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Get Out! (from Obama age)

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1.

“Se solo si fosse potuto, avrei votato Obama per la terza volta” salmodiano con grottesca insistenza i membri della perfetta famiglia bianca progressista di Get Out! di fronte al fidanzato nero della figlia. Ma non è andata così – suggerisce il prosieguo della sceneggiatura – per cui il favoloso pool genetico degli afroamericani è di nuovo sul mercato, a disposizione dei bianchi facoltosi che dispongono delle tecniche necessarie ad appropriarsene.

2.

Il racconto dell’orrore ha la funzione di portare a galla le paure sepolte nel subconscio della società. Forse per questo il genere cinematografico, negli Stati Uniti, ha una storia prevalentemente bianca. Le paure degli afroamericani nel secolo di Hollywood sono state drammaticamente concrete e imminenti, e quindi affrontate soprattutto attraverso i congegni catartici del cinema politico, del melodramma e della commedia.

È interessante a proposito che le premesse di Get Out, vero e proprio boom di pubblico e critica negli Stati Uniti in uscita in questi giorni nelle sale italiane, siano all’osso le stesse di un film-manifesto della Hollywood post-kennediana come Indovina chi viene a cena?: una ragazza bianca invita il fidanzato di colore a conoscere i genitori, ma l’incontro non va come previsto e mette in crisi le apparenze pacificate e progressiste a cui tutti sembravano volersi attenere. Lo spostamento di genere che dopo cinquant’anni vede questo spunto sviluppato in termini di orrore invece che di commedia ci suggerisce che le paure non sono cambiate molto, ma sono scivolate verso una dimensione più oscura, notturna, indicibile.

C’è per fortuna un’altra differenza, più incoraggiante, rispetto al capolavoro di Stanley Kramer: allora a farsi artisticamente carico del tema era un ben intenzionato gruppo di autori bianchi, da Kramer stesso allo sceneggiatore William Rose, mentre dietro Get Out c’è un gruppo di lavoro quasi esclusivamente afroamericano. Il regista/sceneggiatore è il newyorkese classe ’79 Jordan Peele, esordiente assoluto nel genere dopo una carriera come comico e imitatore televisivo. Il protagonista è Daniel Kaluuya, già visto in Skins, Black Mirror e Sicario. La critica americana ha ascritto l’inatteso successo del film (costato solo 5 milioni di dollari e prodotto da quei Mida dell’horror low budget della Blumhouse) alla recente fioritura di narrazioni afroamericane fortemente connotate che riescono ad imporsi ad un pubblico giovane etnicamente trasversale, accostandolo generosamente a prodotti più sofisticati come la serie di Donald Glover Atlanta.

Get Out non è un film perfetto, e forse non sviluppa fino in fondo gli spunti che propone, ma ha tutto il diritto ad un suo posticino nell’annuario di questa stagione cinematografica 2016/2017 so black, arrivata a sanare i peccati della Hollywood dell’annata precedente, quella delle polemiche degli #OscarsSoWhite.

3.

Chris è un fotografo con un rapporto ambivalente e tipicamente millennial con la questione razziale: è abbastanza integrato da fidanzarsi con una ragazza che è una specie di diafano archetipo di bellezza wasp (incarnato splendidamente da Allison Williams)  e farsi introdurre ad un ambiente completamente bianco, ma conserva un riflesso di diffidenza che lo porta a cercare di stabilire un’intesa con ciascuno dei pochi neri presenti, perché “divento nervoso quando ho troppi bianchi intorno”. I primi segni inquietanti in questo falso horror (violenza vera e propria ce n’è pochissima, e confinata alle ultime scene) sono riconducibili proprio alla mancata risposta ai codici di riconoscimento razziale inviati da Chris. Lontanissimo dall’attualità delle rivolte di Ferguson e di Milwaukee, in una villa nel bosco che ricorda semmai il verde onirico e la pace ingannevole di Twin Peaks, gli afroamericani partecipano alla cultura e alla gerarchia sociale dei bianchi liberal con un’adesione talmente plastica da diventare mimetica (avete capito le allusioni? A qualche critico il messaggio di Get Out è sembrato grossolano, ma va detto che nella storia dell’horror le metafore politiche non sono quasi mai troppo sottili). Il razzismo di cui parla Get Out non è quello della violenza fisica ma quello dell’assimilazione e dell’appropriazione culturale da parte dei bianchi.

