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Gesuiti

di Marco Mantello

Cari lettori,
oggi vi propongo un brano risalente al 2012-2013, e tratto da “Le cose visibili” (2014 ca.), uno tre dei romanzi che ho finito di scrivere, e che compongono un ciclo di sei libri a cui lavoro da sette anni. Nel testo qui su minima ho cambiato i nomi di qualche personaggio e qualcosa dell`incipit, il resto è invariato, compresi i preti, i crocifissi e la formidabile scena di un pestaggio fra studenti.
Buona lettura.

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GESUITI

Di Marco Mantello

Ecco dai gesuiti c’eravamo Michele Rizzo che sarei io, il timido, Massimo Pozzobon detto il frocio, la cara Jennifer la puttana, e last but not least quel pappone mulatto di Albino Martiri. Cominciamo dal Pappa, che dite? Cominciamo dagli ultimi che saranno i primi e dal futuro p.r. del sistema, il tecnocrate spacca fiche che doveva dire alla mano: “Fermati!’, e placcarla con l’altra, impedirle di assecondare l’impulso a toccare e stringere, quando vedeva due chiappe attillate ancheggiare sui marciapiedi di Cotenna est. No, per il mulatto più potente del globo emerso non esisteva la donna in sé, esistevano solo pezzi di foto di culi, tette, fica, cosce, associate a espressioni come: ‘Da paura’ o ‘Assurda!’. Colui che a diciotto anni aveva deciso di entrare a tutti i costi alla Bce “per scoparsi mia madre”, e che non aveva la minima idea di quanto sia complesso, e a suo modo pretesco, divenire un membro attivo della teocratica élite di Abendland. Lui, mezzo nero di pelle e razzistissimo, il mulatto più fascista del pianeta, quello bravo negli sport e in matematica finanziaria, una copia in nero di Robert Redford. Già a scuola era uno che distingueva le persone fra vincenti e perdenti. Solo che rispetto a Massimo Pozzobon e alla sua “grande capacità di cronometrare l’ebollizione della pasta”, Albino aveva dalla sua un fortissimo senso dell’amicizia, qualcosa di sacrale, per un amico avrebbe sacrificato addirittura l’assioma ultimo, del riscuotere i prestiti sui differenziali. Lui, che prese il vizio di investire in borsa dalle medie inferiori, fondando la sua prima fiduciaria a 13 anni coi documenti di un prozio morto. Alle medie truffava già le assicurazioni auto, con fantastici incidenti simulati con gli amici suoi del basket. Adesso che è a Londra non mi immagino… sta pure dietro alla vecchia city… Nell’ultima mail che mi ha scritto, per dirmi che non ce la faceva proprio, a scendere, ha usato sei volte la parola ‘gap’, e nove la parola ‘step’. Le crisi economiche le chiama catastrofi naturali, dice che è impossibile rinvenire i colpevoli di una catastrofe naturale, ma che si possono calcolare i rischi in anticipo. Il mio breve week end a Cotenna con famiglia al seguito lo ha definito un ‘investimento incerto’. E di salutarmi Massimo e gli altri, ha scritto, anche la piccola Anita e di mandargli su qualche foto prima che ripartivamo, e se sapevo che Mastai aveva avuto un ‘inctus’, e che Jennifer stava su da lui… Sono passati sei anni dalla maturità. Lavorano tutti adesso. Al di fuori del collegio di preti stronzi dove abbiamo fatto per l’appunto le superiori, esisteva ed esiste una sottile competizione, con i miei amici vivi (io li chiamo così: i miei amici vivi). Con Massimo c’è una barriera costante e fissa, il suo mito di omosessualità consapevole e progresso tecnico, temperati da una vita privata che perennemente oscilla fra un bisogno di famiglia a oltranza e un puttanaio di storielline. Con Albino è l’opposto, fra di noi non ci sono mai stati margini, a parte i suoi commenti stronzi su quelle ridicole tute acetate che indosso ancora dai tempi di educazione fisica, o sulla maglia fuori dai pantaloni, o sul fatto che non mi sono ‘evoluto’ e gli sta bene così, gli ricordo “com’eravamo”, scorro come in un tempo a parte, un’immagine fissa che sta là, e di tanto in tanto riappare, a cui uno dice: “Rizzo lo vedi che avevo ragione io e torto tu? Tutto torna fra voi rizzoliani, anche i nodi…e la tua retorica, sei un nostalgico intriso di vittimismo, che peccati devi confessare con le tue poesie? Ne scrivi ancora, vero? Scrivi ancora poesie su di noi?”. La confidenza è diventata un’abitudine, una roba scontata, per cui alla fine si parla sempre di cose neutre, stupide, innocue, certe volte ho l’impressione che la sua parte migliore sia annegata su twitter a scambiarsi aforismi con Massimo Pozzobon: solo frasi col punto. Solo principali, senza subordinate, assertivo e sicuro di sé come una scimmia… Ogni volta che lo rivedo è come se fosse ieri, gli ho sempre fatto passare tutto, anche quando stavamo di banco insieme e veniva a studiare il greco da me in stanza. “Bravo, bravo Rizzo continua a farti le seghe e a copiarmi il tema in ficologia, intanto io me ne vado alla London School e vi saluto tutti!”. Mi disse così una sera al collegio. Ficologia. Mancava un mese alla maturità. All’inizio pensavo fosse una delle sue solite cazzate. Albino è sempre stato un mentitore formidabile, uno di quelli che ci crede, fermamente, e le difende a oltranza, con la stessa ferocia delle cose vere. Basta solo che siano ben dette, perché “la società moderna si fonda sulle cazzate, o al massimo sulle abitudini a sentirle”. Dice che è divertente, e che possono far ridere, o comunque tornare utili. “Le cazzate ti lasciano sempre all’altezza della statura altrui” -aforismi del Martiri in gita. Lui te li recitava addosso a memoria, sapienziale ed ebete e poi giù, con le flessioni di Padre Vitolo e il respiro grosso, tutto di naso in quella palestra del seminterrato assolutamente buia che pareva un bunker… Eravamo compagni di stanza, io Massimo e lui. In genere non prendeva sonno prima delle due di notte e non ci faceva dormire a tutti, con quella voce aperta e sguaiata, come uno che pretende che anche gli altri capiscano come funziona la realtà, e che le cose stanno così e basta e che mentire garantisce la conservazione della specie. “Si la conservazione della specie, e magari due sborrate al cinema con la Jennifer Maffi…”, gli rispondevo dalla mia branda in un pretesco cipiglio. Scoppiava una discussione senza fine, i muri della stanza rimbombavano, la carta da parati si scollava per il caldo assurdo e dalle stanze vicine si sentiva un viscido, cantilenato: “Shhhh… Martiri basta con le cazzate!”. Insisteva, e tirava i calci sulla spalliera del letto, e alzava la voce a tono, e si faceva d’improvviso serissimo, come per silenziare lui, i muri e l’infame caldo, o l’assoluta incapacità di prendersi sul serio. Certe volte in branda mi risvegliava apposta, me lo vedevo arso vivo, una torcia umana, una specie di John Goodman con il fisico da cestista che ti sparava dritto in mezzo agli occhi sibilando “Heil Hitler!”. “Scusa ma tu a un malato terminale gliela dici o no la verità? Scusa Massimo ma tu a tuo padre gliel’avevi detto, che aveva si e no due giorni di vita quando l’hanno ricoverato per il mal di pancia?”. “No certo che no ma che sei scemo!”, sibilava Pozzobon dal letto, più che piangere gli veniva da ridere, era troppo anche per uno che aveva perso il genitore da due settimane appena, e a suo modo paradossale, comico, quel difendere sé stessi con la menzogna, per proteggere gli altri dalla verità. Poteva andare avanti così per giorni, anche agli allenamenti del basket, quando chiamava sé stesso ‘il mandingo’, e sparava di essersi trapanato per sei volte di fila un’attrice porno amica sua… Oppure la storia dei filmini dell’amica divorziata di sua madre, ‘spaccata in due’ nel talamo dov’era stato concepito, senza toglierle neppure di dosso quella specie di ‘filo interdentale’, che si era messa apposta per lui, e per il suo enorme cazzo africano. Scuotevo la testa, ostinandomi a opporre cultura e estetica, alla sua straripante personalità: “Guarda che nessuno poggia i piedi sulle nuvole, ma che diamine Albi, un po’ di coerenza! Le tue cazzate possono fondare una sorta di platonismo al contrario: che cos’è la non verità? Il che non vuol dire, necessariamente: attribuire un valore al dubbio, ma fondare nuove certezze, un nuovo sistema di valori… primo fra tutti l’interesse egoistico, e la concupiscenza…”. Mi squadra da sotto la doccia con quegli occhi pietosamente enormi, tende la mano verso la mia e quando provo a stringerla, l’abbassa e fa un verso fallico, espira e soffia. “Ah Rizzo me lo fai ammosciare! E che avevo detto io? La London School!”, bofonchia in asciugamano e infradito. E che lui, almeno, è arrivato quarto alla selezione per l’anno venturo, l’hanno già preso… Mi ricordo la notte che tornò dalla sue scopate, con la lettera di ammissione per Londra. Aveva svegliato tutto il collegio, e correva in mutande nel dormitorio, con la busta strappata in una mano e il foglio nell’altra. “Dio santissimo!”, mugugnò padre Mastai dall’uscio. Era in vestaglia e si stropicciava gli occhi, di fronte alla sagoma urlante del nostro, che sferragliava come un treno per i corridoi. Mastai era l’insegnante benedettino di economia del lavoro, unico e solo benedettino fra i gesuiti, con quel saio color cenere sempre addosso, quelle lunghe e insipide basette grigie e la testa lanosa come una capra e gli occhi piccoli, vispi come due api. Dio come gesticolava, il prete! Molti ex alunni, dopo la sua dipartita, fondarono un coro Mastai di Cotenna est. Cantavano la domenica al collegio: “rimetti a noi i nostri debiti”, dirigendo filiali bancarie con moglie moldava e figli piccoli iniziati alle messe domenicali. Da un certo punto di vista era un bancario anche Mastai, intendo mentalmente, uno che si faceva chiamare per cognome dopo il ‘padre’ e organizzava corsi serali di lettura e stroncatura del capitale di Marx libro I. Mastai era un monaco come abito, e un contabile come anima… Ricordo il suo modo di bilanciare l’inconciliabile a lezione, quei racconti sulla sua giovinezza trascorsa a pareggiar bilanci in un monastero dello Yorkshire, il suo pregno identificare il convento e l’impresa, l’interesse e la solidarietà, il mio, il tuo e il bene comune, il primato della persona e i suoi studi sulla moneta. Come diavolo ci fosse finito, un benedettino dello Yorkshire, a insegnare economia del lavoro dai gesuiti, io non lo so ma tant’è, era il nostro migliore insegnante, e viveva in un mondo di agnelli sgozzati con grazia, con una botta in testa, viveva di un culto tutto suo della vita attiva, in quelle aride pianure disincantate piene
