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Generations of love, diciotto anni dopo. Intervista a Matteo B. Bianchi

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di Marco Mancassola

“I mutamenti del pianeta sono più veloci della mia capacità di registrarli”, scrive il narratore di Generations of love –  una frase che riecheggia a lungo dopo aver riletto, a diciott’anni dalla prima edizione, il romanzo d’esordio di Matteo B. Bianchi (uscito nel 1999 e ora ripubblicato da Fandango, in una edizione arricchita di “contenuti speciali”). Se quella frase era già attuale ai tempi della prima uscita del libro, oggi riassume un sentimento conclamato e generalizzato. Lo stato di accelerazione in cui viviamo sembra rendere il nostro tempo un oggetto sfuggente per le coscienze, figurarsi per i romanzi – i cui ritmi di scrittura (e anche di lettura) sembrerebbero incommensurabili a quelli del ribollire del mondo.

Eppure, c’è qualcosa di speciale nel rapporto fra un romanzo di formazione d’esordio e il tempo in cui è stato scritto e letto; c’è qualcosa di speciale anche in un romanzo che viene ripubblicato dopo alcuni anni, tornando ad abitare un mondo sottilmente, radicalmente cambiato.

In Generations of love, gli approcci amorosi avvengono con telefonate sulla linea di casa; un gruppo di amici parte per un’estate in Interrail; la musica si ascolta su musicassette; i giovani omosessuali si incontrano nei bar e nelle discoteche anziché su qualche app con geolocalizzazione. Accanto a questa “sociologia vintage”, però, si trovano non solo dinamiche sentimentali senza tempo, ma anche intuizioni premonitrici su ciò che il mondo diventerà in seguito: come quando, la sera dell’inizio della prima Guerra del Golfo, di fronte ai litigi che scoppiano fra studenti di nazionalità diverse in un collegio universitario, il protagonista si rende conto di quanto sia fragile, e forse finta, la patina di convivenza pacifica nel mondo internazionalizzato.

Per questa nostra conversazione mi piacerebbe seguire la traccia del rapporto coi tempi, dei mutamenti avvenuti dentro e intorno a Generations of Love. Ad esempio, cominciando dalla natura stessa del libro: quando lo hai pubblicato la prima volta, non era che un “semplice” romanzo autobiografico. Oggi, dopo anni in cui le “narrazioni dell’io” sono diventate onnipresenti, sono state intellettualizzate e banalizzate, sono entrate nelle classifiche e hanno disciolto i confini fra generi (romanzo, memoir, fiction e non-fiction), in cui sui social media si leggono confessioni dotate di pieno splendore letterario mentre in libreria si trovano costosi romanzi in prima persona che sembrano poco più di un mediocre status Facebook gonfiato – dopo tutto questo, che rapporto hai con il tuo romanzo autobiografico? Cosa ti sembra ti abbia permesso di fare, e in cosa invece ti ha limitato, l’uso della fatidica parola “io”? Potresti farlo oggi di nuovo con lo stesso candore?

