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Galassia Mucca

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di Giorgio Ghiotti

Mi sono trasferito a Milano da quattro mesi, e al Muccassassina manco perlomeno da settembre. Però, dopo aver letto il reportage firmato da Marco Marsullo e pubblicato da Rolling Stone (Muccassassina, il racconto del party LGBTQ più cool di Roma), sono tornato subito con la mente alle serate – meglio, alle nottate – passate al Qube in via di Portonaccio. Mi sono chiesto allora se questo di Marsullo non sia, più che un reportage, del quale non ha né l’esattezza né la complessità, un’incursione goliardica di uno che, del locale, racconta le stanze (più o meno dark), gli spettacoli per sommi capi, gli assalti etero alle fanciulle e quelli gay allo scrittore che firma il pezzo. Marsullo però specifica cordialmente: «Sempre tutto molto civile; molto più civile dell’approccio medio uomo-donna in qualsiasi locale.»

Non sto scrivendo queste righe perché credo che Marco abbia scritto un pezzo offensivo per qualcuno, dal momento che alle serate del Muccassassina c’è anche ciò che lui ha raccontato. Ma quello è l’ingresso, l’anticamera, le finestre di una bella casa dalle quali vedi appena il soffitto senza riuscire a distinguere il muro dalle carte da parati. Credo sia un pezzo privo di strumenti, e un pezzo privo di strumenti è, per me, allarmante.Gli strumenti sono le orecchie, e la parola, le domande, l’indagine. Le storie, tutto ciò che è parola e non numero.

Oltre le stanze c’è di più; c’è quella umanità variegata, splendida, miserevole, stralunata, appassionata, esaltante o deludente, che Marsullo liquida per “categorie”: «Ci sono le checche felici: camicia abbottonata fino al collo, pantaloni alla caviglia e capelli impomatati. I maschioni stile amminoacidi e wrestling (…), i frocissimi in canotta larga (o a torso nudo) e tatuaggi ovunque,» e io che pensavo fossero semplicemente dei tamarri, «gli allupati etero che mettono le mani addosso alle donne ogni cinque minuti. Ecco, in mezzo a queste quattro categorie, l’unica che mi fa proprio schifo è quest’ultima.»

Io credo, fortissimamente credo che le categorie siano più forti dei generi, ma quelle descritte nel pezzo da Marsullo non sono affatto categorie, sono delle macchiette da raccontino. Siamo al circo. Soprattutto: chi sono le checce felici? E qual è la loro felicità, da dove trasuda oltre che dal capello impomatato?

Si parla talmente male del sesso e della sessualità in questo paese.

Voglio allora raccontare, in pochissime righe, due storie dalla mia Galassia Mucca, due micronarrazioni, poiché credo con Virginia Woolf che ogni cosa è sempre anche altro:

Uno. Paolo (nome inventato) ha trent’anni, ha studiato giornalismo, editoria e recitazione.Conosce la storia del cinema, del teatro e della musica come pochissimi altri. Parla di Anna Magnani, Gabriella Ferri e Laura Betti come sorelle appena uscite di casa, cui deve gran parte del cuore; è una Drag Queen che di sacrifici ne ha fatti molti, i suoi sono spettacoli intelligentissimi e commoventi. Ricordo quando, durante una serata in un teatro di Testaccio, ha recitato un monologo contro la violenza sulle donne. Perché Paolo fa politica anche quando (soprattutto quando) va in scena. Non conto più le volte in cui l’ho visto plasmare la sua passione, la sua creatività e il suo valore sul piccolo palco – una pedana rialzata – di quella straordinaria realtà che è il Gay Center di Roma. Prove, ore piccole, sonno perso, la mattina la vita che corre, di nuovo in una macchina verso Testaccio per le prove con gli altri ragazzi. Tutto questo per beneficienza, per raccogliere i fondi utili alle attività dei ragazzi e delle ragazze omosessuali, bisessuali e transessuali che, anche grazie alle parrucche di Paolo, hanno un porto sicuro al quale approdare o tornare.

Due. La macchina di mio nonno fuma, chiamo la mia amica Marzia per dirle che non se ne fa niente, non avevo nemmeno voglia di andare al Mucca. Invece lei insiste, paga un taxi e pure l’entrata in discoteca. Ci sono dei miei amici conosciuti proprio al Gay Center di Roma; è Marco ad avvicinarmi per presentarmi un ragazzo. «Piacere, Leonardo», dice. Gli stringo la mano, «Ciao, sono Giorgio.» Balliamo, Marco ci porta due drink, per lui analcolico perché deve guidare al ritorno, per me analcolico perché l’ultima volta ho esagerato e, ipocondriaco come sono, già penso al mio fegato e malattie di sorta. Osservo Leonardo ballare, penso adesso mi bacia, e infatti si avvicina al mio collo ma anziché baciarmi dice «Ti va di andare un po’ fuori? Così mi racconti di te.» E siccome credo (in quante cose credo o credo di credere) che l’amore è una forma esatta di conoscenza (restano sempre veri come la luce più abbagliante i versi di Elsa Morante:“Solo chi ama conosce / Solo chi ama il diverso accende i suoi splendori”), mi sento da subito irrimediabilmente amato. Usciamo sulla terrazza esterna, scopriamo con sorpresa che lui è il vicino di pianerottolo di mia zia e il dirimpettaio di mia nonna. Lo era, perché questa è una storia di quattro anni fa e ora lui sta suonando il pianoforte mentre io scrivo questo articolo, nel nostro bilocale milanese.

Quella sera ero vestito con un pantalone nero e una camicia color fango, gli ultimi due bottoni aperti, e la camicia puzzava un po’ di fritto perché quell’estate lavoravo come cameriere in un ristorante cinese su via Marmorata. Non so quale macchietta stessi interpretando, ma so per certo (e qui rispondo all’interrogativo di Marsullo sul dress code giusto) che per avere la credibilità di uno che sta andando al Mucca per raccontare l’evento a Rolling Stone, non c’è bisogno di un jeans più attillato sulle chiappe. Ci si può vestire come si vuole, ma andando a caccia di storie, di vite, prendendosi la briga di raccontarle perché i luoghi, rubo l’espressione a Ginevra Bompiani, sono sempre e prima di tutto degli spazi narranti.

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