di outlet, dove non si sentono più i tuoni, né i temporali, che popolavano le valli intorno al grande collegio seicentesco e la sua granitica facciata in carrara bianco, sulla statale Cotenna est-Villa del Putto. “Martiri adesso smettila è l’ora del silenzio!”, strillò in corridoio, verso l’esaltato e affabulante satiro. Albino girò gli occhi, attonito: “Padreee!”, strillò in mutande, aveva placcato Mastai a terra con un abbraccio fra il mistico e il rugbistico: “Ce l’ho fatta mi hanno preso! Scendo giù dalla montagna e mi disincanto al volo! Come quello del libro!”. “Figlio mio, guarda che rischi i punti di demerito, lo vedi che casini che mi combini Martiri? E puzzi pure d’alcol senti qua ma dove sei stato!”, disse il padre. Il prete si era divincolato dall’abbraccio e scrutava la lettera di ammissione. Albino lo sovrastava di venti centimetri almeno: “Qua padre qua!”, commentò sditazzando i fogli “Lo vede? C’è scritto Admitted!”. Altra gente arrivò dalle camerate e si fece intorno alla strana coppia: “Tutti dentro! dentro basta anche tu Martiri, marsch!” strepitò il prete, elargendo ceffoni a vuoto nell’aria tersa di mugugni e risa. Teneva il ruolo, certo, in quel lurido palcoscenico dell’adolescenza, ma in realtà dentro di lui era visibilmente soddisfatto, gli occhi vispi e tondi gli sorridevano, con tanto di firma del rettore della London School e timbro postale autentico. Per un cultore della vita attiva è una vittoria immensa recuperare all’ordine un teppistello di mezza tacca, riconvertendolo all’onestà, all’operosità, al lavoro, alla sobrietà di una carriera dove l’arricchimento personale rimane del tutto inscindibile dal rispetto dell’etica. Adesso addirittura, dopo sette mesi di studio matto e disperatissimo, Albino era stato preso alla scuola più prestigiosa di tutta Abendland, anche se solo per i semestri estivi, erano corsi integrativi e comuni, per le facoltà di ingegneria e statistica. Come molti futuri ex allievi del collegio, si era già iscritto al locale ateneo di Cotenna per i corsi base. Ma questa cosa di Londra era importante, apriva strade nuove, ci sarebbe andato da luglio a settembre, ogni anno, di sicuro dopo la laurea qui, avrebbe scelto se proseguire con gli studi da ingegnere e farsi assumere nel privato, o virare sulla politica economica e monetaria, in un qualche organismo centrale di Abendland, assieme ai figli della migliore umanità europea. Sarebbe stata un’esperienza formidabile, Albino aveva già stabilito tutto del suo futuro, era un moto perpetuo, l’azione perenne, la coscienza assoluta del tempo che scorre, e che non si ha, si perde, se non lo si fraziona e riempie di contenuti. “Mi finisco le specializzazioni su, anzi no vado a Bruxelles alla banca centrale e se mi rompo i coglioni mi butto in Cravilex, che tanto mi prendono subito… e voi restate qua, sulla montagna incantata e io me ne vado giù, nella valle della realtà, capito Rizzo? Me ne vado al piano! E mi scopo tua madre!”, strepitava in camera, era esaltato, incontenibile, ruttava alcol e metanolo, felice nel letto, ridendo sguaiatissimo: “Altro che tuoni qua! Altro che neve guarda! Guarda fuori, Rizzo, c’è il sole che sta sorgendo!”. Mi aveva svegliato ancora, e io mi rigiravo nella branda, la luce accesa e rispenta per sfregio, e poi di nuovo accesa: pareva una materializzazione del cervello umano. “Martiri questa me la paghi! E smettila adesso basta! Ma che sei scemo?”, strillai, sentivo il suo puzzo d’alcol confondersi nel mio respiro. Mastai tollerava tutto di lui, perfino l’”edonismo sessuale”. Il mulatto venuto dal nulla, il figlio di una negoziante di amuleti, il puttaniere discotecaro amante delle Porsche, che si faceva centosette giri di campo dopo gli allenamenti e aveva ancora il fiato di fumarsi le continentali, era divenuto il suo pupillo, il trionfo degli ultimi, la vittoria della vita e della salute sulla malattia e la morte. Guardatelo adesso, sembrava dire il prete con quegli occhi del tutto privi di minacciosità, asciutti e appagati come non mai, guardatelo il rozzo indigeno! Da che era arrivato al collegio lungagnone e babbeo con quei blue jeans calati di sotto al culo e tutti rotti, da che sbagliava i congiuntivi e non sapeva nemmeno che cosa volesse dire, la parola lavoro… Adesso addirittura, nel deliro da vita attiva, citava a piene mani da Thomas Mann. In classe avevamo discusso a lungo del Zauberberg. Padre Mastai lo faceva leggere a quelli dell’ultimo anno, come forma di “preparazione preliminare” ai test sui modellini di concorrenza perfetta, oligopolio, monopolio, monopsonio, che pervadevano le sue lezioni dattiloscritte per gli studenti… Diceva che leggere quel monumento all’Uomo, allontanava i giovani dalla violenza politica. Il rettore del collegio, Agostino Treves, un anziano gesuita dalla pelle lattea, magro e ossuto, con questo colletto bianco sul talare e la borsa a manico, nera come la pece, e sempre piena di libri antichi, passava le giornate nel suo studiolo, a perdere la memoria sul tempo passato. E detestava con tutto sé stesso “il Mann”, o come lo chiamava lui, “l’uomo dell’eterno presente”. Così ogni volta che Mastai gli spiattellava le letture di quinta a settembre, presentando il programma dell’ultimo anno per le regolari controfirme del direttore, Treves leggeva la solita pagina 4 e all’inamovibile voce Commento al Zauberberg, sospirava sudando tutto: “Ancora! Ma che noia però padre, non si può cambiare testo!”. Le parole del gesuita sbandavano paurosamente sul viso magro, divenendo facce, e al contempo maschere. Del resto c’era da storcere il naso, e forse anche altro, di fronte all’insano trattamento che il Mann riservava alla Compagnia, nella persona dell’ebreo convertito al cattolicesimo Leo Naphta, in quel suicidio con un colpo in testa del sanguinario e sgradevole chierico, al termine di un duello con il laico e umanista Settembrini, cultore della repubblica universale dei capitali e del progresso umano. Figlio di un aiutante rabbinico sgozzatore di agnelli secondo il rito, che morì crocefisso da fanatici cristiani l’uno, e erede di un carbonaro che ammazzava le fedi sostituendole con convegni per la fondazione di una pace perpetua l’altro, entrambi presi per il culo allo spasimo dal Mann, come due fratelli -essi erano, come si suol dire, i personaggi-limite, e i due malati più interessanti del Zauberberg. Malati di speculazione astratta, s’intende, la tesi e l’antitesi, esasperati a tratti da una coerenza meccanica, quasi robotica nel perseguire progresso e sterminio, eppure fusi, in qualche modo, in un perenne mescersi delle posizioni. Erano inoltre i litigiosi maestri del protagonista, Hans Castorp, -e qui sto citando dalla viva voce di Mastai a lezione- un sempliciotto ingegnere venticinquenne con un 37.7 fisso di temperatura corporea, adottato da uno zio che metteva a bilancio il suo compenso per la gestione del patrimonio del pupillo, e ci pagava le tasse sopra. All’inizio Castorp era salito sul monte a trovare il cugino malato, alla casa di cura del Berghof. Contava di restare sono una settimana, invece ci rimase sette anni, non voleva più andarsene, si era perfino dimenticato della sua età, nei rituali di annullamento del tempo… “Eh, quel capitolo delle operazioni spirituali, però! E quel tuono finale quella specie di farsa dell’incantesimo…”, mugugnò il direttore Treves nel suo studiolo, davanti alla solita, intramontabile pagina 4 del programma di padre Mastai. Il benedettino sorrideva bonario, dall’altra parte del tavolo sorseggiando il suo tè alla menta. “Non può negare che è formativo, e che allontana i giovani dalla violenza politica…”, ripeté come ogni anno. Treves firmò i fogli, con questi grandi sospiri e la testa china: “Lei Mastai mi farà cacciare…”, sospirava, ammonendolo ancora una volta sulla “pericolosità di un idealismo tutto dell’Uomo”, insito in quella sintesi finale fra le due recite a soggetto dei precettori, a quella sciata sulla neve del pupillo Castorp, con visione di bambini sbranati da streghe, a quella scelta di essere “buoni” e “amare”, che “a nulla porta fuorché al mero vivere”, o al “morire in trincea”.
