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Il genio di Pablo Picasso in una serie

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Come distinguere l’artista dall’arte? Prendiamo Picasso, per esempio: opere e vita. Dopo Albert Einstein, è stato scelto come protagonista della seconda stagione della serie tv “Genius”, prodotta da Brian Grazer e Ron Howard, e in onda ad aprile su National Geographic (canale 403 di Sky). Le riprese sono iniziate lo scorso ottobre a Parigi, per poi passare a Malaga e Barcellona, e terminare in queste settimane – gli interni e pochi esterni – in Ungheria, nei sempre più gettonati (dal cinema e dalla televisione) Korda Studios di Budapest.

A interpretare Picasso, giovane e adulto, sono Alex Rich e Antonio Banderas, affiancati dal piccolo esercito di donne che in momenti diversi della vita (ma anche in contemporanea tra di loro) affiancarono l’artista, diventarono in alcuni casi madri dei suoi figli, ne ispirarono l’arte, nel caso di Picasso così legata a umori, frequentazioni e paesaggi del momento. Accanto alla prima moglie, Olga Kokhlova, sfilano nei dieci episodi della serie Fernande Olivier (interpretata dalla Lyanna Stark del Trono di spade Aisling Franciosi), Marie-Thérèse Walter (Poppy Delevigne), Dora Maar (Samantha Colley), Françoise Gilot (Clémence Poésy).

“In circostanze diverse quella di Picasso sarebbe stata una storia di vampiri”, dice Clémence Poésy, intervistata tra il trucco e le riprese di una scena in cui, ricostruendo con ammirevole zelo una possibile conversazione avvenuta tra lei e Picasso, vedendolo in crisi gli suggerisce di tornare agli inizi, di ricominciare a disegnare piccioni e picador. Picasso segue il consiglio e, per accontentare la richiesta del Partito comunista francese di disegnare un simbolo del movimento per la pace, disegnerà una colomba come quelle che faceva da bambino. La colomba della pace. “Picasso aveva sempre bisogno di rinnovare tutto”, continua Poésy, “di spingere i limiti per creare qualcosa di nuovo. E aveva bisogno di farlo anche nella vita privata, per alimentarla di nuova energia. Certo, era una cosa violenta e dolorosa, ma la passione e l’amore non sono mai mancati”.

Di fatto niente nella vita di Picasso sembra essere accaduto in assenza di arte o di amore. Nessuna donna è stata poco amata, anche se poi lasciata (“Ma mai del tutto abbandonata!” mi farà notare più avanti Banderas). E la vita di Picasso, relazioni sentimentali incluse, è stata necessaria alla sua arte. La stessa Gilot di recente ha raccontato come per ogni sua donna Picasso avesse una sorta di Leitmotiv. Per Gilot il Leitmotiv erano l’azzurro e il verde, colori in cui Matisse avrebbe voluto ritrarla conoscendola. Per rivalità Picasso, uscendo da un incontro con Matisse e Gilot, realizzò una lunga serie di ritratti di Gilot iniziati proprio dalla Donna fiore: un lungo stelo azzurro al posto del corpo, e una testa circondata di foglie verdi.

Banderas adesso è in costume di scena (sono della costumista indiana Sonu Mishra gli affascinanti costumi della serie che qui a Budapest occupano un piano intero di un edificio appena fuori città, impegnando nei lavori di sartoria anche e soprattutto manodopera locale formata e scritturata dall’efficiente e iperattiva società di produzione e service ungherese Pioneer Pictures). Ed è truccato in modo impeccabile. “Oggi solo tre ore di trucco”, dice l’attore, “Per le scene dove ho ottanta o novant’anni sono cinque ore”. Tutte spese bene, perché di fatto la somiglianza con Picasso è finanche un po’ inquietante. Sembra di parlare con Picasso. E quando parla di Picasso in pratica è come se parlasse di se stesso. Lo fa anche con un certo piglio patriottico. La prima cosa che dice è: “È nato nella mia stessa città: Malaga! E nel mio stesso paese”. La Spagna, certo. Spiega meglio: “Quando sono nato e cresciuto io, prima della morte di Franco, non è che avessimo tutti questi eroi internazionali. Picasso ufficialmente veniva tenuto un po’ nascosto, nessuno raccontava la sua vita, non si parlava granché degli anni in cui aveva aderito al partito comunista. Ma la cosa ai miei occhi lo rendeva ancora più un eroe. Tutti i giorni tornavo da scuola e passavo davanti casa sua, in Plaza de la Merced. All’epoca c’era già una targa che diceva: qui nel 1881 è nato Pablo Picasso”.

