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Genova antifascista, Genova Bolzaneto, Genova Macaia

Riportiamo, per gentile concessione dell’autore, un brano di Genova Macaia, uscito per Laterza Contromano.

di Simone Pieranni

Quei giorni del 1960 hanno lasciato anche un ricordo nitido, pulito: tutti ricordano quei fatti e tutti ne sono, in fondo, orgogliosi. Tanto che ogni tanto si riparla dello «spirito del 1960» o qualcuno invoca «i ragazzi con le magliette a strisce», perché all’epoca andavano di moda e tanti giovani le avevano. Che poi, belin, ’sta storia delle magliette a strisce è talmente semplice: è che a Genova i grandi magazzini avevano cominciato a venderle a prezzi bassissimi, mi pare a 300 lire. E noi eravamo misci, senza una lira, e praticamente ce le compravamo tutti. Quindi il 30 giugno del 1960, quando ci furono gli scontri, molti dei giovani in piazza indossavano proprio quella maglietta a strisce. E insieme ai giovani c’erano anche tante donne, me compresa.

Ripensando a quei giorni, secondo me – alla fin fine – ciò che convinse tutti che l’idea del congresso fascista a Genova era una belinata fu la notizia secondo la quale il 1° luglio a Genova ci sarebbe stato Basile. Fu quello che fece scattare la molla: anche Anpi e Pci a quel punto si decisero che bisognava essere più forti e fermi nella condanna. Questo non significava che quelli, c’era perfino Piero, fossero d’accordo con chi poi avrebbe fatto tutto quel casino. Ma significava che il messaggio era chiaro: può succedere di tutto. Carlo Emanuele Basile per noi genovesi voleva dire la Casa dello Studente, l’inferno dove erano state torturate così tante persone. Non so, è come per te oggi dire Bolzaneto. Erano quelle cose che tutti sapevano e tutti, sotto sotto, finivano per ringraziare di non esserci mai finiti. Perché la sensazione è che poteva capitare a chiunque di essere torturato alla Casa dello Studente. Non serviva essere politicizzato, bastava esse- re nel posto sbagliato al momento sbagliato. Poteva capitare a chiunque di essere preso e portato lì. Da quei fatti la Casa dello Studente divenne, anche dopo, sinonimo di fascismo, tortura, sofferenza. Un buco nero, quasi, qualcosa da ricordare con fastidio e lacrime. Io me la ricordo bene la Casa dello Studente, ricordo bene di avertici portato qualche volta e averti raccontato cosa è successo lì dentro. Sono convinta che tu, che all’epoca eri piccolo, abbia ascoltato i miei discorsi di allora quasi con fastidio. Quando si è giovani non si è interessati al passato. E so che ora stai pensando, «ma guarda che storia incredibile e io non me la sono mai fatta raccontare per bene». Ci sono dei rimedi alle trasmissioni fallite, anche quelle umane, come vedi. Ti raccontavo sempre l’esempio di Camilla Salvago Raggi, una scrittrice che era pure parente di una nostra amica di Voltaggio. Aveva scritto un racconto nel quale descriveva quanto fosse poco interessata, da piccola, ai racconti straordinari del nonno, diplomatico a Pechino durante la rivolta dei Boxer. Solo anni dopo recupererà quei racconti e ne farà addirittura un libro. È sempre così, cercavo di dirti allora: le cose vicine appaiono più scontate, ma non per questo sono meno importanti.

All’epoca tutti noi conoscevamo bene cosa significasse anche solo nominarla la Casa dello Studente. Ognuno di noi aveva avuto un parente o un amico intrappolato e alle prese con torture, urla, menomazioni, danni umani irreparabili. Quelle torture sono rimaste torture nella storia, come altre. Non serve una sentenza per la memoria popolare.

Alla Casa dello Studente, proprio lì in corso Gastaldi, sono successe cose atroci. Uno dei massimi responsabili di quanto è accaduto nella Casa dello Studente fu proprio il prefetto fascista di allora, Basile. Chi era Basile? Ricordo un esem- pio che all’epoca veniva riportato in ogni discussione. Un manifesto affisso in tutta Genova il 1° marzo 1944 recitava:

Uomo avvisato mezzo salvato. Sia che incrociate le braccia per poche ore, sia che disertiate il lavoro, in tutti e due i casi un certo numero di voi sarà sorteggiato e inviato in Germania, non dove il lavoratore è trattato alla medesima stregua del lavoratore di quella Nazione a noi alleata, ma nei campi di concentramento nell’estremo Nord a meditare sul danno arrecato». L’autore di questo manifesto è Carlo Emanuele Basile, già prefetto di Genova.

Noi scoprimmo questa cosa del congresso e di Basile a maggio. I giornali cominciarono a parlarne ai primi di giu- gno. C’erano dei compagni che arrivavano a riunioni o in- contri con questi giornali fascisti: era l’unico modo per avere informazioni di prima mano. Quasi non ci credevamo, come era possibile!?

Tornando a Basile: nel maggio del 1945 cominciò il suo processo per quanto aveva combinato durante il fascismo a Genova. Sono andata alla Berio – alla biblioteca pubblica di Genova – a guardarmi i giornali dell’epoca. Non so se l’ho fatto per te o per me. Si legge che «L’alta corte di giustizia è riunita per processare Carlo Emanuele Basile, già prefetto di Genova. In doppiopetto grigio, camicia bianca abbottonata al colletto, senza cravatta, rasato, rilassato in piedi nel gabbione, fa un mezzo sorriso al fotografo. Non sembra preoc- cupato, eppure rischia la pena di morte. È accusato della deportazione di migliaia di lavoratori genovesi dell’Ansaldo in Germania, nonché della morte di undici detenuti fucilati dopo una serie di attentati dei Gap in Liguria. È accusato anche della fucilazione di ottantuno detenuti politici da parte di Carlo Castagna, operaio. Lo si accusa anche dei morti fucilati al Turchino, San Martino Forte Ratti. Il pubblico ministero chiede la fucilazione alla schiena». Basile è stato amnistiato e poi assolto nel 1951.