“Padre e le pare poco?”, esclamava a quel punto Mastai, come in un recitato, “Porta al comandamento più difficile della storia umana… il non uccidere!”. “Sì certo per uccidere ci sono i soldati di professione no? E lo spirito patrio!”. Mastai aveva gli occhi illuminati, quasi sognanti. “Sì ma io quel finale sulla guerra lo vedrei più come una metafora…. Castorp scende dal monte, dopo il tuono e la rottura dell’incantesimo, e in quella corsa finale fra gli spari al fronte, egli vive, non si sottrae, addirittura cade, e si rialza, noi non sappiamo nemmeno se sopravviver alla guerra, perché è allora che lo si perde di vista, e le parole finiscono…”, “Sì certo e come no: deamicis!”, sibilò Padre Treves. Si era alzato con fatica dalla sua seggiola di legno, era una di quelle pieghevoli e se la portava dappertutto anche a mensa, o a lezione in classe. Porse i fogli del programma controfirmati al docente, con quella mano che gli tremava tutta, allungata e di un rosa smorto sulla penna stilografica… Pareva la radiografia di uno scheletro. “Vede Mastai”, gli disse “Ci sono due categorie di persone, qui da noi in Abendland: esiste il Deutsch. Ed esiste il Mensch. Dico tedesco ma potrei dire anche italiano, francese, portoghese, spagnolo sa? E dopo ci sono le persone, giusto? Le persone…”. “Sì sì le persone ma se mi lascia un attimo spiegare il senso delle pagine che abbiamo scelto di commentare con i ragazzi…”, pietì Mastai. Ma Treves non si lasciò interrompere, strizzava gli occhi stizzito, con il palmo della mano destra aperto e teso davanti al volto, come per impedire alle parole del contendente di mescolarsi alle sue. “Il Deutsch e il Mensch…”, ripeté a voce alta, “…e il nostro Mann che fa? Crea un terzo soggetto! Il gesuita! Ci fa passare per sanguinari, affamati di lusso e pure mezzi comunisti… e tutto per difendere cosa?! Me lo dica lei padre, cosa? Il Deutsch o il Mensch?”. Mastai rabbrividì, anche se fuori facevano 40 gradi. “Va bene forse si tratta anche un po’ di difendere i propri personali interessi certo, ma all’interno di una comunità, di un gruppo sociale che ci definisca in base a ciò che facciamo nella nostra vita quotidiana, e all’impiego utile del nostro tempo. Come si fa ad amare gli altri se prima non impariamo non dico ad amare noi stessi, ecco, ma quantomeno ad accettare i nostri limiti umani?”, disse Mastai tutto d’un fiato. Pareva un corso di catechismo per stranieri, e le voci dei preti si sovrapponevano. “Lei Mastai l’ha mai sgozzato un agnello?”, gli chiese Treves. “No padre sto cercando di diventare vegetariano…”. “Quelli sono alibi mi creda! Aria fritta! Anzi concretezza fritta! Alla fine si arriva sempre allo stesso risultato. La creazione di un’anima esteriore, disunita, corporea, a tratti robotica, nel suo vivere all’interno di una gabbietta per cardellini! Il problema è quando uno arriva ai margini, alle sbarre, e la tocca con mano questa benedetta cornice, percependo il limite…”. “Lei vuole dire che l’anima sta dentro, e non fuori, padre, che sta dentro a una cornice?”. A Treves scappò un mezzo sorriso. “No no guardi che non mi ha capito! Io intendo dire che l’anima è un tutt’uno con la cornice! E che sta proprio dove la vede lei… Lo vede il mio studiolo no? Li vede tutti questi crocefissi attaccati ai muri? Li vede no come si sforzano di rimanere fermi sulle loro croci?”. Mastai girò gli occhi prima a destra, e poi a sinistra, e diede una rapida occhiata ai muri dello studiolo. Dovevano essere un centinaio, solo dietro la scrivania, erano tutti appesi, con le casse toraciche magre e ossute, file e file in carrara, terracotta e avorio…. Crocefissi di diverso taglio e fattura, crocefissi da processione, da cappella e da cattedrale, i più piccoli in alto, i più grandi via via a scendere, ordinati in quadriglie. A vederla da una certa distanza, la collezione delle vittime trionfatrici, come le chiamava Treves, pareva una sola monolitica immagine, ripetuta nel tempo, ingrandita e ridotta di volta in volta più o meno a fuoco. I cristi piccoli erano senza occhi né bocca né sopracciglia, nulla. Nei mediani pareva che fosse la croce, a rimanere attaccata ai corpi, e a portarseli dietro come corazze. Ce n’era uno più sotto, colore avorio, era tutto corpo nessuna croce. Quello di cera, fosforescente, stava piegato in avanti, con le braccia staccate dal legno, e metà busto caduto giù. La miniatura del Brunelleschi indossava un rorido gonnellino viola, in un’insana posa di gambe glabre, e innervate, quasi femminee. Il vecchio Dürer gli zampillava accanto, all’incrocio dei muri, proprio in fondo alla prima fila, ma teneva la testa reclinata dall’altra parte, a sinistra di chi vedeva, generando una curiosa dissonanza, con i colli dei sei colleghi, piegati invece a destra, come in genere deve essere. Gli esemplari del Messico avevano tutti le mani mozze. Sulle corone dei brasiliani, la scritta Inri era contornata da foglie di palma e fichi, invece che di spine. A parte un San Domenico di Fiesole, e una stralunata miniatura del crocefisso maggiore della chiesa del Gesù a Roma, che aleggiavano a bocca aperta con uno sguardo esanime e dissanguato, sopra al cupo livore di Treves, colpiva in quel mare di volti appesi, la totale assenza. I più tenevano gli occhi chiusi, non guardavano né sotto né sopra, né in alto né in basso, con quelle palpebre scolpite nel legno, nella plastica, nella cera e nelle miriadi e miriadi di materiali lattei, rosati o semplicemente vuoti, per somigliare alla carne umana. “Sì sì, io li vedo, certo che li vedo, li vedo tutti padre”, sibilò Mastai. Era atterrito dal mare di corpi in croce, ma non poteva vedere il suo, quelle lanose sopracciglia bianche, e le labbra sottili che si allungavano in una smorfia di schifo, come per espellere i cattivi pensieri. Treves se ne accorse subito, ma rimase zitto, non commentò, lasciava parlare i simboli, dietro di lui, e il loro silenzio. “L’anima… mi capisce adesso è vero?”, sospirò dopo qualche attimo, indicando il trionfale spettacolo dei morti, “Uno può dire la mia camera il mio ufficio, la mia fabbrichetta…”, aggiunse livido “Ci sono anche le carceri, sa? E i sanatori, le scuole, i ministeri, perfino le strade, le stazioni ferroviarie si fanno anime… le case private non ne parliamo… La vede anche lei, no, la sua vita attiva? Le vede queste mandrie di ingegneri e tecnici che va formando? Quelli dell’associazione degli ex studenti, ma li vede scusi come diventano alla mia età? Degli isterici monomaniaci del pianoforte! Quelli che si colmano le case di cucù e orologiami, si fanno schemi e programmi per le vacanze estive a Mykonos, quelli che ripartiscono le spese di manutenzione straordinaria delle loro locazioni immobiliari, ah quelli poi! Almeno ce l’avessero avuto, il coraggio di sbattezzarsi e invece no! Sprezzanti e fedeli!”. Mastai rabbrividì, guardava ancora alle spalle del gesuita, un enorme crocefisso di legno, e quelle fessure scavate e nere, in mezzo al naso, che non erano occhi, non lo erano più, era un crocefisso cieco… “Scusi ma se io pago uno per potarmi gli alberi del mio cortile…”, disse con voce sobria, quasi per giustificarsi, del rimbombo delle sue parole enormi: “Io… io a uno gli do i soldi per il lavoro svolto giusto? E chi lavora dall’alba va pagato come chi arriva al tramonto, a due ore dalla chiusura degli stabilimenti… La parabola della vigna, padre, il problema stesso della giustizia…”. “Ecco appunto lo vede che succede con le sue parabole? Ma alla fine si muore, sa?”, sentenziò Treves. “Sì forse ha ragione, in parte ammettiamolo pure però… a furia di sentirsi quelli vivi, i sani, i normali ma…”. “…E di condannare gli scorniciati alla non esistenza, o peggio al male, e all’autodistruzione! Dove sta la pietà per l’uomo?”. “Sta nel lavoro, padre…”, cantilenò Mastai con quello sguardo teso, e infastidito. “Ma sì come no!!”, strillò Treves. “Così nasceranno le vecchiaie serene! Da un proverbio benedettino! E dai vignaioli! Bello davvero, padre, il suo homo oeconomicus! Talmente bello, e puro nel suo teatro di egoismo e ipocrisia, che si astrae da sé stesso, e pretende di farsi natura umana!”. Mastai tacque assorto davanti agli occhi infiammati del gesuita, dopo di che ammansendo i suoi, vispi e piccoli, sul programma debitamente controfirmato, si congedò con un breve inchino. “Però padre prima che vado via, ci tengo a precisare ancora se me lo consente… Le pagine a cui si riferiva prima, quelle che Mann dedicò all’idea stessa di Zeitroman, sono forme di pedagogia preparatorie alla vita attiva. Io le faccio leggere in classe e le commentiamo insieme, per fare in modo che questi giovani si possano scegliere un lavoro degno… Poi non lo so se faccio bene o no ma io ci credo… voglio dire il produrre qualcosa di utile, che siano scarpe, termosifoni o magari gli artigiani stessi che hanno costruito i crocefissi del suo studiolo… Non è forse anche quella un’elevazione spirituale? Un qualcosa che conferisce utilità alle anime dello spazzino, al pizzaiolo, al capitano d’industria? Io credo sia conforme a ragione…”. “Sì sì la ragione certo…”, scosse la testa Treves. I due prelati erano giunti all’uscio, a forza di battibeccare. Fu allora che fedele al copione, e al costante ripetersi di quei discorsi, puntuale come ogni inizio anno, l’inesorabile eco degli studenti cominciò ad attivarsi dalle classi al piano. -Sì sì la ragione certo!, mugugnò l’eco dai corridoi vuoti. -E le sue deformazioni in razionalità e ragionevolezza !Qui slittiamo su Malthus sa? E su Weber! La tecnica come Herrschaft!. Era un eco perfettamente sincronizzato alla voce di padre Treves, e ne riproduceva assai bene il timbro, parodiandolo lievemente, un ingranaggio perfetto e collaudatissimo, tramandato di anno in anno con apposito libello degli studenti, nel suo anticipare di qualche attimo appena la risposta tesa, e riottosa del gesuita. Che
effettivamente guardandosi intorno smarrito dall’inconfessabile ‘sentir le voci anticipar la bocca’, esclamò subito dopo, verso l’inebetito Mastai sull’uscio: “Sì sì la ragione certo! E le sue deformazioni! Qui slittiamo su Malthus sa? E su Weber! La tecnica come Herrschaft!”.