Del come Banderas abbia coronato un sogno dell’infanzia, quello di diventare Picasso, me ne parla lo showrunner, produttore esecutivo, sceneggiatore e regista dei primi due episodi della serie, Ken Biller: “Quando abbiamo deciso che il secondo genio della serie sarebbe stato Picasso, ho pensato: dobbiamo assolutamente avere Antonio Banderas. Sapevo istintivamente che sarebbe stata la scelta giusta. Quello che ignoravo era che Banderas era nato a Malaga, che era affascinato dalla figura di Picasso praticamente da tutta la vita e che da sempre avrebbe voluto interpretarlo”. Così, quando Biller e Ron Howard sono andati da lui a Londra per proporgli la parte, hanno scoperto che Banderas di fatto voleva già fare Picasso. “Non era la prima volta che qualcuno mi chiedeva di fare Picasso”, dice Banderas, raccontando come da anni ci sia in piedi il progetto di un biopic diretto da Carlos Saura dal titolo Guernica: 33 días. “Non sarà un film sulla vita di Picasso”, dice l’attore, “racconterà solo i 33 giorni in cui dipinse Guernica, usandoli come pretesto per raccontare la violenza, la guerra civile e tutto quello che accadde in Spagna a quel tempo”. Incerta è la data di inizio riprese, di sicuro c’è che Banderas sarà anche lì Picasso.

Della complessa vita sentimentale di Picasso, Banderas dice che è da ammirarne la sincerità, l’assoluta onestà che gli rendeva impossibile stare con la stessa fidanzata quando le emozioni più forti, quelle che sapeva avrebbero alimentato e rinnovato la sua arte, arrivavano da un’altra donna. “E si è sempre preso cura della sue donne”, dice l’attore. “Marie-Thérèse Walter, per esempio: dopo averla lasciata ha continuato a sentirla al telefono tutte le settimane. Per tutta la vita”. Poi corregge un po’ il tiro della sua linea di difesa e aggiunge: “Certo, Françoise Gilot diceva pure che Picasso amava tenere tutte le sue donne in un armadio. Per tirarle fuori e rimetterle dentro a piacimento”. Ma ancora una volta: come distinguere l’artista dall’arte? E la persona dall’artista? “Nel caso di Picasso è quasi impossibile separare la vita privata dall’arte”, dice ancora Banderas.

E a confermarlo è anche Ken Biller, ragionando sul fatto che il tempismo con cui arriva la serie per certi versi è perfetto, essendo quasi inevitabile il paragone tra la Hollywood tutta sesso e potere e la Parigi bohémienne di inizio Novecento, pullulante di artisti (quasi esclusivamente maschi) e modelle (quasi sempre nude). “Quando si parla della scena dell’arte di quegli anni”, dice Biller, “non puoi non paragonarla a Hollywood. Parigi nel secolo scorso era un posto dove artisti potenti e di successo potevano sfruttare le donne come oggi fanno i grossi produttori hollywoodiani. Ma nella serie raccontiamo anche le storie delle donne di Picasso. Quella di Fernande Olivier, per esempio, che prima di conoscere Picasso era stata picchiata e abusata da molti uomini, e che anche grazie alla sua relazione con Picasso ha trovato una strada per superare la sua storia di violenze”.

A dimostrare la sincerità di intenti aggiunge che il genio della terza stagione della serie sarà sicuramente una donna. Esclude Marie Curie (“non vogliamo un altro scienziato”), lascia aperto uno spiraglio su Mary Shelley (“c’è solo da capire se la sua vita è stata così interessante da coprire dieci ore di serie”), e accenna alla possibilità che sia una donna del mondo della musica. Interpellata sull’argomento Poésy, luminosa come la giovane Françoise Gilot quando ventunenne si innamorò impavida dello sposato e già fedifrago sessantunenne Pablo Picasso, dice: “Se potessi scegliere, sceglierei Nina Simone. Quella donna era un genio”. Genio di sicuro era Nina Simone nel cantare, rivolgendosi a un dio e non a un uomo: “Non devi vivere accanto a me / basta che mi rendi pari a te”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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