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Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica: un estratto

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È in libreria Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica di Matteo Meschiari, edito da Armillaria: ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo che oggi, martedì 18 aprile, alle 18.30 l’autore presenta il libro da Modusvivendi a Palermo. (Fonte immagine: NASA)

di Matteo Meschiari

Primitivo/Primario

L’arte pensata al di fuori di un ecosistema è astratta. La sua astrazione può avere senso, può essere coerente, può avere un valore estetico, ma tagliare i legami con la terra equivale a tradire una parte essenziale di noi. Significa escludere un’area del cervello che proprio sul modello del mondo naturale ha sviluppato la propria ecologia.

Tra cinquant’anni il significato della parola ‘arte’ sarà probabilmente vicino a quello attuale, ma il significato della parola ‘ambiente’ sarà radicalmente mutato. Questo mutamento non dipenderà dalla riflessione filosofica, scientifica o artistica, ma dal successo o dal fallimento di alcune strategie di mercato su scala globale. Tra cinquant’anni potremmo chiamare con lo stesso nome un ambiente degradato per sempre, accettandone l’ovvietà solo perché l’economia di consumo ci ha preparati a farlo. Prima di inquietarci per il ‘progresso’ scientifico dovremmo preoccuparci dell’appiattimento antropologico che ci viene venduto con il prodotto.

Ogni prodotto di massa, e tra questi il prodotto artistico, è imballato in un involucro ideologico che è premessa della sua accettazione, della sua ovvietà. La riflessione intellettuale o fa o disfa questo involucro, agisce sull’accettazione o sul rifiuto. In una realtà sociale in cui la manipolazione del pensiero e la colonizzazione dell’immaginario sono pratica ordinaria, un’arte che ignora l’ambiente lavora per la sua distruzione.

Interroghiamoci sugli oggetti di consumo che ci circondano. Ci fanno vivere nel presente o in un futuro fittizio? Il loro invecchiamento pianificato ha il solo scopo di imprigionarci in un’idea di tempo che aiuta le loro mutazioni e banalizza le nostre. Un’arte ‘senza tempo’ o, all’opposto, un’arte perfettamente radicata nella storia si adeguano naturalmente a questa tirannia. Ogni terza via, ogni nuovo paradigma è solo uno spostamento di frontiera: nuove terre da colonizzare. Il punto, invece, è pensare il tempo per quello che è, non per quello che dovrebbe o non dovrebbe essere. E di qui ripensare tutta l’arte.

«La società tecnologica può essere dissolta solo annullando il tempo e la storia» (John Zerzan). La frase è vera ma non è realistica, perché non ci dice come fare. Usa infatti un’idea di tempo e di storia tipiche della società tecnologica, e non ammette alternative. L’esito è una tautologia, uno scacco sociale e ideologico da cui si potrebbe uscire solo con la rottura violenta, con l’azzeramento. Ma un ripensamento del tempo e dello spazio può modificare radicalmente la storia e corrodere le basi della società tecnologica. L’arte è al cuore di questo ripensamento.

C’è chi propone un rifiuto radicale di tutta la civiltà post-paleolitica, la ‘rivoluzione’ neolitica essendo l’inizio del capitalismo, dell’alienazione, della gerarchizzazione, della fine della spontaneità. Secondo questo punto di vista, solo un azzeramento violento potrebbe riportarci a una condizione primitiva. Ma il punto è che un passo indietro nel tempo è impossibile, perché non si può imporre questo stesso passo allo spazio che abbiamo modificato per sempre. Lo spazio, inteso come territorio e come biosfera, ha in memoria tutte le sue mutazioni: l’unica cosa da fare è cambiarci dentro per non commettere nuovi errori. Non un passo indietro, dunque, ma un passo intelligente, per andare verso ciò che è primario.

L’arte svolge un’azione criticabile. La sua forza analogica, il suo lavoro d’immaginazione, sono all’origine di un’alienazione simbolica che ci allontana dal reale, dal qui e dall’ora, dal presente. Ma l’arte, proprio attraverso queste stesse facoltà, può anche avviare a una riscoperta del reale. L’unica arte che conta non è  quella che porta la mente ad acclimatarsi allo stato di fatto, ma quella che aiuta l’irruzione del reale, cioè dell’essere del mondo e nel mondo. Immaginazione e realtà non sono antitetiche, come non sono antitetiche logica e analogia. Comunicano in modo freatico, ciò che conta è essere nel flusso.

L’immaginazione è indispensabile in ogni processo cognitivo, artistico, scientifico, politico. L’immagine, prima che un simbolo, è la spazializzazione di un’idea. Questa posizione mediana tra mente e mondo rende l’immagine potente, e manipolabile. Se viviamo in un’epoca in cui l’immaginario è colonizzato da immagini che ci addormentano alla realtà, solo una decolonizzazione può rallentare e invertire il processo di reificazione operato dal neoliberismo. Chi invoca il primitivo sta in realtà cercando il primario, perché il secondo è spesso presente nel primo. Ma il primitivo ha in sé tutta la dialettica che lo lega alla modernità, mentre il primario è come uno sguardo a volo d’uccello su questa dialettica.

L’arte del Paleolitico, degli Inuit, dei Kung, degli Aborigeni australiani, dei Guaranì, degli Yanomano, dei Mbuti, e di centinaia di altri popoli non alienati dall’incubo religioso e dal potere, dimostra che è possibile vivere l’arte come un esercizio anarchico di libertà.

Oggi siamo dissociati dalla terra e l’arte è uno strumento di potere e una merce di massa, ma ciò non toglie che essa resti in essenza un modo per essere al mondo. Un tempo si ammetteva come fisiologico il principio che l’arte è uno strumento tra i più affilati per vivere la realtà. Quest’arte ‘perfezionista’ decade effettivamente con il Neolitico e rimane un’esperienza marginale, nel tempo e nello spazio, del processo di avvicinamento al reale. Ma le sue potenzialità sono intatte.

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