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Garrincha, il corpo sbagliato gioia di un popolo

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Il 28 ottobre 1933 nasceva Garricha: lo ricordiamo con un estratto da 91° minuto. Storie, manie e nostalgie nella costruzione dell’immaginario calcistico di Giacomo Giubilini (minimum fax). Vi segnaliamo che domani, sabato 29, alle 14.30 Giubilini presenta il libro al Salone dell’Editoria Sociale a Roma con Emiliano Sbaraglia. (Fonte immagine)

di Giacomo Giubilini

È il 16 gennaio del 1983, Garrincha ha quarantanove anni ed è domenica. È diventato calciatore professionista trent’anni prima e l’apice della gloria risale a venti anni fa. Ora è un alcolizzato. Inizia a bere di mattina, continua nel pomeriggio e non smette per tutta la notte: tre giorni dopo, il mercoledì, senza essersi mai fermato, porta il suo corpo sfasciato fuori dal bar. Avrebbe voluto ancora qualcosa, avrebbe desiderato far ridere ancora qualcuno per avere da bere, ma si è alzato dalla sedia con un presentimento: senza sapere in cosa sperare ancora e senza sapere cosa chiedere, senza cercare scuse e rimandi, capisce che per lui è ora di morire. Viene ricoverato in una clinica psichiatrica dove muore nella notte tra il 19 e il 20 gennaio.

Due giorni dopo la sua bara, esposta prima al Maracanà e poi messa sopra un enorme camion dei pompieri usato come carro funebre, è circondata da ali di folla che la salutano ai bordi della strada che da Rio, per sessantacinque chilometri, porta alla sua città, Pau Grande, a ridosso della giungla. La sua morte per il Brasile è la morte di un simbolo, la gioia del popolo. Il suo funerale è una vera e propria cerimonia nazionale nonostante i molti problemi di ordine pubblico che determina.

Pochi anni prima: Garrincha, sempre ubriaco, dorme su un lenzuolo steso per terra nel salone di una casa vuota. Nessun mobile, nessuna sedia, nessun tavolo: tutto è stato portato via dai creditori e quella è l’unica casa che gli è rimasta. I creditori hanno preso altri tre appartamenti, enormi e mai pagati, una villa meravigliosa e un locale cui il giocatore teneva particolarmente e dove aveva pensato di invecchiare insieme alla sua amante. L’insegna del night, sbilenca e cigolante, è appesa a ciondolare. Resta una collezione di lampadine fulminate prive di luce che, se fossero accese, andrebbero a illuminare un nome: O Garrincha.

All’interno l’umidità e la pioggia, entrate dal tetto scombinato, hanno contribuito a far crescere una ricca vegetazione: l’edera ha sradicato gli ostacoli e si è intrufolata tra le intercapedini, insieme all’erba e ai muschi, la natura ha germogliato tra moquette e piastrelle. Le lucertole spariscono in ciò che resta dei muri e gli insetti escono dagli arredi pesanti e scuri che hanno invaso per abitarli. Non c’è più elettricità, hanno staccato tutto; la palla stroboscopica che iniziava le danze è ferma, e dove si ballava, cantava e beveva non c’è più nessuno. In fondo al locale un bancone ormai inutile: non c’è nessuna bottiglia, nessun barista, le poltrone sono ammucchiate al centro della sala e i tavoli e le sedie sparse a caso. Gli specchi rimandano l’abbandono e lo sfacelo, mentre un uccello, entrato a cercare rifugio e cibo, si guarda intorno.

Quel posto è ormai suo, salta su quello che doveva essere il palcoscenico per gli spettacoli, salta sulle poltrone ribaltate, salta sopra il bancone. L’unica cosa rimasta in piedi è un palo da lap dance al centro: il locale ora è il rifugio degli uccelli. Garrincha sopravvissuto alla notte e schiacciato dalla malinconia del mattino nutre con molliche di pane gli animali che ha amato di più e che lo vengono a trovare lì.

Garrincha, fedele al nomignolo che gli avevano dato da bambino, garrincha o cambaxirra, passero sempre sul punto di rompersi ma in grado di sopravvivere saltando sui rami nel buio della foresta tropicale, ha sempre amato circondarsi di volatili. Da ragazzino, nella casa di Pau Grande, li teneva in gabbia, e da adulto, per sentirsi meno in colpa, li caricava in macchina. Lui, che in auto era un pericolo costante, accatastava le gabbie nel bagagliaio e nei sedili posteriori. Le portava tutte in una radura nel bosco, il posto segreto che conosceva bene solo lui, il suo rifugio. Scaricava le gabbie, sistemava tutti in cerchio e si stendeva nell’ombra in attesa che i suoi volatili ritrovassero, nel guardare la radura e il bosco, la libertà perduta. Quel prato era la sua casa.

Era felice di abbandonarsi nell’erba umida ai margini nella foresta, felice di essere arrivato fin lì senza essere uscito di strada e felice di non aver fatto danni. Poteva riposarsi. Meditava a occhi chiusi nella baraonda dei fruscii del bosco. I battiti del cuore, assalito dall’angoscia del giorno, trovavano un ritmo di quiete.

Siamo nel 1952. Garrincha è giovane, lavora nella fabbrica tessile del suo paese, Pau Grande, una città operaia, uno sperduto agglomerato di baracche al limitare della giungla con la stazione del treno più vicina che dista mezz’ora a piedi. Appena può, scappa nel bosco di Pau, dove trova pace.