No, credo assolutamente di no, ma come sottolinei tu oggi il contesto è radicalmente cambiato. Quando ho scritto Generations, a metà degli anni ’90, stavamo uscendo da un periodo molto cupo, soprattutto per la comunità omosessuale, i libri a tematica erano intrisi di drammaticità e dolore perché in gran parte legati ai temi dell’Aids e del lutto. Mi sembrava di non trovare da nessuna parte un testo che parlasse di giovinezza e omosessualità con leggerezza ed è per questo che ho deciso di farlo. La scelta dell’autobiografia è venuta in un secondo momento: all’inizio avevo cominciato a scriverlo in terza persona, poi mi sono reso conto che questa distanza emotiva non rendeva giustizia a quello che volevo raccontare e ho capito che dovevo mettermi in gioco in prima persona. La storia che stavo scrivendo era in sé banale (le grandi e totalizzanti amicizie dell’adolescenza, i primi approcci sessuali, il primo innamoramento, il primo tradimento…) ma era in questa normalità che stava, almeno per me, il senso del libro. La reazione da parte dei lettori ha confermato che questa sorta di vuoto editoriale in effetti c’era e in molti hanno ritrovato nella mia esperienza ordinaria il riflesso della loro. Dopo aver letto il romanzo in centinaia mi hanno scritto raccontandomi di sé, quasi volessero in qualche modo “rendermi il favore”. Addirittura alcuni hanno fatto di questo libro una sorta di manifesto personale, l’hanno utilizzato con i genitori per fare coming out, l’hanno dato da leggere agli amici come un biglietto da visita di se stessi. Immagino che questi risultati non sarebbero stati possibili se non avessi scelto di utilizzare la prima persona, se non avessi trasformato questo romanzo in un’aperta confessione. Oggi viviamo in una società nella quale la confessione personale è una pratica quotidiana diffusa, anche se con grande superficialità. Ogni tanto rimango sbalordito dalla facilità con cui la gente su Facebook espone particolari di vicende che solo qualche anno fa sarebbero state confidate agli amici più intimi. I confini tra esperienza privata e pubblica sono diventati evanescenti. È cambiata la sensibilità individuale nei confronti di certi argomenti. Da scrittore è impossibile non tenerne conto.

In questa nuova edizione di Generations ho aggiunto una serie di racconti che in qualche modo riprendono e ampliano alcune delle storie raccontate nel libro. Sono dunque tornato all’autobiografia anche se con una diversa consapevolezza. In questi racconti prevale la matrice ironica, c’è un distacco maggiore, frutto della maturità e dei tempi.

L’esperienza di un io personale che assume un valore universale fa parte di una certa chimica della narrazione; l’esperienza del primo amore, in particolare, è un topos narrativo in cui il personale e l’universale si abbracciano. In Generations of love di fatto c’è una concatenazione di primi amori, che si susseguono incarnando ognuno un aspetto dell’esperienza amorosa: l’avventura estiva, il rapporto platonico e impossibile, e finalmente la relazione matura. Ci sono lettori che ti chiedono con insistenza un “sequel” del romanzo e credo stiano parlando di come i “primi amori” non smettano davvero nell’età adulta, continuino a rivelare nuove ferite emotive proprio nel confronto con i tempi e con l’età che cambia. Ad esempio il primo amore nato online (quando magari si è già ampiamente adulti) o il primo amore che si tinge di lutto (indipendentemente dai temi dell’Hiv). Penso a una recente miniserie britannica, Cucumber, che parlava di aspetti come questi.

Infatti quando dico che non ci può essere un sequel di Generations mi riferisco al fatto che se decidessi davvero di scrivere un altro romanzo autobiografico dovrebbe riguardare il me stesso adulto, quindi cambierebbero i toni, sparirebbero l’incoscienza e la spensieratezza perché sarebbero fuori luogo, entrerebbero in gioco temi come il lutto, la necessità di accettare compromessi, il mutare dei desideri con l’età, le esperienze anche estreme che la vita comporta… Insomma, un’altra cosa proprio.

Ho visto alcuni episodi della serie che citi e ho trovato alcuni aspetti interessanti e altri al limite del grottesco. La stessa sensazione ambivalente me l’ha data la serie americana “Looking”. Trovo difficile vedermi rappresentato oggi come gay adulto e quindi trovo difficilissimo l’idea di potermi addentrare in un simile territorio come autore.

Ecco, credo che la differenza fondamentale sia proprio questa: quando ho scritto Generations sapevo che la mia esperienza avrebbe potuto essere indicativa anche per i lettori, volevo profondamente che lo fosse; oggi se scrivessi un libro autobiografico non me ne preoccuperei, penso che vorrei rappresentare solo me stesso. Comunque, prima che tu me lo chieda, no, non lo sto scrivendo.