-No no forse lei mi fraintende padre…, sibilò a quel punto l’eco degli studenti, mutando toni e tonalità ultime. Mastai drizzò le orecchie, era il suo turno e faceva finta anche lui di non sentirsi, nell’insana parodia del già successo, “No no forse lei mi fraintende padre…”, cantilenò dopo due secondi. A volte sembrava che le parti si invertissero, che fosse la voce del prete a riprodurre la sua imitazione: -Io dico solo: fare qualcosa che serve, con un minimo di amore per sé stessi!. “…con un minimo di amore per sé stessi!”, ripeté Mastai. E poi di nuovo l’eco degli studenti, come a guidare ancora le loro bocche, a dettare lei le direzioni di marcia delle parole: -Io l’ho capito sa dove vuole giungere! A creare uomini senza idee… “…Uomini senza idee!”, sibilò Treves. E subito dopo l’eco, di rimando: -Ma faccia faccia! Io non rido affatto della sua fiducia nella vita attiva. Sospiro, al massimo, perché alla fine si riduce tutto a quello sa! A grossi e inutili sospiri!
“…perché alla fine si riduce tutto a quello sa! A grossi e inutili sospiri!”, concluse Treves mezzo stordito. Mastai scrutò il programma, e le scheletriche dita del gesuita, bianche e tremanti, che gli sfioravano il maglione nero, come per accompagnarlo ancora un po’, nei suoi pensieri e dubbi, verso l’uscio socchiuso dello studiolo. Il collegio taceva alle loro spalle, assecondando la solita pausa di silenzio, che precedeva il gran congedo finale. -Vada Mastai vada che si è fatto tardi ma glielo dica ai ragazzi! Esponga tutti i punti di vista sulla questione e non solo il suo! “…sulla questione e non solo il suo!’, echeggiò Treves, volgendo gli occhi nel corridoio vuoto, come per captare quegli strani suoni che lo doppiavano, di cui l’aria del Santa Lucia pareva intrisa. -Stia certo che lo farò e grazie ancora per la fiducia. “….ancora per la fiducia”, disse Mastai sturandosi un orecchio con il dito indice. Treves era in fase estatica, forse pensava che a echeggiare nei corridoi del collegio, fossero creature angeliche, o i cristi d’epoca appesi ai muri -…E di abituarli da subito, ne converrà anche lei, a un uso meno nevrotico del loro tempo Arrivederci. “…a un uso meno nevrotico del loro tempo Arrivederci”, sentenziò, poi chiuse l’uscio, scosse la testa irritato e tornò ai suoi cristi. Erano le nove meno un quarto del mattino. Mastai rimase un attimo in stasi, nel corridoio, poi si scosse, dalle rampogne del gesuita e con passo spedito raggiunse l’aula F, dall’altro androne, quello che dava sui dormitori. Era entrato di fretta e furia, trafelato con il fiatone addosso. “Buon giorno ragazzi e scusate il ritardo… Rizzo fai l’appello tu per cortesia?”, mi disse mollando di peso sulla cattedra i fogli del programma controfirmato, sul polveroso atterraggio del Zauberberg in tomi due.
Quel giorno alla discussione mancava solo Jennifer Maffi. “Prof. Jennifer ha la febbre…”, disse Albino Martiri dall’ultima fila. “L’unica femmina”, era stata ammessa nella nostra classe come esterna, dopo un ricorso della sua famiglia di bottegai, “per la rimozione delle discriminazioni sulla donna con quoziente intellettivo di scala A, nelle organizzazioni di tendenza con finalità educative alla vita attiva”. Fu un trauma non trovarla al suo posto, in quell’aula al penultimo piano, padiglione Ignazio di Loyola, dove consumammo gli anni più inutili della nostra vita. Destabilizzati dalla seggiola vuota dove in genere scosciava Jennifer, al terzo banco fila centrale, e da quell’ondeggiare assente del gonnellino a quadrati rossi, e dalle pieghe del golf di lana con lo stemma di un reparto femminile immaginario, che al santa Lucia non venne edificato mai, guardammo a lungo fuori dalle finestre, nella speranza di un mero ritardo. Avevamo portato le nostre tesine sul Mann, dedicandole tutte a lei. Il mattone supremo, come lo chiamavano in gergo, giaceva nevoso e tonante sui banchi verdi, in un compendio per le superiori con le note in calce, una copia per ogni studente, e le parti assegnate per il commento. Uno per uno a turno, parlammo a lungo dell’ambiguo rapporto fra Castorp e la Cauchat, rivisitato dal solito “amore omosessuale frustrato a scuola”, e riprodotto nell’immagine della donna fallica, equiparata al volto di un vecchio compagno. Fissavo la sedia vuota, e le matite sul banco, ferme, come se Jennifer ci fosse ancora, anche Albino perfino lui che ci stava insieme, e ci scopava senza preservativi, mostrando a noi sventurati in stanza, quei putrescenti brufoli bianchi e gonfi, che gli spuntavano di tanto intanto sulla “matita”. Valeva diversi crediti. Era una prova importante per essere ammessi all’esame, e la tesina migliore avrebbe avuto, addirittura, l’onore di essere letta da un comitato valutativo esterno con sede a Lubecca, per l’assegnazione dell’annuale medaglia d’oro ‘Settembrini e Naphta’, promossa dal Ministero della Normalità presso tutte le scuole secondarie di Abendland. “Ho sognato la condizione dell’uomo, della cortese, comprensiva, rispettosa comunità, dietro alla quale ha luogo nel tempo, l’orrendo banchetto del sangue. Erano così garbati e gentili fra loro i figli del sole, proprio nella silenziosa previsione di quell’orrore?”, lesse il padre benedettino in piedi, la cattedra vuota, dietro di lui; pareva un’ara di agnelli sgozzati, ma sorridenti, sereni, a loro modo felici…

Non ci saremmo rivisti più, lo sapevo io e lo sapeva lui, non avevamo nemmeno litigato era…era qualcosa di molto più profondo, di un semplice senso di estraneità, era che ne avevamo le palle piene tutti e due, l’uno dell’altro, e nessuno aveva mai avuto il tempo di dirselo in faccia, a chiare lettere di fuoco, si oscillava sempre su quest’ambiguità fra il suo lavoro in Cravilex e la nostra amicizia a scuola, anche Elisa me lo diceva sempre: “Guarda che Massimo ti usa…”. All’epoca aveva cominciato a avere una vita sessuale tipica dei potenti. Aveva molto successo con quelli della sua specie, senza bisogno di locali o riviste porno. Era sempre stato sveglio, responsabile, attento, nonostante i preti. E nonostante noi. Nessuno l’aveva mai picchiato, sua madre mitomane quando le si dichiarò a tavola, lo baciò in bocca con modi semplici: “Lo sapevo già. Me l’ha detto il presidente della scuola…mi ci ha chiamata apposta, tieni, finisciti il pastín hai fame?”, scodellò dal lavello aperto, con quei denti tutti da fuori, e quel silenzio nordico del “devono fare le loro esperienze, la vita è loro, purché fuori di casa nostra, capiranno poi, che si diventa vecchi, ci si ammala, si muore, e ci sono le spese mediche, i funerali, non si deve pesare su nessuno, bisogna avere un’autonomia economica, che mica siamo tutti ricchi di famiglia come i tuoi compagni di classe…”. Piaceva moltissimo anche alle donne, e aveva fascino quando parlava in pubblico in aula magna, nel corso di quelle tristi assemblee del sabato mattina disertate dai più, in genere dedicate alla scelta se introdurre o meno una chitarra elettrica alla funzione domenicale del giorno dopo. In terza liceo, in uno dei suoi primi periodi di delirio da onnipotenza, dichiarò di voler diventare il primo dittatore gay di Abendland. La prima e unica storia di sesso con donne di Massimo è del tutto inscindibile dal collegio, direi piuttosto originale per uno che si sognava scene alterate dai b-movie sugli hooligans, spacciandole per il suo inconscio, quando ancora era irrisolto. Altro che efficacia simbolica, la presenza di Massimo al Santa Lucia era stata da sempre un grosso equivoco, ma molto di più per lui, che per i preti stessi. Ecco ora uno penserà: Irrisolto in che senso? In odore di suicidio? In odore di suicidio? Nulla di tutto questo, davvero, come si fa a dare peso a un luogo pieno di corpi maschili attaccati a croci, dove ordinano i ragazzini in presenti e assenti, attraverso mense comuni ed encicliche sulla sollecitudine alla vita sociale, editate da froci repressi in tonaca? La verità è che a Massimo non gliene fregava nulla di nulla, di rivendicare la sua identità davanti ai preti (Ah! Ah! Ma allora perché si dichiarò proprio a loro? Che bisogno c’era scusami?). Ma tant’era (Tant’era!). Si trattava solo di farlo, punto e accapo, quella stessa annunciazione a cena, nel refettorio, davanti a circa 700 commilitoni muti, suonava di Thomas Mann fino al midollo. Accadde a ridosso della grande discussione finale sul Zauberberg, era l’ultimo anno di superiori e la perpetua aveva servito zuppa di carne a tutti. Massimo fece un grande sorriso e si alzò in