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Genesi di una strega: Simon Hanselmann e le avventure di Megg

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Questo articolo è la trascrizione di un incontro tra il fumettista Simon Hanselmann, che in Italia ha pubblicato i graphic novel Special K e Megahex, entrambi per Coconino Press, ed Elena Orlandi, editor, collaboratrice di BilBOlbul Festival Internazionale di Fumetto e mangiatrice di storie. L’incontro è stato organizzato da BilBOlbul il 10 aprile 2018 al Cassero LGBT Center di Bologna, in collaborazione con il festival Gender Bender.

Elena Orlandi: Chi è qui all’incontro conoscerà i tuoi libri. Raccontano la storia di una strega, Megg, del suo fidanzato gatto, Mogg, e di una serie di amici, primi tra tutti Gufo e Lupo Mannaro Jones, che passano il tempo a fumare, mangiare cose improbabili, stare sul divano a giocare ai videogiochi e fare sesso.

Leggendo le tue storie ho sentito forte la sensazione di essere immersa in un contesto preciso: riferimenti (che non sono esattamente citazioni) a un’atmosfera già percepita… Megg e Mogg è chiaramente un fumetto pop, anzi post–pop. In un’intervista sul Comics Journal ne parli come di un teen drama e dici che hai sempre voluto tenerti a metà strada tra arte e puro intrattenimento. Eppure hai dedotto i personaggi da una serie per bambini molto famosa in Australia, che si chiamava appunto Meg e Mog. Vorrei chiederti di raccontare come nascono questi personaggi e quali influssi hanno subito dal mondo circostante, dalla tua biografia, dagli stimoli culturali che hai ricevuto.

Simon Hanselmann: Ho iniziato a scrivere le storie di Megg e Mogg nel 2008. È successo per caso: avevo ventun’anni e stavo lavorando a un lungo libro a fumetti, un graphic novel ambizioso che doveva essere simile a Twin Peaks, ma ero frustrato perché non riuscivo a finirlo. Ero troppo giovane quando l’ho iniziato, sono stato ingenuo a lanciarmi in un progetto così ambizioso a quell’età. Così ho iniziato a disegnare le strisce comiche di Megg, Mogg e Owl. Fumavo un sacco di erba, mi piacevano le streghe – mi piacevano i cappelli e i nasi delle streghe – e i gattini. Sono cresciuto con i libri per bambini di Meg e Mog, ho imparato a leggere grazie a quei libri, perciò ho chiamato i miei personaggi Megg e Mogg, aggiungendo una G perché non fossero proprio uguali agli originali. Non mi aspettavo  questo successo, pensavo che avrei disegnato solo qualche striscia, ma ora che ne ho disegnate tante a volte ho paura che gli autori dei libri per bambini mi facciano causa. Il loro editore è Penguin Random House, ed è un editore per cui ho lavorato anch’io, perciò sanno sicuramente cosa sto facendo e probabilmente non sono interessati a intervenire. Ma a volte mi sveglio la notte in uno stato di paranoia e penso: “Oh no, verranno a cercarmi, mi faranno causa e la mia vita finirà”. Ma per ora non l’hanno fatto, quindi non diteglielo. Comunque, questa è la storia, in sostanza: fumavo erba, ho disegnato qualche strega e così è iniziato tutto. E ancora oggi non ho la più pallida idea di quello che sto facendo, succede e basta.

EO: Hai detto che hai iniziato a disegnare quando avevi ventun’anni…

SH: Ventisei, forse…? Hai detto ventuno? L’ho detto io? Probabilmente sono ancora fatto. Scusa.

EO: Ok, hai iniziato a disegnare a ventisei anni. Quando sei passato a pubblicare su Tumblr e in che modo questa piattaforma di blogging, e l’interazione con il pubblico, hanno influito sul modo in cui raccontavi le storie?

SH: Ho iniziato a fare fanzine a otto anni, nel 1989. Non so come mi sia venuta l’idea. Disegnavo fumetti e ho trovato una fotocopiatrice – non l’ho trovata nei boschi, l’ho comprata in un negozio –, così ho iniziato a stamparli e venderli a scuola e da allora non ho mai smesso. Per molto tempo ho avuto paura di internet; sono cresciuto in una famiglia molto povera con una madre tossicodipendente, e avere un computer non era proprio una possibilità per noi, quindi internet mi spaventava. All’epoca suonavo musica noise, mi toglievo la maglietta e gridavo ai concerti, e dopo provavo a vendere le mie fanzine nei locali, ma non interessavano a nessuno. Poi il mio migliore amico mi ha parlato di Tumblr. Avevo circa un centinaio di pagine di Megg, Mogg e Owl e le ho messe tutte su Tumblr, e nel giro di un mese case editrici da tutto il mondo mi contattavano per pubblicarle. Sono diventate virali – una viralità di basso profilo, un virus modesto, tipo un leggero herpes. È successo tutto molto in fretta e questo mi ha sconvolto un po’. È stato strano ma anche piacevole, ricevevo molti messaggi dai fan che si rivedevano nei miei personaggi, e da allora è stato tutto folle, ho iniziato a viaggiare per il mondo… Prima disegnavo per me stesso, ma ora ho un pubblico da considerare. Alla fine non è così diverso, sono sempre io, da solo nella mia stanza che disegno, ma ora è tutto più strano. E non uso più Tumblr, mi sembra che l’epoca d’oro di Tumblr sia finita e le persone si siano spostate su Instagram. Non capisco perché, Tumblr era un’ottima piattaforma di condivisione, ma le persone se ne sono andate e ora è come una vecchia città da film western con le balle di fieno che rotolano. A volte ci pubblico ancora qualcosa ma sembra che non importi a nessuno. È molto triste.