Ti sembra strano questo racconto? Di me hai il ricordo dell’anziana nonna che ti cuciva le magliette del Genoa. A volte urlavi «Ecco, guarda!» quando alla tv passavano le immagini delle partite del Genoa. Volevi che vedessi che tipo di maglietta avevano i calciatori per farla uguale. Ma io non facevo mai in tempo a cambiarmi gli occhiali, che già trasmettevano altre immagini. E allora me le disegnavi su dei foglietti e io te le facevo uguali. Poi un giorno affrontammo il problema dello sponsor: dovevamo scriverlo o no? Decidemmo di no. Ricordo che mi avevi detto: «Conta la maglia», e io mi chiedevo dove avevi preso quell’espressione, forse da tuo nonno materno che ricordo come grande appassionato di stadio. Di certo non poteva avertela suggerita tuo padre, sempre poco interessato al calcio. Quando stavi da me andavamo a comprare insieme le figurine, volevi solo quelle dei calciatori. Poi uscivi, stavi lì sulla strada tutto il giorno a giocare. Alle 4 del pomeriggio ti preparavo dei panini burro e zucchero, o sale e olio. Se tornavi prima dell’ora di cena, c’era sempre qualcosa che non andava: una zuffa, una lite, un problema. Un giorno eri arrivato tutto sporco di sangue: per prendere un pallone finito in uno scolo vicino a casa, avevi provato a scavalcare il filo spinato e c’eri rimasto appeso. Per la prima volta eri stato in pronto soccorso: ti avevano dato i punti ed eri rimasto da me tutta la notte. C’era la Coppa del Mondo, era estate, eri così felice. Altre volte venivano a trovarmi vecchie amiche, e in genovese cominciavamo a parlare di ricordi. Io provavo sempre a chiedere informazioni su tuo zio, su F. Io vivevo quasi sola in casa e nella mia via, alcune mie amiche avevano una vita sociale più movimentata e speravo sempre potessero raccontarmi qualcosa. Sapevo che F. era stato via, una sorta di esiliato da Genova. E io ho sempre pensato che l’esilio sia pericoloso, perché mischia rancore e tabù, risentimenti e idealizzazioni. E così con le mie amiche, mentre tu facevi i compiti o smaniavi per uscire a giocare, andavamo sul sicuro: sui ricordi.

Anche con Piero giocavamo a ricordare. Lui mi raccontava la sua Resistenza e io quei racconti li ripetevo tra me e me di sera, mentre i miei due figli dormivano. Di Piero – di cui ti ho sempre parlato poco – ho il ricordo di un uomo indaffaratissimo, che improvvisamente mi parve dimagrire troppo in fretta. Fu incredibile conoscere un uomo proprio nel momento del suo declino fisico. Hai idea di cosa significhi? Spero per te di no. Significa medicine, scatti d’ira, significa un umore che va su e giù. Significa che Piero oscillava tra l’uomo perfetto e meraviglioso e un pazzo che urlava spaven- tando perfino i miei figli che pure l’hanno adorato. Del resto Paolo, il loro padre, non l’hanno mai conosciuto e forse, ti assicuro, è meglio così. Solo quel belinone di F. poteva sparire dall’oggi al domani, dicendo che voleva capire davvero chi era suo padre. Cosa dovevo fare? Raccontargli che in porto certe persone finivano per sviluppare una loro idea di legalità? Qualcosa che metteva da una parte gli operai, i camalli, e dall’altra la polizia? Quell’odio per gli «sbirri» da chi vuoi che l’abbia preso? Mi sono rassegnata a percepire F. e le sue fughe, e basta.

Piero invece – quando la malattia gli dava tregua e l’alchi- mia dei medicinali gli consentiva di essere un uomo pacato, affabile, si dice così, ovvero quello che rappresentava il sogno di uomo per una donna cresciuta in Valpolcevera – mi raccontava della sera della Liberazione del porto. Di cosa mi parlava? Di moli e calate. Mi piaceva quando si perdeva, mentre fumava le Ms, e mi raccontava di quella sera del 23 aprile 1945. Gli dicevo, parlami di Genova e lui sapeva cosa intendevo. I tedeschi avevano minato il porto e mezza città, erano disposti a tutto pur di non perdere quel gioiello maestoso sul mare, quella superba bellezza sovrastata dai monti e illuminata dalla Lanterna. La Dominante, belin. Gli dicevo, parlami di Genova e lui mi raccontava. Spesso si stancava, si addormentava sulla sedia, dopo aver raccontato qualcosa anche ai due di là in camera, magari gli raccontava del Palazzo del Mare, e, omettendo la storia delle carceri genovesi, raccontava i viaggi di Marco Polo che a Genova, in prigione, avrebbe scritto Il Milione. Poi se ne andava, l’indomani aveva riunioni o appuntamenti. Non stava mai fermo, mi piaceva quello. Era indipendente, sapeva il valore dell’indipendenza e io ormai mi sentivo quasi come una vecchia gatta con le sue abitudini. E le sue pazzie.

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