Uno delle intuizioni più riuscite è l’evoluzione del personaggio di Rose, fidanzata di Chris, che inizialmente rappresenta una specie di guida empatica per lo spettatore bianco al mondo del film. E’ bella, ricca, appassionata, difende Chris dalla microaggressione di un sospettoso agente di polizia e ha un ottimo rapporto anche con il miglior amico del fidanzato, Rod, che sembra uscito da una sit-com tra il sofisticato e il demenziale sugli stereotipi a proposito dei neri.

Solo che scena dopo scena le continue rassicurazioni di Rose a Chris, i suoi tentativi di normalizzare le stranezze che si verificano nella casa dei genitori, iniziano a risultare disturbanti e quasi minacciose. Qui c’è un passaggio interessante, perché Rose si rivela una specie di incarnazione di quell’ideologia post-razziale che negando il conflitto, pur con lodevoli intenzioni, finisce per spingere gli afroamericani ad abbassare le difese e li rende alla fine più vulnerabili. In altre parole, la relazione tra Chris e Rose è la sintesi di quell’American Dilemma ancora irrisolto a tre quarti di secolo dalla pubblicazione del seminale saggio di Myrdal.

4.

Dicevamo, Jordan Peele è un esordiente al genere horror decisamente eteroclito. L’idea di un comico che nel 2017 smette di fare l’imitazione di Obama per girare un film dell’orrore si presta a letture suggestive, ma dal punto di vista artistico potrebbe non suonare così promettente, soprattutto tenendo conto che il film non è una parodia ma ha il passo e il tono di un thriller vero e proprio. Peele rivela però una grande abilità nel mettere al servizio del nuovo genere una serie di contrasti che probabilmente ha imparato a padroneggiare nella carriera precedente. L’uso ironico delle contrapposizioni tra bianco e nero, buio e luce, insieme all’uso deliziosamente sottile di numerosi stereotipi razziali, innerva la sceneggiatura di Get Out di un’energia che pur senza indurre mai alla risata vera e propria conferisce al film piglio e originalità.

Come una fiaba classica, Get Out utilizza una storia semplice e piena di simboli per mandare un messaggio di sopravvivenza: i mostri esistono, e bisogna essere pronti a combatterli. E’ un film divertente, garbato, disturbante più che spaventoso, mortalmente pessimista e militante con disincanto. Controcorrente rispetto alla crescente ondata di nostalgia per l’era Obama, il film parla – dall’interno naturalmente – dei limiti di quella stagione e delle mistificazioni che rischiano di derivarne. L’America post-razziale – è la tesi del film in sintesi – non è soltanto un’illusione di quei liberal ingenui e fuori dal mondo che l’alt–right americana ama chiamare snowflakes, ma una bugia sistematicamente promossa dalle classi dominanti per mantenere l’ordine simbolico e sociale esistente. Non è un messaggio da poco per un piccolo film dell’orrore, e ci fa chiudere volentieri un occhio su qualche ingenuità di scrittura.

Stefano Piri è nato a Genova nel 1984, ha studiato a Torino, da qualche anno vive a Bruxelles dove lavora per i sindacati europei.
Collabora con diverse riviste online tra cui “Pandora” e “L’Ultimo Uomo”.
Commenti
2 Commenti a “Get Out! (from Obama age)”
  1. Vlad scrive:

    Ma a forza di sbertucciare il presunto “razzismo sotterraneo” dei bianchi progressisti non rischiamo di favorire involontariamente il razzismo conclamato della destra populista?

  2. Vlad scrive:

    negare il conflitto a tutti i costi può essere criticabile ma enfatizzarlo rischia di essere peggio, suggerire che i veri nemici sono i borghesi progressisti (in quanto il loro razzismo è più subdolo) non mi pare una grande idea

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