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EO: Parliamo dei tuoi personaggi. Megg è una strega verde che ha una relazione con Mogg, un gatto, e vivono con Gufo, che apparentemente è l’unico che cerca di scappare da un’esistenza un po’ statica. La prima sensazione che mi hanno dato le tue storie, soprattutto quelle pubblicate in italia, è la claustrofobia. I tuoi personaggi rimangono quasi sempre chiusi in casa, davanti a degli schermi (prevalentemente davanti alla televisione), escono pochissimo, solo per andare al supermercato, e la loro unica via di fuga è la droga, i viaggi psichedelici. In realtà, leggendo quello che pubblichi altrove c’è un senso di apertura che nasce da questa sensazione di claustrofobia. Ma in genere le tue storie raccontano di personaggi che apparentemente non hanno speranza. Era questo che volevi raccontare?

SH: È tutto basato sulla mia esperienza, sui miei amici, sull’ambiente in cui sono cresciuto. Come dicevo prima, mia madre è stata dipendente dall’eroina per tutta la mia vita, e in Tasmania, dove sono cresciuto, non c’era niente da fare. Io e i miei amici fumavamo erba e suonavamo musica noise; molti avevano disturbi mentali o erano alcolisti, ed eravamo tutti bloccati in questa cittadina grigia. Le cose orribili che racconto in Megg e Mogg, lo squallore e la depressione, per me sono la vita reale. Sono cresciuto immerso nell’orrore sociale, e semplicemente riporto ciò che ho visto, metto la mia vita sulla pagina. La vita è crudele e dura, la natura è indifferente, e forse Megg e Mogg possono sembrare repellenti ai lettori, ma per me quella è la vita. Scusa, è molto deprimente.  Vorrei che Megg e Mogg fosse una storia sul cambiamento, sul tentativo di uscire dai fossi in cui a volte ci infiliamo, dalle bolle di depressione in cui rimaniamo bloccati e da cui proviamo a fuggire con la droga – che non è mai una buona idea –, sulle  catene che dobbiamo rompere. Mi sto deprimendo da solo. Provo a metterci anche dell’umorismo: Megg e Mogg è un fumetto comico, ma allo stesso tempo è terribile. Non voglio che le persone pensino che sia un fumetto che vuole sconvolgere, o che io sia un personaggio estremo, che sto cercando di offendere qualcuno… Per esempio, gli episodi in cui si parla di violenza sessuale non sono un tentativo di offendere qualcuno, sono cose successe realmente a me e ai miei amici, che cerco di elaborare. Per me è una terapia. Sì… Ho perso il filo del discorso, come un treno che deraglia e si schianta contro una montagna.

EO: Parliamo della linea temporale del tuo racconto. A un certo punto hai raccontato la morte di uno dei tuoi personaggi, Lupo Mannaro Jones, situandola a Natale del 2017. Adesso è passato, ma quando l’hai scritta doveva ancora arrivare. Si capisce quindi che hai in testa un mondo molto complesso in cui far vivere i tuoi personaggi. Quando lavori sai già dove andranno a finire?

SH: Ho scritto la morte di Lupo Mannaro Jones nel 2012, pensando che cinque anni mi sarebbero bastati per raccontare tutto quello che volevo raccontare, ma poi la vita ci si è messa di mezzo e sono rimasto indietro. Sono un po’ il George RR Martin dei fumetti. Con la morte di Lupo Mannaro Jones volevo mostrare che lui non è cambiato. È un personaggio che avrebbe bisogno di cambiare ma non lo fa, e vederlo sapendo che morirà nel futuro lo rende molto più intenso. È un personaggio orribile che fa cose orribili, è il peggiore di tutti, ma è anche capace di essere gentile a volte, perciò è triste guardarlo andare incontro a una morte terribile. La sua storia è ispirata a un amico tossicodipendente di mia madre, che abitava con noi; mia madre lo mandò via perché non voleva che si drogasse in mia presenza, così lui si trasferì a casa di un altro amico e lì morì di overdose. Mia madre si sentiva molto in colpa, pensava che se lo avesse fatto restare da noi forse non sarebbe morto. Un’altra fonte di ispirazione è stata il mio amico Carl – molti episodi di Megg e Mogg si basano su cose che gli sono successe –, e anche lui è morto di overdose due anni fa. Tutto questo ha reso il momento la morte di Lupo Mannaro Jones  molto più forte, più personale e più recente.