Nel tuo romanzo, è la sorella del narratore che traccia una prima connessione fra educazione letteraria ed educazione sentimentale, suggerendo al fratello omosessuale di leggere Yukio Mishima, E.M. Foster e Christopher Isherwood. In generale, oggi, in che stato ti sembra la nozione di una “letteratura a tematica gay”? Oltre l’ovvia constatazione che la letteratura è universale e se ne infischia delle etichette, è altrettanto ovvio che, per un giovane lettore omosessuale che prende le misure del mondo e che si immerge in un romanzo con personaggi gay, al livello della “comune” fruizione letteraria si affianca una decisiva esperienza di riconoscimento. Oggi mi sembra che si resti in bilico tra l’ammissione della specificità di uno scrivere/leggere gay, e la tendenza a liquidare tutto questo come un fatto del passato.

Ammetto di aver avuto una sorella atipica, e forse parte di questa domanda andrebbe rivolta a lei. Una delle cose che più spesso mi dicono i lettori dopo aver letto Generations è che vogliono incontrarla e conoscerla, e a volte è pure successo.

Quando alla “letteratura a tematica gay” penso che in questi ultimi vent’anni abbia perso parte della sua ragione d’essere perché sono modificate le condizioni sociali. Si può dire che oggi la tematica omosessuale sia praticamente dilagata, risulta persino difficile indicare quali libri (o quali film o serie tv) non contengano personaggi e riferimenti al mondo GLBT, mentre solo trent’anni fa sembravano ambiti nettamente separati. Il lettore che era interessato a vicende a tematica una volta era costretto a cercarle in una produzione di nicchia, oggi se le trova ovunque, persino dove non ipotizza di trovarle.

Ma come osservi tu sarebbe semplicistico e superficiale liquidare la questione in questi termini, l’ubiquità di personaggi gay non equivale a una corretta rappresentazione e certi passaggi fondamentali per la crescita e l’accettazione di un ragazzo gay vengono dati per scontati o semplicemente ignorati. La questione quindi è delicata.

Da questo punto di vista mi sembra interessante quello che sta avvenendo a livello internazionale per quanto riguarda le persone transessuali. Negli ultimi anni sono usciti romanzi, autobiografie e serie tv che raccontano i percorsi, a volte dolorosissimi, di transessuali e transgender. In questa produzione ritrovo un’urgenza e una passione che una volta erano tipici della narrativa gay e che oggi mi sembra non abbiano equivalenti in altri campi.

Ma un altro tratto a essere cambiato rispetto a diciotto anni fa è il clima intorno alle diversità. Quando Generations of love uscì la prima volta, si era all’inizio di una stagione in cui, anche in Italia, seppure con lentezze e complicazioni, un’omosessualità finalmente normalizzata e in generale i valori delle diversità sembravano entrare nel discorso comune. Cosa succede oggi che il castello della società plurale-tollerante sembra di nuovo traballare? Il rispetto delle diversità è forse una delle poche eredità buone dell’ultimo trentennio socio-economico, ma rischia di scontare gli effetti di una diffusa reazione anti-progressista e anti-politically correct. I diritti faticosamente conquistati, e ancora incompleti, convivono con il crescere di omofobie rabbiose. Anche a sinistra, c’è chi guarda con fastidio ai sindaci che sposano le coppie gay anziché impegnarsi più a fondo contro le nuove povertà – come se le due cose fossero in contraddizione.

