E dunque, quella frase – se fosse riproposta ai giorni nostri – suonerebbe come l’affermazione di un relativismo radicale fondato su una sorta di mito del buon selvaggio. Un mito indirizzato contro il progresso e contro le sovrastrutture prodotte dai processi di civilizzazione (“la scuola che ruba i figli”). Al di là del fatto che si tratta di un’assoluta scempiaggine, è indubbio che chi oggi ripetesse quell’affermazione, e violasse l’obbligo scolastico per i propri figli, si troverebbe (dovrebbe trovarsi) i carabinieri alla porta. Ma, a prescindere da questi accenti estremi, ciò che conta è che fino a non molti anni fa, nell’immaginario culturale e sociale del nostro paese, la figura dello zingaro e della zingara abbia conservato quei connotati di romanticismo magico e di vitalismo naturalistico di cui si è detto. E la parola “zingaro”, con questa forza evocativa, sopravviverà a lungo nella musica leggera italiana così come nella letteratura, specie in quella popolare. Non solo. Nel 1995 la Mattel lancerà sul mercato Esmeralda, la bambola zingara della linea di Barbie, parallelamente al successo mondiale del film Disney Il gobbo di Notre Dame. E in Italia, per anni (dal 1996 fino al 2002), il programma televisivo preserale con i maggiori indici di ascolto vide come protagonista Cloris Brosca nei panni della Zingara, che leggeva le carte e prediceva il futuro. In tutte queste rappresentazioni, lo zingaro e la zingara trasmettono un’immagine che evoca, per un verso, uno stile di vita fuori dalle regole e dalle convenzioni sociali e, per un altro, ambientazioni agresti e scenari esotici.

Insomma, lo zingaro è il prototipo di un eroe premoderno e preindustriale, ispirato a valori forti e incontaminati, che rimandano allo spirito di una comunità chiusa, alla contrapposizione natura-cultura e al conflitto perenne tra integrazione e ribellione. E, invece, decenni dopo, le ultime tracce che se ne ritrovano nella musica leggera sembrano registrare un drastico cambiamento di clima e di senso comune. Chi percepisce tutto questo e le radici profonde, anche sovranazionali e geopolitiche, che lo determinano è Fabrizio De André che, nella splendida Khorakhané, canta: “i figli cadevano dal calendario/Jugoslavia Polonia Ungheria/i soldati prendevano tutti/e tutti buttavano via”. E questo porta a scoprire, in mezzo a noi, che “in un buio di giostre in disuso/qualche rom si è fermato italiano/come un rame a imbrunire su un muro”. E il paesaggio sociale e urbano ne risulta segnato: “Il cuore rallenta la testa cammina/in quel pozzo di piscio e cemento/a quel campo strappato dal vento/a forza di essere vento”. E così questo ribaltamento dell’antico stereotipo porta all’acutizzarsi del pregiudizio e a una crescente ostilità, cantata dai Punkreas, nel 2000, con questi versi sarcastici: “Chiudete le finestre sbarrate le persiane/pericolo in città di nuovo queste carovane/nomadi gitani con abiti sfarzosi/si nota a prima vista che son pericolosi/cara io vado dai vicini tu chiudi con la chiave e porta su i bambini/se fanno i capricciosi e non vogliono dormire/racconta che gli zingari li vengono a rapire”.

