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Gellert Tamas e le regole del giornalismo investigativo

Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Pontus Lundhal.)

Svedese, di origine ungherese, nel 1989 Gellert Tamas lascia un lavoro alla Croce Rossa per andare in Ungheria a cercare le sue radici, incappa nel crollo del comunismo e dà così via alla sua carriera di reporter. Tornato in Svezia mesi dopo, la trova cambiata: dalla vocazione alla neutralità e all’accoglienza il paese si ritrova spaventato dalla decisione dei socialdemocratici di aprire le frontiere e dare asilo a ottantamila profughi della guerra in Yugoslavia. Ma la Svezia non si riconosce xenofoba e impaurita, e Gellert è in poca compagnia quando decide di scrivere di violenze razziali: la polizia ancora non classifica come tali nemmeno i lanci di molotov contro i centri per l’accoglienza dei rifugiati.

Fra i colleghi con cui investiga e scambia informazioni c’è anche Stieg Larsson. Dieci anni dopo quella stagione difficile, Tamas decide di scrivere un romanzo-reportage sull’epoca e sceglie come caso emblematico la storia di John Ausonius, L’uomo laser, uno svedese di origine tedesca che ha ucciso e mutilato una decina di persone. Il romanzo è edito in Italia da Iperborea e può vantarsi dell’invidia fraterna del collega Stieg Larsson, che voleva anche lui scrivere del tema ma era impegnato con la trilogia Millennium.

Il suo lavoro, intervistare vittime e autori di violenze razziste, fa di Tamas la persona adatta a cui porre domande sulla cosiddetta “responsabilità dello stile”, termine usato da Antonio Pascale ne Il corpo e il sangue d’Italia (minimumfax, 2006) per stigmatizzare la scelta di Roberto Saviano di far squillare il cellulare nella bara di una giovane vittima di Camorra in una scena di Gomorra: alcuni fra i presenti al funerale hanno negato la veridicità di un dettaglio tanto toccante. Ho chiesto a Tamas quali metodi usa per essere deontologicamente corretto. “Non propongo a tutti gli intervistati di leggermi, ma se qualcuno chiede gli dico: Se ci sono errori sui fatti puoi correggermi. Quanto a ciò che scelgo di mettere o non mettere… devi fidarti di me”. Gli errori trovati nel suo libro sono minimi: una vittima dell’Uomo Laser corresse l’anno in cui chiese asilo politico alla Svezia. “Sono cose piccole, ma importanti. Credo sia un bene, come reporter, lasciare che la gente ci corregga”.

Ha passato molto tempo a ricontrollare i fatti: usando la forma del romanzo doveva convincere ancora di più il lettore di conoscere la materia, di non star inventando. Perciò usa molti dettagli veri: “Per esempio: l’appartamento di Ausonius. In una scena cammina avanti e indietro. So com’è la stanza perché nei rapporti di polizia c’è una foto del suo appartamento”. E nelle interviste gli ha chiesto di descriverlo. “E poi sono stato fuori dalla sua casa, so com’è, so che aveva una scrivania marrone inglese, perché ho visto la foto della scrivania marrone inglese”. Oppure scrive che ha preso un volo South African Airlines dopo aver commesso l’omicidio. “So che volo è, e so in che posto siede, perché è nei rapporti di polizia. Puoi ossessionarti con i dettagli, alla fine della scrittura era quasi comico”.

L’attenzione per i dettagli arriva fino al meteo: il pomeriggio freddo con scrosci non se lo inventa: su internet il servizio meteo svedese va indietro fino agli anni novanta, può darti il clima di ogni giornata. “L’ho controllato sul database. Se non facessi così, cosa sarebbe vero e cosa no? In definitiva scelgo pur sempre cosa mettere nel romanzo e cosa no. Per cui influenzo moltissimo il racconto: a maggior ragione, sarei pazzo a inventarmi dell’altro. Posso scegliere se dire che da piccolo Ausonius lo chiamavano il Negro. Posso anche scegliere di non metterlo. Ma se lo metto dev’essere vero”.

La conseguenza è una mole di lavoro incredibile: una decina di interviste con il serial killer (serial è una definizione un po’  larga: Ausonius è piuttosto un mutilatore seriale, visto che è riuscito ad uccidere uno solo dei suoi obiettivi), migliaia di pagine di materiale processuale, più un permesso speciale per accedere all’archivio di ventimila pagine sul caso: due mesi di letture nelle cantine della polizia.

Nel complesso, dai primi reportage giornalistici alla stesura del libro, dieci anni di dedizione a un tema che all’inizio la polizia neanche vedeva: nei primi anni novanta i crimini di cui si occupava non venivano classificati come xenofobi, e intanto Gellert intervistava capi dell’estrema destra e riceveva minacce da quelli che non si fidavano dei giornalisti. “È difficile da capire, per chi non c’era: di Ausonius, per esempio, a volte dicevano che era razzista, a volte che era solo mentalmente disturbato, un lupo solitario”. E infatti, dieci anni dopo ancora nessuno aveva scritto seriamente di quel periodo. “Fu un po’ come la seconda guerra mondiale: avevamo cooperato con i tedeschi, quindi in seguito ne parlammo poco. Un po’ come successe all’Austria: meglio dimenticare, fa troppo male”.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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