Il fatto che l’Italia sia stato uno degli ultimi stati europei ad approvare un (limitato) riconoscimento delle unioni civili già la dice lunga su quanto desolante sia la posizione del nostro paese. Omofobia è sinonimo di razzismo, ma da noi sembra che i due termini vengano scrupolosamente separati. Trovo inaccettabile la strumentalizzazione del dibattito che è stata compiuta dalle destre, l’invenzione della “teoria gender”, creata per offrire in pasto alla gente un demone da combattere, l’invenzione di un nemico inesistente per creare uno schieramento fra la famiglia tradizionale e le altre forme familiari, come se non possano convivere. Il fenomeno delle “Sentinelle in piedi” mi fa ribollire di rabbia perché mette in scena una contraddizione, l’atto della lettura e la diffusione del pregiudizio, la cultura come strumento di diffusione del razzismo. Il solo fatto che personaggi grotteschi come Adinolfi abbiano voce è rivoltante. Tra l’altro mi pare evidente che spesso questa gente non pensi quello che propaganda ma abbia solo trovato uno strumento per avere visibilità e lo cavalchi senza ritegno. L’invenzione di termini come “omodittatura” o “gaystapo”, che di fatto equiparano la conquista dei diritti civili GLBT a forme spregevoli di autoritarismo, danno una dimensione del livello di bassezza che si è raggiunto.  Anche in Europa ci sono movimenti di opinione contrastanti su questi temi, ne sono consapevole, ma mi pare che da noi la faccenda abbia contorni molto più sconfortanti.

Il politically correct è stato colpevole di eccessi e si è trasformato a volte in una specie di feticcio. Ma è stato un meccanismo linguistico fondamentale per imporre un nuovo livello di difesa delle minoranze…

Infatti penso, sebbene con un po’ di tristezza, che il politically correct da noi abbia ancora un’importanza fondamentale, e non mi riferisco solo alle questioni GLBT. Non dimentichiamoci che in Italia un parlamentare può dare della scimmia a una collega di colore e passarla liscia. In altri stati questo sarebbe totalmente inaccettabile.

La dimensione di scrittura in cui vivi quotidianamente non è solo quella letteraria: il tuo lavoro principale è quello di autore televisivo. Cosa ti ha insegnato tale lavoro, che hai poi trasferito nella scrittura dei tuoi libri? O forse è successo il contrario, ed è la scrittura letteraria che ha influenzato il lavoro televisivo?

In verità penso di aver attraversato quasi tutte le dimensioni della scrittura professionale: all’inizio, e per anni, ho lavorato come copywriter pubblicitario in una grande agenzia milanese, da lì sono passato in Rai come autore di un programma radiofonico quotidiano e nel frattempo collaboravo con diverse riviste. Dalla radio sono approdato in tv e quella di scrivere programmi è diventata la mia occupazione stabile. Nel corso di questi anni però ho anche scritto una commedia teatrale e diverse sceneggiature.

Se ripenso a questo percorso mi è difficile capire cosa abbia influenzato cosa, perché talvolta gli ambiti erano così differenti che era quasi come ricominciare da capo ogni volta. Scrivere per la radio, per esempio, è del tutto diverso dallo scrivere per la tv, la pubblicità richiede una sintesi estrema che nessun altro ambito ti richiede, le sceneggiature cinematografiche un delicato equilibrio tra dialoghi e immagini…  Per esperienza posso dirti che scrivere equivale a modularsi, adattare le parole e il ritmo ai diversi media, perché ciascuno ha le sue regole ed è anche affascinante scoprirle e cercare di padroneggiarle.

Da un punto di vista emotivo invece mi sento proprio scisso: la scrittura televisiva è un lavoro quasi sempre collettivo, le tue idee vengono condivise, modificate e trasformate per le esigenze della trasmissione, dopo mesi di lavoro in gruppo di solito non vedo l’ora di dedicarmi alla narrativa, di trovarmi a scrivere qualcosa in assoluta autonomia e che corrisponda unicamente alle mie intenzioni. E poi quando finalmente posso dedicarmi alla stesura di un romanzo a volte questa solitudine mi disorienta, l’ipotesi di compiere tutte le scelte in libertà mi appare una responsabilità difficile. In sintesi, non trovo pace né in campo, né nell’altro.

Generations of love è scritto con un tono ibrido, in bilico fra il racconto di formazione dolente e una nota sbarazzina, quasi parodica; un misto di voce assorta e riferimenti pop, talvolta anche trash. In un passaggio della storia, il protagonista trova rifugio da una delusione sentimentale nella visione degli show di Wanna Marchi. Ti sei mai pentito di aver inserito questa vena trash nel romanzo? Non rischia di diventare un limite, un effetto ironico destinato a invecchiare presto?