Come si vede a questo punto e a questa data, la catastrofe sociale e culturale si è già consumata. E così nel 2015, un giovane autore, Calcutta, scrive: “suona una fisarmonica/ fiamme nel campo rom” e nel 2016 un gruppo rock, gli Zen Circus, nel brano Zingara (Il cattivista) dà ironicamente espressione a un diffuso sentimento di intolleranza: “Zingara che cazzo vuoi io so che cosa fai/ stringo il portafogli vai via o chiamo la polizia/ma quanto puzzerai tu non ti lavi mai/zingara ci fosse lui vi bruciava tutti sai/se siete ancora qui è colpa dei buonisti”. Insomma si registra una sorta di aggiornamento, in chiave di cronaca nera e di stigmatizzazione criminale, dell’immagine popolare dello zingaro. Bisogna guardarsene, bisogna proteggersene, bisogna essere disposti ad adottare mezzi eccezionali, vista l’eccezionalità del pericolo che costituiscono. Come si vede, il parlato di questi brani intende restituire il discorso domestico e pubblico quale si manifesta nei luoghi della vita quotidiana: nei bar, negli uffici, nei mezzi di trasporto e nelle case. E, tuttavia, di quella radicale estraneità dell’eroe gitano sopravvive una traccia, sia pure deformata, nei tratti di una insopprimibile resistenza all’integrazione che, manifestandosi come dato naturale, evoca una sorta di condizione pre-civile se non addirittura pre-umana. In qualche modo “animale”. Ed è qui che il discorso si ricollega a ciò che si è detto ripercorrendo l’episodio di Follonica. In quel caso l’associazione tra le donne rom e la gabbia sembra adattarsi perfettamente a quel connotato di ferinità loro attribuito e considerato a tal punto scontato da non apparire particolarmente scandaloso. Una “burlonata”, appunto. Da tutto ciò discende una domanda: cosa è mai accaduto, in particolare tra gli anni ottanta e i novanta, per rovesciare totalmente nel suo negativo una figura che nei decenni precedenti aveva goduto di un fascino così suggestivo? Si può dire che sia accaduto di tutto. Profonde trasformazioni nella società, nel suo sistema economico e nei suoi processi culturali. E, poi, l’imporsi nel senso comune di una percezione di insicurezza crescente, dovuta non solo a fenomeni di precarizzazione del lavoro e del reddito, ma anche a uno stato di vulnerabilità rispetto a insidie indirizzate contro l’incolumità fisica e l’integrità della comunità familiare e dei suoi beni. Da quest’ultimo fenomeno nasce l’allarme sociale nei confronti della criminalità che nessuna statistica è in grado di smentire.

Dentro l’esplodere della questione criminale nella vita quotidiana e nella pervasività vera e presunta della microdelinquenza, il ruolo dei rom sembra diventare presto esorbitante. A ciò si aggiunge il fatto che, negli ultimi decenni, è andata affermandosi nello spazio urbano una particolare struttura abitativa e comunitaria: il Campo Nomadi. Ne è conseguita un’equazione che non prevede alternative: i nomadi sono quelli che stanno nei campi nomadi. Non è certo un caso che tra i primissimi esempi di questa struttura si ritrovino i campi che, già nella seconda metà degli anni settanta, vennero realizzati a Roma nei quartieri di san Basilio e del Quarticciolo, e che già all’epoca fecero registrare le prime manifestazioni di ostilità. Una sorta di profezia che si autoavvera. Quindi, se è indubbio che i nomadi sono quelli che stanno nei campi nomadi, risulta trascurabile il motivo della loro presenza lì. Una libera scelta? L’effetto di una discriminazione? L’assenza di alternative? Eppure rispondere a queste domande è tanto più ineludibile quanto più i dati ci parlano di una realtà sorprendente: il nomadismo, considerato una sorta di connotato identitario o addirittura genetico (“È nel loro dna”), riguarda ormai solo una piccola parte di quella popolazione: circa il 3 per cento. Ma è proprio sulla base di tale pregiudizio che si sono sviluppate, nel nostro paese, le politiche pubbliche verso queste minoranze: campi, aree di sosta, aree di transito, aree attrezzate sono state finora le diverse forme di un’unica soluzione abitativa ritenuta la sola utilizzabile. Una soluzione che ha ottenuto come risultato la segregazione abitativa e, di conseguenza, l’esclusione e l’autoesclusione sociale delle comunità rom. Si è attivata, così, una inesorabile spirale. I campi nomadi sono stati, allo stesso tempo, causa ed effetto della discriminazione: producono, infatti, due processi che si alimentano vicendevolmente. I rom presenti nei campi tendono inevitabilmente ad autoghettizzarsi dentro quella dimensione circoscritta e coatta di marginalità sociale e autogoverno, dove si riproducono circuiti illegali e relazioni di potere.