piedi, per la lettura del salmo serale. “Prego l’ascoltiamo”, disse padre Treves dalla seggiola di legno. Stavano al centro della sala lui e Mastai, uno di fronte all’altro, e scrutavano lievi i cucchiai muoversi, nelle rispettive ciotole. “Sì insomma cioè, a me piacciono gli uomini padre”, echeggiò Massimo in sala. Una cosa tipica di lui, molto rapida breve concisa, a suo modo sobria. “Prego? Non l’ho sentita scusi…”, disse Treves alzando la testa dal piatto. “Che gli piacciono gli uomini, padre…”, sibilò qualcuno dal nostro tavolo. Treves ingurgitò un boccone di minestra, come per liberare la bocca prima possibile, nell’eco sordo delle risatine di sottofondo. Si era fatto serio, e rapido e austero anche lui, venendo al dunque. “Pozzobon mi scusi ma ne è sicuro?, gli chiese davanti a tutti. “Voglio dire ha capito no? Su certe cose bisogna riflettere e se quello che ci ha appena detto è vero…”. “Sì padre mi piacciono gli uomini, ma non si preoccupi, davvero sto benissimo, ho anche i miei ragazzi sa?”, rispose Massimo. Il refettorio scoppiò in un garronesco applauso. Treves ebbe un attacco d’asma. “Lei è un egocentrico!”, sentenziò sollevando quel grosso cucchiaio di legno in aria. “Certe cose anche se si fanno e uno ne risponde davanti a Dio… Ma non si dicono! Soprattutto se non si è sicuri!”. Massimo scosse la testa, sorrise con disincanto, si mise a sedere e cominciò a mangiare. Li aveva sfidati con le sue pubbliche annunciazioni? O forse erano i preti a vederci una provocazione inutile, uno show televisivo, la necessità stessa dei nostri tempi di sublimarsi in immensi, immaginari collegamenti in mondovisione, nella recita a soggetto dei cazzi propri… In fondo gli stava solo dicendo in faccia: “io sono questo e questo”, senza nemmeno un “per favore accettatemi” di sottofondo, senza nemmeno il bisogno di far dipendere la sua esistenza da un giudizio positivo di ammissione, o da uno sguardo di assenso, rispetto al suo titanismo. “Un po’ è come coi matrimoni cristiani così ben descritti da Thomas Mann” provò a spiegare ai due assorti prelati, e all’intero corpo studenti radunato a cena. “Prima ho detto che ho i miei ‘ragazzi’ usando il plurale, in realtà sto con uno fisso da due anni, lui ne ha 37 e io 16…”. “Ah quindi il suo amico…non è uno studente, non è qui da noi…”, sibilò Mastai con una mano in fronte. Quel richiamo al Mann, davanti a Treves, preoccupava il benedettino molto più della pubblica dichiarazione sodomitica del suo allievo, e dell’età del corruttore. “No no il mio uomo è di fuori tranquillo padre, lui lavora già… ha pure un figlio”, disse Massimo. I suoi occhi si erano assottigliati perfidi verso i due preti. “Del resto lei padre ce lo ha fatto studiare in classe no?”, disse a Mastai guardando Treves “C’è sul programma delle letture, no? Punto numero 4! Non era lo stesso Mann, padre, a configurare l’unione fra uomo e donna come un pubblico annuncio di castità? Non si parlava di uomo e uomo, o di donna e donna giusto?”. “Certo… certamente io vi avevo accennato a quel passo del Faustus ripreso palesemente dal Zauberberg, ma lì si parlava, appunto, di un’unione… e voi invece volete imitare!”, arrossì Mastai. Si era girato verso Treves, con quella vena in fuori sul collo, e a sua volta scindendo i groppi dalle facoltà retoriche, parlava al giovane e lo fissava, con scarsissima convinzione, indirizzando ogni sua parola verso le orecchie attonite del gesuita, come per parar gli effetti di quelle perniciose letture tedesche, su cui tanto avevano discusso, di anno in anno oramai da secoli. Se la sentiva già addosso, la rabbiosa reprimenda del direttore scolastico: “Ah quel Mann! Ha visto Mastai, ha visto a che risultati porta?”. Ma Treves, inspiegabilmente, non pareva curarsene, di tutte quelle premure di alleggerimento pillola, anzi fissava il giovane con un certo interesse, e gli parlava con voce calma, e attenta, aveva perfino abbassato il cucchiaio, che tintinnava nel piatto vuoto: “E lei? Lei Pozzobon che dice? Non mi parli di Thomas Mann, mi dica quello che pensa lei di questa situazione…Io apprezzo la sua sincerità, mi creda… ma di sicuro lei capirà anche… Ma sentiamo prima che ha da dire in merito. Allora? Che cosa ha da dire il giovane Pozzobon?”. Massimo si alzò in piedi, l’aria gli usciva fuori dalla bocca e dal naso, teneva le labbra strette, e sbuffava come un treno, a testa bassa, gli occhi fissavano il pavimento, così le parole uscivano fuori spezzate, e tese, verso le tonache nere dei preti. “Padre quello che vuole che le dica io lo posso pure dire”, esclamò annodandosi un ciuffetto di capelli col dito indice, “ma non è solo questo, c’è dell’altro, c’è che io ci credo veramente, nel dio cristiano…”. Era ipocrita certo, assecondarli. E soprattutto abituarsi all’uso di un linguaggio imposto, dal potere di turno. Per esempio dire ‘casto’, o dire ‘represso’, non è che cambi molto sul piano della sostanza, è come quando uno chiama una riforma di un settore in crisi ‘riforma’, invece che ‘taglio di spesa’. Però ecco ipocrisie a parte, il linguaggio del potere era anche l’unico modo che conoscevamo allora, tutti, nessuno escluso, per farci intendere, per farci capire dai preti del Santa Lucia. Avevano il coltello dalla parte del manico, e sapevano distinguere perfettamente la loro intelligenza dai nostri limiti, di fronte al travaglio morale e spirituale eccetera… Nessuno, nemmeno Treves secondo me, biasimava l’omosessuale Massimo Pozzobon, o lo condannava, di fronte alla sua difesa non richiesta della monogamia e della famiglia, io credo che il loro problema fosse la resa pubblica della cosa, e nient’altro che quello, il fatto che lo avesse detto così a tutti, ufficialmente, e con quella leggerezza semplice. A tratti parevano addirittura preoccupati per lui, e per la sua incapacità di capire le inevitabili conseguenze del gesto. “Pozzobon come sta, come si sente sta meglio almeno se lo è tolto il peso?”, domandò Treves. “Sì, molto meglio padre ma davvero…”, rispose Massimo. “Perché vede”, disse Mastai, “non è un problema in sé, voglio dire…”. “No certo non lo è affatto”, lo interruppe Treves “però lei conosce le regole qui, e ha studiato i doveri di protezione al corso di diritto, mi segue no? Ecco la protezione dei suoi colleghi, qui al collegio, e la tutela del loro ragionevole affidamento…”. “Sì affidamento”, annuì Massimo. “Lei lo sa che mi disse una volta mia mamma a me? Avevo più o meno la sua età, o forse meno beh comunque…”, sospirò Treves con quel tono bonario e amichevole, di chi possiede la conoscenza del teatro, e cala piano il sipario sule cose reali. Mi disse: Caro Agostino, da oggi i panni sporchi vanno messi nella cesta azzurra, quella per il bucato. Io all’inizio non li mettevo i panni, continuavo a spargerli per la casa. Dopo una settimana ero rimasto senza ricambi. Così andai da mia madre. Mamma! mamma! perché non mi lavi più i vestiti?, le chiesi, Che ti ho fatto qualcosa di male ce l’hai con me mi stai punendo?. Agostino caro assolutamente no, rispose lei carezzandomi il viso, Sei tu, caro Agostino, che hai lasciato la cesta dei panni vuota… Il fatto che non hai panni puliti dipende da una tua scelta, e non da una mia punizione. Ha capito Pozzobon? Da una tua scelta… Così da quel giorno ho cominciato a mettere i panni sporchi nella cesta azzurra. E mia madre ha ripreso a lavarli… Quindi, tornando a noi, quello che voglio dire a lei, caro il mio giovane, è che ci sono dei doveri da rispettare verso i colleghi, e le famiglie, e lei adesso con queste sue rivelazioni…”. “Sì ho capito ho creato un problema di ceste azzurre…”, disse Massimo alzando il capo. “Per esempio i dormitori… Lei che farebbe al posto mio?”, soggiunse pallido il gesuita. Massimo era confuso, girava gli occhi da tutte le parti, tormentandosi il ciuffo dei capelli: “Sì sì padre ma questo è chiaro…i dormitori…”, sussurrò fissando me e Albino, che eravamo i suoi compagni di stanza. Stavo seduto al tavolo accanto al suo, quando si dichiarò. E scrutavo i volti ghignanti e tesi dei miei compagni al cospetto del teorema della cesta azzurra. Lo sguardo di Massimo, in apparenza sicuro di sé, quasi tracotante, trasudava inquietudine e attesa, stava cominciando a sentirsi esposto, forse finanche a vergognarsi, di quel pubblico processo della ragion di stato. Eppure per certi versi anche i “colleghi”, come li chiamava Treves, sembravano a tratti ammirarlo, perfino quei ghigni da venirsi nei pantaloni a letto e le ironie dei più ebeti, parevano