Distinguerei i due aspetti: i riferimenti al mondo pop sono frequenti nel romanzo e accostano davvero di tutto, da David Sylvian a Sabrina Salerno, dagli Smiths a Heather Parisi, con citazioni di Busi e Montale. Mi piaceva l’idea di questo frullato culturale, che poi è il modo in cui si vive l’adolescenza, incamerando tutto il possibile, musica, libri, film, cercando di formarsi un proprio gusto, una propria personalità. Inoltre i riferimenti musicali sono stati anche un espediente per collocare il romanzo nel tempo. Non ci sono date, ma quando cito canzoni dei Righeira o di Giuni Russo allora capisci che parliamo degli anni ’80, di quella stagione.

Per quanto riguarda l’inserimento di Wanna Marchi non me ne sono mai pentito, perché mi sembra che la Marchi meglio di chiunque altro personifichi l’icona televisiva di quel periodo, fuori dagli schemi, eccessiva in tutto, sfrontata, sguaiata e allo stesso tempo ipnotizzante: quando capitavi su una delle sue televendite era impossibile non restare incollato a vederla urlare e insultare il pubblico. Ti sembrava impossibile che un personaggio simile potesse avere una qualsiasi credibilità come venditrice, invece era una star. All’epoca si parlava di “yuppies” e di “rampantismo”, ma nessuno yuppie è stato rampante quanto Wanna Marchi. In fondo rappresentava era una contraddizione di termini: una donna né bella, né magra che vendeva con successo creme di bellezza e dimagranti. La forza della persuasione conto il senso della realtà. Negli anni ’80 ci facevano credere che si poteva tutto e lei lo dimostrava.

Quando hanno tradotto il romanzo all’estero mi è bastato aggiungere una descrizione per identificarla come venditrice televisiva esuberante e sopra le righe. Non importa che il lettore straniero la conosca, conosce gli equivalenti locali e il messaggio resta identico.

Mi riferisco alla Marchi del periodo d’oro da teleimbonitrice, la sua triste evoluzione successiva, le truffe con il cartomante, le vicende giudiziarie, il carcere sono un’altra cosa e infatti appartengono a un altro periodo, ma in fondo se ci pensi la confermano ancora di più come un personaggio profondamente romanzesco, si arriva davvero al delitto e al castigo, Dostoevskij e Berlusconi insieme.

Uno dei primi libri che hai curato fu una raccolta di aforismi di Andy Warhol. Nel complesso, anche al di là del gioco delle esplicite citazioni musicali, un profondo sentimento pop ha sempre animato la tua scrittura.  Che cos’è, esattamente, il pop per te?

Forse vivo e ho sempre vissuto il pop come contrapposto al retorico, all’intellettuale. Pop è la mia formazione e pop è la mia attitudine. Malgrado sia un lettore voracissimo, sin da ragazzino, riconosco che la mia è stata una crescita culturale legata tanto alla musica che ai libri, non sono mai riuscito a fare una netta distinzione, non mi è mai importato farlo. Mi affascina la commistione, la capacità di attraversare i generi, di misurarsi con media differenti. I miei riferimenti sono sempre personaggi che non si sono mai limitati a un campo d’espressione. Per dire, di Andy Warhol mi interessa relativamente poco l’opera pittorica, mi entusiasmano invece la sua filosofia, i suoi diari, le interviste, il suo ruolo di produttore nei Velvet Underground, la rivista che ha fondato, i suoi esperimenti televisivi. Il mio scrittore preferito è Douglas Coupland, che oggi è diventato anche uno sculture di successo e ha scritto e diretto una sua serie televisiva. E poi nutro una venerazione per John Waters, il regista americano di “Hairspray” (quello originale,  con la drag queen Divine, non il remake musicale con John Travolta), ma anche nel suo caso non mi riferisco solo ai film che ha diretto, quanto ai saggi che ha pubblicato, le opere d’arte che ha esposto in rare mostre e le geniali lectures che ha tenuto in alcuni college americani (uscite anche in dvd). È il suo modo di interpretare il mondo contemporaneo che mi affascina. Diciamo quindi che intendo il pop non tanto come popular, quanto come un modo molto ampio ma alternativo di rappresentare e decodificare la realtà.