Per contro, chi abita vicino a quei campi si convince del fatto che rappresentino una costante minaccia e che, dunque, vadano espugnati manu militari e rasi al suolo (la ruspa, evocata da Matteo Salvini, non è solo un’immagine letteraria). D’altra parte il ricorso allo strumento dei campi è l’esempio più eloquente del consolidamento di un metodo, deliberato, utilizzato nei confronti di una minoranza irregolare. Ne è conferma l’ordinanza del Tribunale di Roma del 3 maggio 2015, che ha ritenuto discriminatorio per la sua stessa natura (e dunque prescindendo anche dalle condizioni, più o meno contingenti, di degrado) il campo nomadi de La Barbuta in quanto riservato a uno specifico “gruppo etnico”; e in quanto collocato in una zona tale da ostacolare la convivenza con la popolazione locale e l’accesso ai servizi scolastici e socio-sanitari. In conclusione, un approccio emergenziale e assistenzialista che ha privato, di fatto, le comunità rom della possibilità di accedere al godimento dei diritti di cittadinanza, a partire dal mancato riconoscimento della loro dignità sociale. Di qui in poi è stato un crescendo di stigmatizzazione e di ostilità. La diversità dello stile di vita, non solo peculiare, ma sempre al limite di una caduta nella illegalità e in comportamenti lesivi della dignità di donne e bambini; la frequenza di reati predatori e di strada, in particolare nella vita quotidiana dei quartieri metropolitani; le difficoltà incontrate dalle politiche pubbliche finalizzate all’inclusione: tutto ciò ha alimentato l’idea di una alterità radicale di rom e sinti, non conciliabile in alcun modo con le regole della convivenza civile. Ma, detto tutto questo, il fattore rappresentato dai campi nomadi risulta ancora più significativo. La realizzazione di quei campi – e questo vale per tutti i ghetti – costituisce la materializzazione di ansie e paure.

La stessa struttura fisica e il suo degrado dà corpo e materializza tangibilmente quei sentimenti. I campi nomadi sono, al tempo stesso, il contenitore, l’incubatrice e il simbolo di una paura antica che si insedia fisicamente nello spazio della vita sociale contemporanea. Non sorprende, dunque, che i rom siano antipatici a (quasi) tutti: e l’antipatia è forse il sentimento meno violento tra quelli da essi suscitati. Ne consegue che oggi secondo la Commissione europea la minoranza rom sia “la più discriminata”. E che un aggressivo antigitanismo percorra attualmente la società italiana, rischiando di precipitare in una sorta di pogrom culturale ai loro danni (non è una novità: si ricordi che si stimano in numerose centinaia di migliaia i rom e sinti uccisi durante il periodo nazista). Eppure parliamo di una minoranza che oggi, in Italia, è stimata intorno alle 180mila persone: per metà cittadini italiani e per il 60 per cento residenti in abitazioni stabili. Una minoranza che rischia di rappresentare il capro espiatorio delle angosce collettive, delle frustrazioni sociali e della generale inquietudine per la propria sicurezza. Oggi i rom, quelli buoni e quelli cattivi, sono tragicamente soli: nessuno sembra ricordare i due principi fondamentali del garantismo democratico. Il primo: la violazione di un diritto si ripercuote sull’intero sistema dei diritti. Il secondo: l’etichettatura di un gruppo sulla base dei comportamenti dei membri di quel gruppo è operazione iniqua se anche un solo membro si discosta dai comportamenti di tutti gli altri. Dunque, negare ai rom le garanzie e le risorse della cittadinanza vuol dire accettare che quelle stesse garanzie e quelle stesse risorse possano venire limitate e compresse nei confronti di noi tutti. Consentire che i rom diventino l’oggetto dell’ostilità sociale e il bersaglio di un vero e proprio meccanismo di degradazione morale – in base al fatto che molti, o moltissimi, o quasi tutti siano responsabili di reati – significa contribuire a che la nostra società sia sempre più cattiva e ingiusta. Assistere in silenzio a questa mobilitazione dell’odio equivale alla resa verso chi vuole criminalizzare tutta una minoranza per poterla mettere al bando. Questo mostra quanto sia eccessivo – rivelandone allo stesso tempo la finalità tutta emotivo-propagandistica – il messaggio che li vorrebbe rappresentare come un’emergenza e come un fenomeno di invasione, tale da richiedere misure straordinarie e la dichiarazione dello stato d’eccezione.

