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Imparare a guardare con Gary Hustwit

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Fonte immagine)

Helvetica è un font senza grazie inventato in Svizzera nel 1957 con il nome Das Neue Grotesk. Grotesk era un termine poco spendibile sul mercato, e inadatto a un carattere tipografico che era la realizzazione di tutti i sogni idealisti e i bisogni di razionalità dei designer dopo il caos della seconda guerra. Con un nuovo nome modernista ed elegante, Helvetica diventa il font che può dire tutto: da “Noi non possiamo entrare” a “It’s the real thing. Coke”. Scritti in Helvetica: i cartelli nelle metro di New York; i segnali stradali di molte capitali occidentali; lo zoo di Berlino; Chevrolet; Jackass; The Office; il white album; RUN DMC; Little Miss Sunshine; American Airlines; American Apparel.

Helvetica è il soggetto – e il titolo – del primo di tre documentari sul design girati dal regista americano Gary Hustwit fra il 2007 e il 2011. In principio volevo solo sballarmi: pensavo che un documentario su un carattere tipografico mi avrebbe assicurato una di quelle serate psichedeliche in cui la mente può abbandonarsi a concepire forme pure e a ridere della specificità labirintica di certi interessi umani. E infatti, mentre il mio occhio cominciava a riconoscere tutto ciò che non avevo mai saputo essere in Helvetica, e mi rivelava così l’impatto della rivoluzione modernista sulla diffusione delle informazioni scritte, il documentario mi dava proprio quel che cercavo: interviste a persone ossessive, e un oggetto perfetto di contemplazione. Tante persone concentrate sulla forma della pancia di una “a” minuscola.

Adulti dagli occhi spalancati che dicono: “la A maiuscola è troppo magra”, oppure, “No, deve avere quel feeling da macchina da scrivere Olivetti di plastica arancione + espresso in Vacanze romane”. Gente che discute il ruolo del taglio orizzontale degli estremi delle lettere, o la relazione campo-figura: “Gli svizzeri sono più attenti allo sfondo. I contorni e lo spazio fra i caratteri tengono ferme le lettere. Non puoi immaginarti movimento. È molto fermo. Non è una lettera fatta da un tratto che si piega e prende una forma: è una lettera che vive nella matrice potente dello spazio che la circonda… È… oh, è fantastico quando è ben fatto!”

Comincio a capire la visione narrativa di Hustwit quando arrivano i nemici di Helvetica, quelli che dicono che Helvetica non ha ritmo né contrasto, ha bisogno di troppo spazio. Quelli che si sono formati negli anni settanta e considerano il font svizzero troppo corporate e militarista: “Mi facevano pensare a quando da piccola dovevo riordinare la mia cameretta: era una cospirazione di madri”. “È il font della guerra in Vietnam. E dell’Iraq. Le ha causate Helvetica!” La visione di Hustwit è questa: contro tanti documentari che si fanno forza di un’ideologia qualunque per fare spinta al racconto mettendo il lettore nella parte del nobile e giusto che si informa a dovere, Hustwit si fida solo della dinamica euforica prodotta dall’interazione con e fra appassionati, mentre la telecamera fa di tutto per andare nel dettaglio: per mostrare il meglio possibile quanto seducente possa essere la pancia di una “a” minuscola.

Anche nel secondo documentario, Objectified, che parla del design degli oggetti, Hustwit lascia che gli esperti intervistati propongano idee in contrasto fra loro, per far capire cosa c’è di interessante, com’è il mondo dagli occhi di chi pensa tutti i giorni a una certa cosa. Il tema è vasto: gli oggetti. I primi inquadrati: sveglia, doccia, pettine, spazzolino, manopola del rubinetto. “Ogni oggetto, prodotto consapevolmente o no, dice tanto di chi ce l’ha messo”.

Ci viene detto che il primo gesto consapevole di design fu standardizzare le frecce perché calzassero in ogni arco. Da lì il documentario arriva a uno studio in cui si fabbricano utensili per artritici, dove il manubrio di una bici unito a un pelapatate fa venire l’idea per risolvere il conflitto fra articolazioni e principio della leva. “Qui è il punto in cui la mano fa male quando stringi delle tenaglie”, dice un designer. Poi mostrano una mappa delle articolazioni della mano. Come fa Hustwit a raccontare così tanta roba? È superficiale? È velleitario? Dopo aver stabilito il rapporto degli oggetti con il corpo umano, passa al superamento delle forme tradizionali degli oggetti grazie alla versatilità del microchip, che ha svincolato per la prima volta il design degli oggetti dal rapporto diretto con la forma umana. L’esempio più buffo e chiaro è forse il Roomba, un aspirapolvere non più verticale, non più simile a una scopa, ma piatto e rotondo, che si definisce solo in relazione con la stanza da pulire e non con il corpo di chi lo usa, visto che è un robot e fa tutto da solo.

Il terzo documentario della trilogia si chiama Urbanized e parla delle grandi città. Comincia mostrando dall’alto una serie di città di tutto il mondo che si stendono su e fra le colline, sulla riva di corsi o di specchi d’acqua, sui deserti: ogni città abbracciata al terreno che la ospita, come un animale appollaiato nella posizione più comoda che è riuscito a trovare. “Da tre, quattro, cinquemila anni continuano a fare: sono il posto in cui si incontrano i flussi di gente, soldi e beni”. Palazzi, capanne, Venezia, Londra. Amanda Burden, l’assessore al traffico di New York che ha reso pedonale una gran parte di Times Square, dice che in una città tutto, ogni albero, ogni strada, è stato pensato.