Il Novecento però sta morendo, nel senso letterale che stanno morendo i protagonisti più noti della seconda metà del secolo scorsogli artisti, le celebrità, i nomi della cultura e dello spettacolo. Ci impressiona questa sfilza di abbandoni, che accresce la sensazione di vivere il tramonto malinconico di un’era.

La scomparsa degli idoli è una conseguenza inevitabile del trascorrere del tempo. Ho sofferto (e continuo a soffrire) per la scomparsa di David Bowie, che era un agitatore culturale e che è stato in grado di rinnovarsi continuamente. Ricordo ancora il giorno in cui, a sorpresa, è uscito “Where are we now”, dopo 12 anni di assenza dal mercato discografico. La prima volta che l’ho ascoltata mi sono commosso, e non in senso figurato, ho proprio pianto. Da tempo si diceva che fosse malato e quel brano mi sembrava prefigurasse la sua fine.

Cosa rende gli anni Ottanta così speciali? Cosa ci fa essere così attaccati all’immaginario di quegli anni? Il decennio vero della mia giovinezza furono i Novanta, anni che ritengo più interessanti sotto molti aspetti, ma quando penso agli Ottanta è come se qualcosa di incomparabilmente epico e struggente appaia là, in controluce, nella parabola una parabola anche oscena, se lo consideriamo il decennio di Thatcher e Reagan di quegli anni. Anche persone molto più giovani sembrano nutrire lo stesso sentimento, ed è qualcosa di più profondo di un banale revival per le canzoni elettropop o per qualche inno italodisco di quel periodo.

Gli anni ’80 sono stati in grado di creare delle mitologie in maniera più estesa ed efficace di altri decenni, credo. A livello musicale per esempio, gli anni ’90 hanno portato il grunge e il brit-pop, ma soprattutto c’è stata l’esplosione della musica dance, cioè si è andati in una direzione di spersonalizzazione : il dj è assurto al ruolo di superstar, gli artisti sono andati verso una forma di consapevole anonimato. I Daft Punk si celano dietro una maschera e sono diventati uno dei gruppi più noti del pianeta. Le band degli anni ’80 mischiavano componenti musicali con elementi teatrali e di costume, si esprimevano tanto nella musica quanto nel look e nei video, spesso con riferimenti culturali precisi. La scena new wave inglese aveva fortissime radici intellettuali, i gruppi prendevano il nome da movimenti artistici (Bauhaus), da scrittori (i Cocteau Twins da Jean Cocteau), dai saggi politici di Gramsci (gli Scritti Politti), ed erano band che finivano in classifica. Oggi farebbero parte di un circuito alternativo e basta. Anche in Italia, un equivalente dei CCCP per dire, non c’è mai più stato, un gruppo in grado di fondere proclami politici, teatro off, estetica DIY, rock, punk e liscio, di dare alle canzoni titoli in russo e di duettare con Amanda Lear, senza paura di mischiare l’impossibile, di non risultare credibili. Forse nessuno ha più quell’ansia di rappresentazione, quella voglia di affermarsi al di là delle categorie. L’ “indie” è diventato un genere musicale, non indica più lo status del musicista.

Una delle dimensioni di Generations of love è quella della giovinezza di provincia. Il narratore cresce in un piccolo centro fra Milano e Pavia e racconta in pochi tratti incisivi la provincia degli oratori, delle scuole per buone famiglie, degli studenti pendolari. Vivi a Milano da tanti anni, ma forse hai qualche impressione in proposito: com’è cambiata negli anni la vita della provincia norditaliana? Oltre le varie regressioni leghiste e l’influsso delle immigrazioni, pensi ci sia qualcosa di diverso, oggi, per qualcuno che vive una “giovinezza di provincia”?