È ciò che, in realtà, si è cominciato a fare tra il 2008 e il 2011, quando, con apposite ordinanze del presidente del consiglio dei Ministri, si è istituita l’“emergenza nomadi”, in relazione agli insediamenti abusivi in cinque regioni italiane (Campania, Lombardia, Lazio, Piemonte e Veneto). Quelle ordinanze, successivamente, sono state dichiarate illegittime dal Consiglio di stato. Ma, a distanza di anni da quel pronunciamento, il lavoro da fare resta ancora enorme. Per fortuna l’Europa ogni tanto ci viene in soccorso, ed è solo grazie alle pressioni dell’Unione che nel 2012 è stata recepita nel nostro paese la Strategia nazionale d’inclusione di rom, sinti e caminanti. Un programma ancora agli inizi e tutto da realizzare concretamente, ma che – se non altro – rappresenta una prospettiva dotata di razionalità e lungimiranza. Infine. Recentemente abbiamo sentito citare più volte la poesia, attribuita a Bertolt Brecht, dove si immagina una successione di atti di discriminazione che colpiscono, via via, i diversi gruppi sociali e le diverse minoranze. Chi non reagisce perché, dice, “non è affar mio” verrà a sua volta discriminato, ostracizzato, messo al bando: fino a che l’ultima vittima, sopravvissuta a tutte le precedenti persecuzioni, si scoprirà totalmente sola. Non è esclusivamente una tragica parabola e un inesorabile monito morale sulla indivisibilità dei diritti: in quei versi c’è l’anticipazione di una sorta di cupa gerarchia sociale dell’odio, che mostra come lo zingaro, comunque lo si chiami, concentri su di sé il massimo dell’avversione collettiva. L’autore dei versi è, in realtà, il pastore protestante Martin Niemöller, ma è stato Brecht ad aggiungere, successivamente, quel riferimento agli zingari che ne sottolineava il ruolo di ultimi tra gli ultimi. Ecco, a distanza di settant’anni gli ultimi tra gli ultimi non hanno cambiato nome. E diventa più che mai urgente schierarsi dalla loro parte. Ovvero, dalla parte dei loro diritti inviolabili. Sul piano delle politiche pubbliche – per quanto complesso, faticoso e lungo possa risultare il percorso – il ragionamento deve essere altrettanto chiaro: i campi nomadi vanno superati e progressivamente aboliti. E ciò può essere ottenuto costruendo opportunità di inclusione sociale e alternative dignitose di alloggio e di vita a quanti li abitano. La permanenza dei campi si basa su un pregiudizio culturale e produce effetti socialmente disastrosi. Il pregiudizio è quello che attribuisce a rom e sinti una sorta di vocazione all’extraterritorialità, oscillante tra nomadismo e marginalità; l’effetto è che si alimenta, in tal modo, quella spirale ghettizzazione-autoghettizzazione che è all’origine dello stato di persistente esclusione dal sistema della cittadinanza.

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini (Chiarelettere 2015, con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta), Accogliamoli tutti. Una ragionevole proposta per salvare l’Italia, gli italiani e gli immigrati (Il Saggiatore 2013, con V. Brinis), La musica è leggera. Racconto su mezzo secolo di canzoni (Il Saggiatore 2012). A marzo 2016 ha pubblicato con minimum fax Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica, a cura di Christian Raimo. Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.
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