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Genova, 2001

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(fonte immagine)

La settimana che ricorre quindici anni dopo la “macelleria messicana” della Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 (“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, secondo la celebre sentenza di Amnesty International) si è aperta con l’eco dell’ennesima beffa, dopo il danno atroce: l’agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per la crudele repressione di quella sera) è stato condannato ad un’ammenda equivalente a 47 euro.

47 euro. Mentire da Ufficiale dello Stato su una tortura di massa operata dalle Forze dell’Ordine costa come una cena completa in un ristorante di buona qualità, poco più di un paio di scarpe acquistate ai saldi, poco meno di una prestazione sessuale mercenaria contrattata per strada in una notte di periferia.

Questa scandalosa sentenza è solo la ciliegina su una torta di infamie che ha visto molti dei poliziotti coinvolti nelle torture essere gratificati con carriere folgoranti, per non parlare dei premi ricevuti dal tristemente celebre “dottor mimetica” o della promozione dell’allora capo della polizia De Gennaro alla guida di Finmeccanica.

Per questo, un libro come Avevamo ragione noi di Domenico Mungo (illustrato da Paolo Castaldi, già apprezzato su Etenesh, l’odissea di un migrante e Pugni, storie di Boxe, entrambi per BeccoGiallo) è importante.

Si tratta di una serie di storie, rielaborate letterariamente da testimonianze reali, che raccontano da diversi punti di vista quei giorni di cieco delirio sadico.

Una lettura necessariamente sgradevole, che impone una riflessione severa.

Leggendo le pagine violente e furiose dello scrittore torinese l’impressione iniziale è che la narrazione sia sopra le righe: il tono è troppo arrabbiato, troppo cruento, troppo esasperato.

Le descrizioni delle torture si fanno intollerabili, a tratti splatter.

Poi, a un certo punto, interrompiamo la lettura e ci risvegliamo bruscamente alla realtà: non è un’opera di finzione.

È tutto vero.

È accaduto.

Documentato, registrato, testimoniato, benché negato colpevolmente dai media di regime per oltre 15 anni.

Consentitemi una digressione, una testimonianza personale ma pertinente: l’altro giorno a cena era con due amici. Un’insegnante inglese quasi quarantenne, persona colta e sensibile, e un  ragazzo ventenne che studia politica internazionale in Olanda, informatissimo su tutto, dagli Europei a Wimbledon, dalla strage di Dallas alla Brexit.

Entrambi non sapevano nulla di Genova 2001.

Ripeto: non è che avevano una versione deformata dei fatti o che se ne erano dimenticati.

Non sapevano cosa era successo. Non ne avevano mai sentito parlare.

Per questo libri come quello di Mungo sono importanti, nel loro urlare, sputare, imprecare, gridare più forte delle menzogne di regime, sbatterci in faccia la verità orrenda di corpi violati, teste spaccate, feriti torturati, ragazzi inermi e sanguinanti che invece di cure ricevono addosso, tra scherno e insulti, fiotti di urina.

Dalle persone preposte a difendere i cittadini.

Il libro colpisce con la stessa brutale forza dei manganelli che hanno sfigurato persone che erano sedute pacificamente con le mani alzate.

L’eccesso formale è direttamente proporzionale all’enormità della violenza illegale imposta dallo Stato su ragazzi inermi e indifesi.

Anche il monologo/confessione in romanesco del poliziotto fascistoide, che sembra quasi una parodia invertita di un pezzo di Johnny Palomba, alla fine trova il suo ragionato motivo di esistere.

All’inizio, essendo romano, mi ha dato fastidio lo stereotipo del pischello malandrino e ignorante, fascio e maschilista, che dai furti nelle periferie romane approda alle curve calcistiche, dalle curve all’Estrema Destra, dall’Estrema Destra alle Forze di Polizia.

Una volta terminato il capitolo, però, ho silenziato il mio ego e ho riconosciuto che, in effetti, di persone così, che ragionano esattamente in quel modo, che usano le stesse espressioni, che hanno fatto o che farebbero le stesse scelte, in vita mia ne ho incontrate a decine.

Una nota curiosa: all’inizio di ogni capitolo appare in calce una canzone, una colonna sonora che accompagna il racconto come la playlist plausibile nelle cuffie di un dimostrante di quei giorni.

Una coincidenza che accosta il libro ad Happy Diaz, il libro di Massimo Palma sulla settimana di Genova, raccontata attraverso le canzoni dei gruppi di Manchester.

A differenza del libro di Palma, che ricostruisce l’intera settimana di dimostrazioni andando a recuperare le argomentazioni e le tematiche del movimento frettolosamente etichettato ‘no global’, Mungo si concentra molto sulle fatidiche 17.27 del 20 Luglio 2001, il momento in cui Placanica sparò il colpo che uccise Carlo Giuliani.

Entrambe le ricostruzioni descrivono l’immediato tentativo del vicequestore di attribuire l’omicidio a un dimostrante (“L’hai ucciso tu! Col tuo sasso!”), per suffragare il quale si arriverà ad incidere la fronte del cadavere con una pietra raccolta per strada.

Dopo 15 anni sono fondamentali queste testimonianze.

Per conoscere, denunciare, impedire che accada di nuovo.

Ma soprattutto, come ci invita Teho Tehardo col Balanescu Quartet, per non Stare a Guardare.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=269&v=wnbFicPRCTE

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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  1. […] i peggiori crimini in una caserma ed una scuola conosciuti ai più come Bolzaneto e Diaz.  Qua il pezzo di Adriano Ercolani uscito il 19/7/2016 su […]

  2. […] i peggiori crimini in una caserma ed una scuola conosciuti ai più come Bolzaneto e Diaz.  Qua il pezzo di Adriano Ercolani uscito il 19/7/2016 su […]



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