assottigliate dalla luminosa contemplazione del Nostro, e della sua figura di futuro e primo dittatore gay di Abendland, che resisteva ai doveri di protezione e alle ceste azzurre e ai dormitori. Erano così pavidi, pensai, e inutili. Avevo il presagio che anche dopo la scuola, nella vita attiva sarebbe andata così per la maggior parte di quei ragazzi. La subalternità assoluta, il gregariato mentale, e la paura dei vicoli non illuminati a giorno, o privi di telecamere. Solo che invece dei preti del Santa Lucia, sarebbero stati i datori di lavoro, i loro ‘capi’, a dettare il vocabolario dell’esistere e dello scomparire. Forse Massimo stesso sarebbe diventato un capo, ne aveva tutte le qualità già a scuola, uno di quelli che non capivano altri linguaggi, al di fuori di chi comanda e chi no. Ma poi ve -lo ripeto ancora- era davvero così importante il linguaggio? Davvero come diceva lo pseudo-Agostino, un bambino che impara a non chiamare col suo nome una cesta azzurra ma la chiama carcere, acquista per ciò solo il potere di sommuovere le cose di questa terra? Non era invece la dura materia degli interessi, e degli assetti esistenti, a dover essere scalfita, anche a costo di non dirla proprio e di tenersela per sé, la verità linguistica? E con che mezzi, mi domandavo, con che mezzi al di fuori delle parole, si potevano scalfire le ceste azzurre? A che valeva confondere la gente comune con argomenti logici, o rimanere nel campo delle pure idee, aspettando che i peripatetici di mezzo mondo le riducessero a mero spirito di autodistruzione, al problema stesso del Male, e dell’essere umano che vi si dissolve… L’avevamo studiato al corso di teologia. E sapevamo benissimo che solo con il sacrificio di chi non esiste per la maggioranza e per questo uccide, terrorizza, mette bombe nelle città, il Bene si può riaffermare su questa terra, sotto forma di ragione umana, e di legge divina compenetrate. Forse il nostro modo di porci di fronte ai preti, fin da allora, era viziato dalla percezione di una cattiveria più o meno certa. Come un sentirsi unici, irripetibili, un sentirsi migliori e prenderli pure per fessi, questo fatto di scendere al loro livello, e di calarsi una maschera addosso, e all’occorrenza, e solo per acquisire il consenso, per conservare la nostra specie di adolescenti in Abendland. Ma le maschere sono diverse dalle persone, e il linguaggio questo non ce lo insegna, anzi, ci impedisce proprio di distinguere, come diceva Treves a Mastai nel suo studiolo durante le loro eterne discussioni, fra il Deutsch e il Mensch. Una cosa come quella canzone dei Rocket from the Tombs. Con Massimo l’ascoltavamo sempre in camera, prima delle versioni di greco, ma vai a spiegarglielo a un prete, chi diavolo sono i Rocket from the Tombs, e che senso può avere tagliuzzarsi le mani e i polsi con una lametta, non ci avrebbero mai preso sul serio, forse per matti, c’era solo da perderci. “Non è divertente?” diceva la canzone, “Non è divertente quando sei sempre… quando sei sempre sul filo? Non è divertente quando i tuoi amici disprezzano ciò che sei diventato? Non è divertente quando ti viene così duro che non riesci nemmeno a venire? Non è divertente sapere che morirai giovane?”. Nessuno in quel refettorio nessuno nemmeno Massimo Pozzobon, si mise a cantargliela a voce alta, e per di più in inglese. Era meglio, molto meglio farsi capire da quel mucchio di gente inutile, e accettare di esistere.
“Padre io avrei finito, quello che dovevo dire l’ho detto, sui dormitori non so che altro aggiungere il direttore è lei…”, disse Massimo Pozzobon nel refettorio del collegio. L’atmosfera adesso era mutata ancora, c’era molto meno silenzio. Anche Mastai aveva ripreso a mangiare alla sua tavola accanto al direttore Treves; in sala si sentivano cucchiaiate e rutti, e la cosa pareva davvero terminata lì, come una delle tante boutade di un liceale scemo, cui applicare qualche misura di sicurezza minima, nell’interesse della comunità minacciata. “Ragazzi ascoltate tutti”, sibilò Treves dalla seggiola di legno, il suo volto era sempre più disteso, a tratti dolce. “Il vostro compagno vi ha raccontato con tutto il suo cuore alcuni fatti molto personali che lo riguardano… Voi che cosa ne pensate? Ci sono interventi, osservazioni, qualcuno vuole esprimere un parere in merito?”. Albino Martiri annuì per primo con un “Sì padre vorrei esprimere…”. Stava seduto un po’ più a destra, rispetto a dove stavo io, e con la coda degli occhi scrutava me, come per trarne forza, parlava chiaramente a nome di entrambi, in quanto “compagni di stanza del frocio”: “Sì padre io volevo dire che a Massimo gli vogliamo bene tutti, e che lui non ci ha mai provato con nessuno di noi due… Poi sull’opportunità di separarci non lo so…”, mugugnò lirico.
Quanto alle “confusioni del giovane Pozzobon”, avvisarono la famiglia per lettera, consigliando l’invio da un sessuologo. Per un certo periodo non gli fu permesso di dormire in stanza con altri ragazzi, punto e accapo. Ma alcune famiglie protestarono, non gli bastava ancora. Conoscevano Massimo Pozzobon e la sua tracotante sicurezza di sé, e soprattutto le voci su quelle esperienze che già aveva fatto alla sua età, con uomini adulti, si parlò anche di denunce penali: la situazione stava degenerando, alcuni genitori scrissero al papa, altri chiesero di trasferire Massimo dal collegio, Treves stesso vacillò, il teorema della cesta azzurra aveva cominciato a conformare la realtà, con la sua infallibile formuletta. Ci mobilitammo. Ci furono un paio di assemblee in aula magna, la maggioranza di noi era con Massimo. Il sabato successivo partì una rorida fiaccolata sotto allo studio di padre Treves, e scattarono diversi richiami e moniti collettivi. Passarono i giorni e siccome quelli non mollavano e il “problema del dormitorio rimaneva intatto…”, la risolvemmo con il living theatre. Fu un’idea di Albino, per stemperare gli animi diceva lui. L’identità sessuale di Massimo era diventata il centro di tutto, ormai non si parlava d’altro, i massimi sistemi inoltrati su un ragazzino che pensava a mangiare, a bere, a correre e andare al cinema, di suo, e si scopava i trentenni come tantissime ragazze alla scuola pubblica, già in minore età facevano. Così per evitare ulteriori strascichi e farla finita lì, con quel mare di ipocrisia assoluta, ci inventammo che Massimo si era redento, e che le due tendenze, quella sua e quella dello statuto associativo del Santa Lucia, erano tornate miracolosamente a coincidere, con buona pace delle famiglie in crisi. Come prova irrefutabile del miracolo, la mattina dopo attirammo padre Mastai giù in cortile, davanti alla grande facciata in marmo con l’effigie del cuore del re in un’urna e una piccola statua rognosa di Cartesio alla sua sinistra. “Ragazzi no, così non si fa scusate”, ripeteva Mastai sulle scale. Era piuttosto imbarazzato, e alzava gli occhi al cielo, la sua voce si era fatta roca, raschiava tutte le o: “Come ha detto anche padre Treves, qui non è questione di non rispettare le inclinazioni altrui, e scusate però!”, disse ancora il benedettino. “Padre, almeno guardi con i suoi occhi! La conversione di Pozzobon è irrefutabile!”, disse Albino con quella voce da telecronista sportivo. Eravamo scesi tutti in cortile, e padre Mastai guardò. Sdraiati nel prato, sotto a un albero di giuda in fiore, stavano avvinghiati Massimo Pozzobon e Jennifer Maffi in un caldo e focoso abbraccio. Il prete quando vide le loro lingue annodate in bocca rimase in silenzio e ci fissò, a me e a Albino: “Ah ecco… Ma che mi avete preso per scemo a me?”, disse con un sorriso ironico. In effetti come messa in scena non era proprio credibilissima, direi improbabile, e non solo per colpa di Massimo, che goffamente spalancava la bocca come in una paresi, gli occhi chiusi stretti fino alle rughe, e si sforzava di assecondare gli ostentati ancheggiamenti della Maffi… Scoppiò un ennesimo putiferio, volevano espellere anche Jennifer per atti osceni, che poi era pure un’esterna, veniva solo in classe, non è che dormisse con noi nei dormitori, ovviamente…
Erano passati due mesi dalla pubblica confessione nel refettorio, era maggio inoltrato, l’esame finale era alle porte e i preti ci tenevano ancora d’occhio; eravamo visti come la peste, sebbene il fatto che Massimo facesse gruppo con me e Albino li rassicurasse un minimo, “sulle direzioni e le misure della faccenda”, e sulla possibilità di una “moderazione del giovane Pozzobon, nel suo travaglio morale e spirituale”.