La cronologia delle mie storie è un casino. Pensavo che sarei riuscito a completare la storia entro il 2017, ma c’è il problema dei soldi. Ho molto materiale ispirato a mia madre, su Megg che deve confrontarsi con la dipendenza di sua madre – materiale molto personale. Ho disegnato tante storie per Vice perché avevo bisogno di soldi, ma non volevo sprecare materiale così intimo per produrre delle strisce settimanali, allora ho aspettato. Nel 2016 mi sono sentito pronto e stavo per cominciare a disegnare Megg’s Coven, una nuova grande serie di Megg e Mogg molto più introspettiva, tipo Requiem for a dream. Ma il mio gallerista si è suicidato; mi doveva circa diecimila dollari e di colpo mi sono trovato al verde e ho dovuto ricominciare a lavorare per Vice. Perciò ho fatto le solite strisce generiche in cui i personaggi trattano male Gufo, si sbronzano…  Dopo il mio primo libro in America (che corrisponde al secondo libro uscito qui in Italia), Gufo se ne va. È il momento più recente della vita dei miei personaggi, e ci sto finalmente lavorando adesso: Gufo se ne va, Lupo Mannaro Jones si trasferisce a casa di Megg e Mogg, e porterò avanti la storia fino alla sua morte. Si scoprirà cosa è successo a Gufo, e la relazione tra Megg e Mogg arriverà a un punto di rottura. Megg deve lasciare Mogg, è un amante abusivo che non riesce a rispettare i confini. La loro non è una relazione sana. Tutti i miei personaggi devono crescere e provare a cambiare. Cambiare è una delle cose più difficili da fare. Io ho provato a convincere mia madre a cambiare per tutta la vita ma lei non ci riesce, non cambierà mai. È dipendente dall’eroina da cinquant’anni: sono sorpreso che sia ancora viva. E ho fatto tutto il possibile per prendermi cura di lei e farla uscire da quel mondo, ma non ci riesce.  Però c’è anche dell’umorismo nei miei fumetti, sono fumetti divertenti!  Ci sono delle battute sporche, del vomito e molte altre cose buffe!

EO: La cosa che mi colpisce è che questa drammaticità è disegnata in modo molto semplice, anche a livello di gabbia narrativa. Qual è il motivo? È stata, come sembra, una scelta istintiva? Che strumenti usi per disegnare?

SH: Voglio che i miei fumetti si leggano in modo scorrevole. Il ritmo è molto importante per me, voglio che assomigli a quello della vita reale. Credo che i layout stravaganti intralcino la narrazione, e io invece voglio che scorra, voglio che le persone possano leggere e capire facilmente le mie storie. E poi sono pigro, non voglio avere a che fare con layout complicati. Molti fumetti mainstream americani usano tanta azione nelle tavole, e paragrafi su paragrafi di testo che rallentano la lettura. Io voglio che i miei fumetti si muovano e respirino.

Per quanto riguarda gli strumenti che uso, sono cresciuto in una famiglia molto povera quindi uso matite da due soldi e coloranti per il cibo. Uso anche gli acquerelli, ma soprattutto i coloranti per il cibo, quelli per le torte. Quindi i miei fumetti hanno anche un buon sapore, potete leccarli e… mmmh, fragola! A volte però i coloranti vanno a male, soprattutto quello giallo, così quando coloro Gufo sento un odore solforoso tremendo… Lavoro con strumenti semplici e poco costosi, non sono sofisticato, non mi piacciono le tavolette grafiche. Anzi, vorrei distruggerle tutte, penso che siano una cosa da ricchi e un modo per barare, ma forse sono solo geloso. Sono un artista pieno di rancore. No, non sul serio.

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EO: Prima di questo incontro parlavamo delle tue ispirazioni e uno dei nomi che hai citato è Todd Solondz, un cineasta americano. I suoi film sono percorsi da una vena di amarezza e di cattiveria che si ritrovano anche nei tuoi fumetti. Facendo riferimento anche a Truth Zone, una serie che hai pubblicato sul Tumblr di Frank Santoro, in cui i tuoi personaggi fanno critica fumettistica, ti chiedo se hai riflettuto sulla differenza che passa tra fare critica, fare satira e la cattiveria o il trolling online.