Certo, e non potrebbe essere altrimenti. L’avvento della rete ha cambiato tutto. Il senso di isolamento culturale che io provavo da adolescente oggi appare quasi preistorico, incredibile. A un qualunque ragazzo ora basta connettersi per entrare in contatto con persone che condividono le sue stesse passioni, i suoi interessi, in ogni parte del mondo. Può darsi che accanto a sé, nella ristretta cerchia di amicizie fisiche che il paese gli offre, non abbia nessuno che gli sia tanto affine, ma essere in contatto telematico con altre decine di persone che lo sono ha un effetto di rassicurazione fortissimo, contribuisce all’affermazione di sé, della propria personalità, dei propri gusti, dei propri confini. Oggi anche gli incontri sessuali si ottengono attraverso un’applicazione, è tutto più diretto e controllabile. La mia generazione si affidava per necessità a metodi molto più avventurosi, gente adocchiata nei locali, sconosciuti incontrati nei parchi. Il mix sociale che si veniva a creare era più vivace. Nel romanzo racconto della mia lunga relazione con un operaio conosciuto in un parcheggio. Non avevamo quasi nulla in comune, provenivamo da due mondi lontanissimi. Credo che questo tipo di commistioni oggi sia raro. Con questo non intendo dire che si stava meglio allora, voglio solo sottolineare quanto siano mutate le condizioni.

Chiudiamo invece su Milano. Una scena del romanzo mostra il protagonista a un incontro con Nando Della Chiesa, ai tempi in cui si era candidato sindaco. Sono passati un bel po’ di anni, politicamente e culturalmente. Come trovi la vita della città oggi? E pensi che Milano possa essere ancora, a modo suo, un buono sfondo per un romanzo?

Il mio rapporto con Milano ha subito gli stessi mutamenti di un rapporto interpersonale. Ci sono stati momenti in cui ho detestato questa città, in cui ne vedevo tutti i difetti e la sua incapacità di porvi rimedio, in cui ne vedevo l’ambizione di candidarsi a metropoli internazionale fallendo su più fronti. Oggi al contrario mi sembra che Milano stia vivendo un momento di splendore, urbano e culturale, come forse nessun’altra città italiana. La riapertura della Darsena, il fermento nel quartiere Isola, le costruzioni futuristiche intorno a piazza Gae Aulenti, l’apertura di decine di co-working, il ricambio generazionale nella gestione dei locali che ha comportato il raggiungimento di livelli europei (banalmente, i nuovi bar e i ristoranti hanno un gusto estetico simile a quello di capitali come Berlino o Londra, cosa che dieci, quindici anni fa era una rarità). C’è stata anche un’ammirevole integrazione fra i capitali della moda e la vita culturale della città (gli spazi della Fondazione Prada ne sono un esempio).  L’avvento di Pisapia ha davvero coinciso con la rinascita di questa città. Ricordo ancora l’entusiasmo popolare quando era stato eletto, la festa spontanea in piazza Duomo: a ogni passo incontravo un amico senza che ci fossimo messi d’accordo, eravamo tutti lì. Avevamo desiderato così tanto e così a lungo un cambiamento e oggi godiamo di quei risultati. In questo momento adoro Milano, sono felice di viverci.

Se poi pensiamo al tracollo di Roma, al degrado fisico e sociale in cui è precipitata, talmente vistoso che basta fermarsi un paio di giorni per percepirlo, allora il confronto si fa persino impari. Fino a qualche anno fa vedevo amici lasciare Milano delusi per migrare a Berlino, oggi non faccio altro che sentire di gente che vuole abbandonare Roma e trasferirsi a Milano. Non è mai successo prima.

Se poi questo renda Milano un buono sfondo per un romanzo, non lo so. Certo lo è perché è qui che stanno succedendo tante cose, è qui che l’Italia si proietta verso l’Europa, allo stesso tempo la tragicità di Roma oggi la rende molto più romanzesca: il declino è più letterario del successo.

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