“Stanotte ho fatto un sogno assurdo… C’ero io no?”, disse Massimo un sabato. Eravamo all’uscita e si parlava di andare tutti al lago, lui camminava avanti, abbracciato con Albino. Mentre raccontava, scavando piano nei fianchi ossuti del mulatto, Albino sculettava come un idiota, e diceva in continuazione: “Il frocio, qua, ma che ti piaccio? Oh!”. Massimo alzò gli occhi al cielo, si dava un tono maschile all’epoca, come quel gruppo di nazi gay che si ascoltavano in camera, i Death in June, virili e lividi nell’attribuire al Mann e alla sua fisicità, l’autosufficienza sessuale a fini non riproduttivi. Pareva un hooligan dei vibratori: “E fammi finire il sogno no?” ripeteva al mulatto più fascista del pianeta, “Insomma ci sono io che me ne vado dallo stadio incazzato nero e questi dell’altra squadra mi vengono dietro per menarmi, capito come? Loro pensano che scappo, ma io mi giro, torno indietro e ci vado in mezzo. Sai quando ne prendi uno a caso e cominci a fare il gradasso per spaventare gli altri? “Dai! fammi vedere no! Picchia no!”, gli fai, e lo spintoni davanti a tutti. A un certo punto, nel sogno, ho tirato fuori una piuma… sì una piuma bianca, e quanto più quello diceva cazzate su di me -ti somigliava, Albino sai? Gli mettevo questa piuma sotto al naso. Eravamo a torso nudo, e ci abbracciavamo da dietro… Alla fine sono venuto sui loro striscioni!”. Albino annuiva costernato, davanti al pallido marmo carrara dell’ingresso del collegio gesuitico. In certe occasioni diventava serissimo, una statua di silenzi e dubbi, fino a esplodere di nuovo con le volgarità solite: “Sì sì capito Massimo ma scopaci no? Scopaci! Scopateli tutti gli hooligans!”, gli disse.
Me li ricordo rossi, gli occhi del Martiri, ma non solo di canne anfetamine e pasticche per i suoi rave di tre giorni in una capitale europea qualsiasi: era per via del sole, il sole che ci faceva sudare gli occhi, certe mattine bruciava, anche coi Sirio addosso, anche dopo che installarono gli schermi in tutto il Distretto. Quel sabato Albino sgusciò via dal sogno di Massimo e divincolandosi da quell’abbraccio che forse gli aveva provocato un principio di erezione, chiamò Jennifer al cellulare. La sua donna. Le parlava, e cercava di concentrarsi sulla reminiscenza delle cosce aperte dell’altro ieri, per rimuovere quella incontrollata reazione corporea di poco attimi prima. Con Jennifer stavano insieme da due mesi. “Sì sto col frocio, qua, e col filosofo delle cause perse, tu che fai? Vieni al lago? Hanno chiesto di te in classe… no no gli ho detto che avevi la febbre…”, ripeté convulso, scrutando Massimo Pozzobon, e quella canottierina bianca, da cui stillavano braccia magre e candide, assai simili a quelle di Jennifer; portavano pure gli stessi jeans, e i capelli corti, moro lei e bionda lui anzi il contrario. “Albi non saprei… mia cugina dice che è pericoloso per via delle radiazioni solari”, sibilò Jennifer con quella voce dura, e scattosa, imparata a memoria ai corsi di dizione online che frequentava nel tempo libero all’Accademia della Pubblicità. “Sì è vero hanno fatto i rilevamenti ieri ma non l’hai visto il tg? C’è pericolo di albazioni!”, dissi a Albino, che subito alzò gli occhi verso il sole. “Non mi pare per nulla…”, rispose scuotendo il capo da vero esperto “I raggi li vedi no come sono obliqui?”. Si era coperto gli occhi con il palmo della mano, e scrutava in cielo con fare divinatorio. “No ma secondo me abbiamo tempo di farci un tuffo e dormire là”, sentenziò alla fine della telefonata, convincendo Jennifer a portarsi la cugina al lago.
Così siamo entrati in macchina, guidava lui, ha sgommato alla partenza dando il via a un’assurda mazurka balcanica. Jennifer aspettava sotto casa, si era messa vestiti a maniche lunghe: da sotto le spalline del reggiseno a fiori emergevano le ossa del collo, sporgenti e livide. Alta com’era, aveva nerissimi occhiali da sole con lenti a triangolo, e portava i capelli corti con la riga a destra. Erano giorni che non usciva di casa nemmeno per scuola, terrorizzata dalle notizie televisive. Le trovammo già in strada. Con lei e la cugina Doris c’era un tipo che non avevo mai visto, tale Vladimiro Scozzafava. Era veneziano e si presentò in bermuda e sandali, con uno sguardo assonnato, del tutto fuori fuoco rispetto a quel branco di futuri pubblicitari che frequentava Jennifer: pareva assente, annuiva ai loro discorsi dando l’impressione di pensare ad altro. Albino e Massimo da buoni cotennesi di provincia lo guardarono malissimo da subito perché era veneziano, e attesero che fosse l’intruso a salutare per primo, circondati dalle pulzelle in calore. Arrivammo al lago verso le quattro del pomeriggio stipati in sei nell’auto. L’idea era di accamparci in spiaggia con un’unica tenda, e tornare per l’indomani, al massimo l’ora di pranzo.
La prima cosa che vidi fu la palla di fuoco in cielo. Ormai ci stavamo sotto, non c’era modo di uscirne. Il lago Buco di culo, come chiamava Massimo il Samael, alludendo alla forma concava del bacino, terminava su una diga di calcestruzzo scavata a mano dagli antenati. Tutto era avvolto da una luce fortissima, quasi accecante. Molti di noi, che non avevano occhiali come Jennifer, sostavano sulla sabbia immobili, le teste basse, quasi incantate, e le mani a visiera contro il riverbero sul bagnasciuga. Pareva in effetti l’inizio di un’albazione. Albino scosse la testa, e prese a montare la tenda come se niente fosse. Il manto dell’acqua, liscia e ferma come uno specchio, si era fatto rosso, illuminato a giorno: eppure erano le sette di sera. Dopo un po’ alzai gli occhi verso l’orizzonte e con molta fatica, lacrimando, vidi di nuovo questa palla di fuoco enorme, dietro le nuvole a occidente. Scendeva giù pianissimo, come in un replay, e spariva dentro a una specie di velo biancastro, contornato da miriadi di raggi in circolo. “Venite dentro no? Che c’è più ombra…”, disse Albino, la tenda era pronta, a pochi metri dalla riva, e lui si era spogliato nudo, esibendo il prepuzio. Jennifer pareva scocciata. “Se volete entrare a ripararvi da questo terribile fenomeno climatico che ci renderà tutti ciechi all’istante… E anche un po’ froci!”, ironizzò il mulatto saltellando sulla sabbia. Poi si tuffò nel lago, urlando le sue cazzate. Eravamo rimasti tutti in piedi, a braccia incrociate, plastici e umbratili, come per adeguare i nostri corpi all’immagine luminosa, e sospinti da essa al mutismo, alla contemplazione assoluta e fragile, mentre quello nuotava, e sghignazzava nel lago rosso: “Rizzo! E’ calda Rizzo oddio! Sono cieco oddio!”. “Sei davvero un coglione!”, strillò Jennifer dal bagnasciuga. Massimo stava accanto a lei, e scrutava l’orologio al polso, come per conferirsi un’aria fredda e scientifica, di fronte a quel sole che si rifiutava di tramontare. “Dai, tranquilli, non è un’albazione, magari ritarda un po’ ma scende, secondo me scende…”, disse con voce sicura, verso i piccoli monti da cartolina, che contornavano il Buco di culo. Passò del tempo, ma il sole restava fermo a occidente, come un dio immobile.
“No non viene giù… è evidente che è un’albazione…”, sibilò Massimo Pozzobon, oramai sconfitto dall’immagine di quella perfetta stasi, e dal fatto che ci stavamo dentro. Anche lui si era imbolsito, adesso, i piedi tesi e larghi sulla sabbia calda. Certe volte, guardando i miei compagni, mi pareva che il rosa della loro pelle si sciogliesse. “…E soprattutto è una fonte acclarata di radiazioni cancerogene, e di fenomeni allucinatori!”, aggiunse Jennifer. Era preoccupatissima, si era subito rimessa i vestiti a maniche lunghe e voleva tornare a casa e chiudersi al buio e non uscire più: “Voglio il mio bunker! Albino, hai capito? Voglio tornare indietro!”, ripeteva isterica verso il puntino nero che nuotava indifferente e tronfio all’orizzonte -le spalle illuminate dai raggi e le grida lontane, incomprensibili, frammiste a risate interminabili.