Il resto del tempo libero lo passa al bar con i suoi due amici, Pincel e Swing, che lo accompagneranno per tutta la vita. Sembra che nulla possa intaccare il suo quotidiano: niente da scontare, nessun sogno infranto o da inseguire. C’è il calcio, certo, ma fa parte della vita di strada, è solo un gioco che rinsalda la comunità. Ama una donna da quando ha dodici anni, si chiama Nair e la sposerà. Ha anche un’amante, che resterà tale per tutta la vita, Iraci. Ha gli amici con cui bere dopo il lavoro e con cui giocare a calcio.

È il più bravo ma non sa ancora di essere così bravo, il migliore della strada, del paese e della regione, ma anche della nazione e del mondo. Il migliore di tutti in quel gioco. Per ora è solo un meticcio di sangue afro-indio con le gambe storte, niente di più.

Un osservatore del Botafogo ti nota in un’amichevole, Mané, e scompagina tutto. Ti segnala per un provino nelle giovanili della squadra. Tu sei impegnato a vivere tra la fabbrica e i boschi, incapace di trovare una ragione seria per uscire da Pau. In quella partita devi essere stato davvero implacabile: cinque gol. L’osservatore ti lascia il suo biglietto da visita, tu non ne hai mai visto uno e non sai che fartene; sei talmente contento di essere sopravvissuto a te stesso e alla tua infanzia in un corpo sbagliato e sei talmente impegnato a vivere il quotidiano senza frenesie di gloria che ci metti un anno per richiamarlo.

Fai il provino nelle giovanili del Botafogo e ci vai senza la pretesa di trovare la tua strada, perché un destino segnato lo hai già: lavorare in fabbrica. Ci vai non per rinascere o per riscattarti da qualcosa. Povero lo sei sempre stato come tutti quelli che ami, i ricchi non li hai mai visti e la questione dell’invidia non si pone. Se qualcuno fissa le tue ginocchia storte non riesce a immaginare cosa sono in grado di fare quei piedi e quelle gambe. Aspetti i difensori, li dribbli, li aspetti ancora e infine, non appagato, ricominci a dribblarli solo per dilettare chi ti guarda. Lo fai persino quando la palla è fuori dal campo. Balli intorno alla tua vittima.

Sei irriverente. A Pau si può fare, ti conoscono tutti. Ma quello sarà il tuo modo di giocare sempre, al Mondiale che verrà come in un’amichevole di strada. I fili del gomitolo dalla forma confusa si stendono e formano un disegno preciso, netto, la forma di un campione, lo zoppo più dritto che c’è. Al provino gli chiedono l’età e il vero nome. Ha già diciannove anni, è troppo vecchio per le giovanili. A che serve? Bisogna rimandarlo nella dimenticanza. Che riprenda il treno! Certo potrebbe avere l’età giusta per la prima squadra.

Alcuni dirigenti del Bota vogliono sprecarlo subito, testare un essere così indecifrabile per farlo ricredere e farlo tornare in fabbrica. Un bambino già vecchio, un talento non definibile, l’ennesima meteora pronta a sparire ma suggerita, con insistenza e da un anno, dall’osservatore più affidabile, quello con il fiuto giusto e l’istinto che non sbaglia. In quel goffo ragazzo sorridente non c’è nulla di più di un corpo sbeccato e malformato. Almeno così credono.

Per riportare a terra quello scherzo della natura e sminuire i facili entusiasmi di chi l’ha esaltato senza guardarlo bene, quel giorno a marcarlo non sarà, come la mattina, qualche ragazzino delle giovanili, ma Nílton Santos, un giocatore di ventotto anni che ha già vissuto quindici anni da professionista ed è stato in nazionale sedici volte. Un capitano.

Garrincha si cambia e, quando infila i pantaloncini che non ha mai indossato in vita sua, si possono vedere le sue gambe: le ginocchia che tendono a destra e una gamba delle due, la sinistra, più corta dell’altra. Nílton Santos lo vede arrivare e non capisce perché un giocatore affermato come lui sia costretto a umiliare un ragazzino. Che è venuto a fare?

Il ragazzino stoppa la palla che gli passano come si tira l’acciuga alla foca: facci vedere che sai fare. Si ferma. Santos si chiede se lo stia aspettando. Il ragazzino lo capisce che deve andare dritto e far vedere qualcosa o è già spompato prima di iniziare? Lo aspetta con la palla ferma tra i piedi, guarda avanti e gli lancia una sfida che è un insulto.

Nílton è stufo e si avvicina per togliergli tutto: la palla, se va bene, ma se va male, le gambe e le caviglie e le ginocchia. Tutto. Tra il pensiero e il gesto e l’entrata dura, l’altro, però, non c’è più. Sparito. Davanti a lui non c’è più nessuno. Il veloce giovane vecchio lo ha saltato come un birillo.

Nílton non ci sta e torna alla carica, affamato di vendetta. L’unica cosa che può fare è invece subire un tunnel. Si guarda intorno, cerca di capire, cerca i volti a lui familiari della squadra, dei dirigenti, cerca complici. Cos’è, uno scherzo? Altro tunnel, altro scatto, non lo prende più, non lo prende per dieci interminabili minuti.

Si arrende, ha capito che il ragazzo è luce, non uno dei tanti con il destino affossato nei confini dell’ovvio. Quello scherzo della natura è un pezzo unico, è un fenomeno, è la solitudine dell’indescrivibile.

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