SH: Todd Solondz mi piace perché tratta argomenti cupi che per me fanno parte della realtà e della natura. Non credo che la vita sia bella, ho visto così tanto orrore e così tante persone comportarsi male che credo sia parte della natura umana. Mi piacciono le persone, ma penso anche che siamo creature orribili che si agitando distruggendo tutto in un mondo difficile. I film di Todd Solondz fanno un ritratto empatico di soggetti orribili, come i pedofili [si riferisce a Happiness], rendendo umano qualcosa di terribile. In un certo senso è triste, perché dev’essere dura essere un pedofilo, vivere intrappolato in questo istinto mostruoso che non si può controllare… Provo empatia per queste situazioni e mi piace che Todd Solondz ne abbia scritto, i suoi film sono una grande ispirazione per me.

Per quanto riguarda Truth Zone, Frank Santoro – che è un critico americano, una specie di L. Ron Hubbard dei fumetti, uno che gestisce una sorta di setta del fumetto, tipo Scientology, a Pittsburgh – stava pubblicando una rivista su Tumblr e mi ha chiesto di fare alcune recensioni a fumetti con Lupo Mannaro Jones. Dovevano essere solo un paio di vignette comiche, ma mi sono lasciato prendere la mano e ho disegnato centinaia di pagine in cui Megg e Mogg vivono in una sorta di realtà alternativa in cui sono fumettisti. A un certo punto è diventato come gli ospiti nelle puntate dei Simpson: le persone erano esaltate dal fatto di comparire in Truth Serum, ed era troppo complicato, ho dovuto smettere. C’è stato un momento in cui nel mondo del fumetto americano stava succedendo di tutto, tutti litigavano e io ci ho scritto una storia lunga, folle ed elaborata, ma in quel periodo avevo molte scadenze, non riuscivo più a seguire il progetto. L’anno scorso ho fatto due fanzine di Truth Zone e i lettori hanno reagito davvero male, le hanno trovate crudeli. Penso che le abbiano interpretate nel modo sbagliato. Per esempio, avevo scritto di Robert Crumb, che in questo momento è odiato dai giovani fumettisti in America per via del razzismo e di tutte le cose orribili delle sue storie. Io credo che, come Todd Solondz, mostri il lato oscuro dell’essere umano, che merita di essere esplorato. Però non sono un fan di Robert Crumb, mi è indifferente; penso che sia bravo con i tratteggi, ma non mi importa granché di lui. E ora la gente lo odia in America, e così anche Daniel Clowes: prima alle persone piaceva Ghost World, si identificavano con le protagoniste, ma adesso, soprattutto negli ambienti accademici, sono considerate orribili. I tempi stanno cambiando, si fa molta più attenzione al politically correct… Twitter è un casino in questo momento, è tutto un destra contro sinistra e sono tutti sempre incazzati. Sembra che il lavoro artistico abbia più a che fare con la politica che con l’arte. In Truth Zone ho provato a parlare di tutto questo e la gente ha reagito male, mi hanno dato dello stronzo, del pezzo di merda, e adesso quando vado ai festival in America mi rendo conto che i giovani fumettisti mi odiano. Molti dei miei fumetti sono stati male interpretati. Volevo fare dell’umorismo sui fumettisti vecchi, bianchi e maschi e su quanto siano patetici e retrogradi, ma quello che le persone hanno capito è che sono anch’io retrogrado. Ho anche provato a difendermi su Twitter, a un certo punto, a spiegare cosa stavo cercando di fare… È stato un grosso fottuto errore. Tutti si sono accaniti contro di me, ma io non ho tempo di stare su Twitter tutto il giorno: ho del lavoro da finire, devo prendermi cura di mia madre, e ho sette conigli molto esigenti a cui badare…  Non ho tempo per queste cazzate. Così ho smesso di disegnare Truth Zone. Ma fa schifo pensare che sono stato censurato, che non sono libero di esplorare certi argomenti e di trasformarli in arte. Mi sembra di dover aver paura di esprimere le mie opinioni – perché non importa quale sia la tua opinione, finirai comunque per offendere qualcuno, e questo mi fa odiare internet. Mi piace internet perché mi permette di scoprire nuovi artisti e di comprare calzini, ma sta diventando molto inquietante, soprattutto in America. Forse in Europa si sente meno… Ma in generale tutto il mondo sta andando a puttane, la destra sta salendo al potere ovunque… Per un po’ mi sembrava che le cose stessero migliorando, che il mondo fosse più democratico. Per esempio, io mi vesto da donna e quando indossavo la mia parrucca per strada mi sentivo fiero, mentre adesso ho paura di andare in giro vestito così, le persone mi insultano, e questo fa schifo. Potrei andare avanti per ore con questo discorso. In fondo vogliamo tutti solo stare bene e fare ciò che ci piace nel rispetto delle altre persone, e invece…

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