A quel punto Massimo propose di entrare in tenda per un po’, il fenomeno non fosse finito. “Ma non finisce lo vuoi capire o no! Le albazioni durano giorni…”, disse Doris Becchini, la cugina di Jennifer. “E di bere il Porto?”, proposi gelido. Ne avevamo comprata una cassa intera al bistrò, prima di scendere al lago. Così entrammo in tenda, in attesa di una notte che non sarebbe arrivata mai. Nessuno riuscì a dormire, bevevano tutti al sole. Massimo di tanto in tanto si affacciava fuori, per vedere se il sole era sceso. In tenda il caldo si fece insopportabile. I raggi penetravano attraverso il telo e l’alcol ribolliva nelle vene. “Basta io esco è una sauna…”, sospirò Massimo. Jennifer lo seguì, con la fronte rorida e i lunghi vestiti ancora addosso. Poi fu il mio turno, e con me uscì anche Vladimiro. L’intruso respirava con la bocca aperta, ma aveva avuto la lucidità di portarsi dietro le ultime due bottiglie di Porto. “Si, sono fenomeni abbastanza nuovi, abbastanza rischiosi ma forse stando fuori…”, balbettava con le sue interminabili erre mosce. Albino non tornava ancora dal suo show sul lago -aveva deciso di dormire a secca, si era bevuto mezzo lago dalla sete, e sguazzava in quell’acqua bollente e rossa, la schiuma gli copriva i piedi e le gambe, stava a mollo, allungato come un cadavere, a fissare la dannata albazione. Dopo mezz’ora di quello strazio Doris ci salutò. Aveva deciso di tornarsene a Cotenna a piedi; aveva uno sguardo terrorizzato, se la caricò un camion e nessuno ne seppe più nulla. Noi invece cercammo un riparo in spiaggia. Erano quasi le due del mattino, Jennifer tese il palmo della mano e corrugò la fronte, proponendo di ficcarci sotto l’unica coltre di pini, che boccheggiavano accanto alla diga, a pochi metri dall’acqua. Pareva ci fosse ombra, là sotto. Continuavamo a bere il porto. Quando le bottiglie finirono Massimo propose un bagno. “Sì che palle soffoco!”, sibilò Jennifer. Ne aveva bevuta quasi una intera, tutta da sola. Guardavamo il suo corpo magro, mentre i vestiti calavano giù lungo le gambe. Jennifer si sfilò maglie, occhiali, mutande reggiseno, si chinò a terra, nuda, prese Massimo al collo e gli ficcò la lingua in bocca. “Com’era? Meglio che alle feste dei diciotto anni no? Meglio di tutti quei lenti dove volevate ballare a turno per sentirmi le tette…”, disse con un sorriso assurdo. Per un attimo mi fissò, come uno degli innumerevoli cazzi dritti della nostra classe. Ero rimasto sulla sabbia, steso a guardarla. “Maffi dai…”, provai a dirle, ma la Maffi aveva già preso il cazzo di Massimo in mano e si era messa a correre verso il lago, trainandoselo dietro per il prepuzio: “Non è divertente… quando ti diventa così duro che non puoi venire…”, sghignazzò come una vestale. Poi, non paga, barcollò indietro verso la sabbia, lasciando Massimo in mezzo all’acqua. Adesso aveva dirottato sull’intruso: “Albi!” Urlò verso un punto lontano e insonorizzato del lago “Albi glielo faccio vedere a questo qua come sono fatta dentro? E tu? Lo vuoi vedere o no?”, sibilò verso il pallido Vladimiro in bermuda. Gli afferrò la testa e la spinse forte contro i suoi seni, urlando, e di nuovo corse verso il lago e si tuffò nel rosso, portandosi dietro anche lui. “Aspetta… aspetta no mi si è drizzato guarda!”, sghignazzò Massimo. E si tolse il costume e le mise tutte e due le mani sotto al culo nelle incavature, cominciò a baciarla, caddero giù nell’acqua. Anche Vladimiro fece lo stesso, con quei rotoli di ciccia intorno ai fianchi, e una mano a coprirsi il minuscolo e intirizzito pube, mentre correva verso la perdita definitiva della sua verginità. “Michele dai, vieni facci vedere il tuo!”, strillò Jennifer da dentro al lago. Si sentivano grandi risate, all’inizio, i corpi presero a spingersi, a sformarsi a fondersi: ormai c’eravamo tutti in quella specie di fermo immagine, mancava solo Albino Martiri. Mi ricordo la faccia che fece quando riemerse e arrivò da noi, il sorriso scemo e poi subito lo sguardo livido, offeso, aggressivo. Stavamo a riva, bagnati fradici, accanto al corpo di Jennifer Maffi, a quei seni tondi e illuminati dal sole, al pube sporco di sabbia. Albino non la guardava, scrutava la colata di sperma sulla pancia di Massimo Pozzobon, con un volto di schifo. “Cazzo, vi siete divertiti…altro che hoolingans qua”, provò a dire con un molle sorriso morto. Voleva tenere il punto, essere all’altezza delle scempio, forse avrebbe voluto partecipare anche lui, farla godere più di tutti ed era incazzato solo per questo: la voce tremava tutta, le parole gli uscivano contrite, quasi piangenti, nella difesa della sua reputazione davanti a noi. Si piegò verso Jennifer e la scosse forte: “Oh! Dormi, stai bene? Ma che stronzate sono!”. E poi verso di me. “Rizzo rimetti il costume! Lavati lo scroto almeno, puzzi come un negro!”. Se l’era fatta perfino quel Vladimiro, prima di me e Massimo, come se fossimo una parte del suo corpo, come se fossimo una ferita da rompere, e da succhiare, affinché non si rimarginasse mai e si purificasse, secondo le antiche regole. Massimo provò a spiegarsi, arrivò un momento che tutti furono lucidi, e l’alcol se ne andò via dai corpi, niente più alibi, niente più scuse, era rimasto solo il sole, là sopra, a illuminare i fatti. “Senti Martiri eravamo ubriachi…”, disse Massimo. “Tutti. E mi dispiace, ci dispiace tanto. Figurati un po’ se io… Ma mi hai visto no? Mi hai visto, a me?”. “Sì è vero, ubriachi…”, sibilò l’intruso. Vladimiro stava seduto nella posizione del loto, fra la testa di Jennifer e le bottiglie vuote, con la faccia tipica di chi ha appena ricevuto il migliore pompino della sua vita. “Ubriachi…”, ripeté. Quel suo modo di sospirare, tutto di bocca, come se gli mancasse il fiato per lo sforzo, rasentava un dolente realismo, un principio di confidenza e complicità verso Albino Martiri, e la suo enorme e inutile cazzo africano. Era troppo. Forse nemmeno noi potevamo, in quelle circostanze là, prenderci simili confidenze… Figuriamoci un intruso. “Ma tu chi, sei chi ti conosce a te? Eh? Veneziano di merda!”, strillò Albino. Gli fu addosso in un attimo, lo tirò su di peso, e lo centrò in pieno con una testata. “Eh? Ripetilo! Eh?”, strillò ancora. Vladimiro crollò a terra, colava sangue dal naso a fiotti. Massimo provò a staccarli e si prese un brutto spintone: “Martiri l’abbiamo fatto tutti, dai smettila, oppure mena anche noi no? Menaci tutti, no? Basta per dio!”, implorò verso l’esacerbato, ma quello era finito in un incanto di pose facciali assurde e calci “Eh? Eh!?”, ripeteva a labbra serrate, come per darsi il ritmo, e picchiare, picchiare ancora l’intruso con tutti quei calci in bocca. Vladimiro giaceva immobile sotto di lui, come un’ombra. Rimasi fermo, non feci nulla, me ne restai in disparte fino a che Albino non la smise da solo. Quanto più si accaniva su quel poveraccio, tanto più risparmiava noi, pensavo, e il sonno di Jennifer. Tornammo a Cotenna verso le sei, con la sua auto. Muti e fradici per tutto il tragitto. Albino scaricò il volto tumefatto di Michele davanti al Fate bene fratelli. “Che cazzo ti guardi? Eh! Zitto devi stare zitto! Domani vengo sotto casa tua!”, gli strillò dall’auto, gettandogli dietro mutande, bermuda e sandali. Poi fu il turno di Jennifer, la lasciò sotto casa sua, dopo averla obbligata a rivestirsi, sgommò via senza aspettare che entrasse, come al suo solito. Il sole continuava a stare fermo in quell’eterno tramonto, era sempre stato lì, per tutta la notte appena trascorsa.
Dal giorno dopo riprese a parlarci come se niente fosse. Stesse battute, stesse cazzate, stesso modo di decidere lui per tutti. Usciva con Jennifer il sabato, la portava al lago, da solo, sotto a quei pini, poi si faceva spingere da lei in acqua, le saliva sopra, le bloccava i polsi e se la scopava a sangue. Alla fine l’aveva convinta di aver subito uno stupro da quel Vladimiro. A scuola ripetevano a tutti che un amico della cugina l’aveva stuprata in spiaggia. La Cazzata Ultima. E il bello è che ci credevano sul serio, avevano fede, erano del tutto persuasi che fosse quella, la verità e non l’altra, e non noi. “O forse per come l’hai vista tu, che non conti un cazzo, e che non esisti, non hai attestati, lauree, nulla, che certifichino la competenza!”, mi ripeteva in stanza. Partì per Londra subito dopo gli esami, non disse nulla nemmeno a Jennifer, partì e basta. Per un po’ non l’ho sentito più, fino a che non è nata mia figlia Anita. Martiri mi scrisse da Londra, una breve mail, col suo rozzo e barocco stile tutto maiuscole. “Bravo Rizzo complimenti davvero bravo… adesso che hai una figlia che cosa pensi di fare della Tua vita? Lavorerai?”. Solo questo gli scrisse, assieme “ai migliori auguri a Te, e alla Tua legittima consorte”.

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