Si parla subito di sovrappopolazione e di sfide che le città devono affrontare, ma il tono è antiapocalittico, è tranquillo, pratico. Inquadrano un enorme cantiere sotterraneo della metro. Incroci stradali di Londra e Tokyo. Viste dall’alto, condutture del diametro di un metro e mezzo che attraversano gli slums. Si espone il problema: se non ci si inventano soluzioni, le città saranno fatte soprattutto di slums. Mumbai nel 2050 avrà 36 milioni di abitanti. Un terzo della popolazione mondiale vive in slums.

All’estremo opposto degli slums c’è lo sprawl, in particolare lo sprawl di Phoenix, Arizona, ripreso dall’altro come una barriera corallina di villette a schiera e piscine a fagiolo: l’impatto della massa umana è raccontato quasi come un evento meteorologico, una grandinata di cose e persone su un terreno. A forza di guardare città dall’alto si comincia a sentire il gioco delle forme, il rapporto tra idee pensate, idee realizzate e tempo che passa. Passiamo da un lento viaggio di telecamera sulla sopraelevata di Detroit, tra le strade vuote di una città la cui popolazione sta calando perché è in crisi l’industria, ai progetti di giardinaggio di quartiere: un ragazzone gestisce quadrati coltivati dove per la prima volta i bambini di un quartiere in declino vedono com’è fatta una carota. Poi Hustwit ci mostra il gigante muro di schermi con telecamere sulle strade della prefettura di Rio de Janeiro: un panopticon del traffico. Poi leggiamo gli adesivi “I wish this was” incollati su palazzi fatiscenti per far scrivere ai passanti cosa ci si immagina al loro posto, e allargare così alla cittadinanza il processo di immaginazione della città futura.

Le tre opere sembrerebbero mettere “troppa carne al fuoco”, e invece la sensazione dopo averli visti è di aver scoperto, più che i nomi di designer e urban planner e un elenco di problemi e soluzioni, un metodo per guardare le cose: lasciati affascinare – ma non plagiare – da chi sa le cose, intanto però osserva attentamente ciò di cui parlano. Seguendo questo semplice metodo, ci si ritrova nel cervello, incastonata senza sforzo, un’idea se non nuova però insolitamente chiara: c’è l’uomo con le sue idee e la sua voglia di completare la creazione con la propria immaginazione; e c’è il mondo che ne deriva, mai davvero umano, mai davvero disumano, sempre ibrido, imperfetto, segnato in maniera indelebile dalla nostra impronta cangiante.

Il gioco tra immaginazione e mondo rimbalza tra le affermazioni un po’ spostate dei vari “esperti”. “Tutto intorno abbiamo una malattia visiva”, i cattivi font, “e dobbiamo curarla in qualche modo col design”. Oppure, davanti a un rasoio elettrico Braun: “Il buon design rende un oggetto comprensibile”. Un uomo della Apple dice, parlando del Macbook Air: “Bisogna sbarazzarsi del design. [Il Macbook Air] sembra undesigned”. E aggiunge: “Un po’ ossessivo, vero?” Se questi possono sembrare temi frivoli, mi elettrizza la continuità con i temi più evidentemente seri, come il progetto di case popolari La Barnechea, a Santiago del Chile. Anche qui Hustwit prova a mostrare in maniera dinamica il rapporto fra immaginazione e realtà: l’idea del progetto è ai limiti del delirio: “half of a good house”, prepari metà casa e lasci l’altra metà completamente spoglia. È il “participatory design”: le famiglie, col tempo, decidono come migliorarla da soli, e intanto hanno un tetto.

Il rapporto fra temi frivoli e temi seri è una forza di Hustwit, che mette tutti gli intervistati sullo stesso piano. Uno che dice del design di una macchina: “Non è come una donna, non è viva. Devi proiettarci tu il movimento, quando la vedi”. Pensi che sia un fesso, poi dice: “La vera sfida del design di automobili è capire che ruolo le future generazioni vorranno dare alla macchina: deve finire sullo sfondo?” Questo tema dell’automobile sta sullo stesso piano del sindaco di Bogotà che – ben inquadrato nel suo stile obamiano smartissimo – parla con cervellotica ironia del suo sistema di autobus e piste ciclabili: “Nella carta dei diritti non trovo scritto che il parcheggio è un diritto”. E: “Una bici da 30 dollari dev’essere importante come una macchina da 30mila”. Il bello della presentazione di Hustwit è che queste idee del sindaco di Bogotà non suonano come tavole della legge: se ne vedono piuttosto gli ingranaggi, si resta avvinti seguendo i processi mentali, intellettuali, decisionali di chi affronta un problema.

È un’opera che insegna a pensare e non a cosa pensare. Se Niemeyer difende la bellezza di Brazilia, e Jan Gehl ribatte che “è fantastica dall’aeroplano” ma di fatto cammini per ore lungo superstrade in mezzo al vuoto, come posso uscirne con la sensazione di aver capito cosa è giusto? Però forse ho intuito la questione.

E anche se su certi temi è impossibile essere bipartisan – in Objectified si parla con tutta certezza del fatto che non si possono ignorare le implicazioni del disegnare roba non indispensabile, a fronte del problema della sostenibilità (fantastico l’aneddoto dei designer IDEO che ritrovarono un loro spazzolino sulla riva di un’isola deserta a pochi mesi dalla sua commercializzazione) – c’è sempre qualcos’altro che allarga il campo, che mira più a potenziare il nostro sguardo che a far di noi dei giusti. In Objectified c’è un momento molto bello, e gratuito, in cui si dice: “le persone sono creative per natura e non si accontentano mai del design”. Si vede una bici sul cui parafango è stata aggiunta un’estensione fatta con mezzo bicchiere di plastica.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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