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Ho già vinto il mio premio Strega

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Photo by Lalaine Macababbad on Unsplash

Intervista di Fabio Stassi a Remo Rapino, autore di Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, in dozzina finale al Premio Strega.

Remo Rapino, a questo libro, “Vita morte e miracoli…” ora candidato insieme ad altri undici romanzi al Premio Strega, lei ha continuato a lavorarci in condizioni particolari. In un reparto di terapia intensiva.

Può raccontarci questa esperienza, che alla luce di quanto sta accadendo oggi, è un bel messaggio di speranza per tutti?

Il 2017, per me, è stato l’anno amaro del kliché. Tra le popolazioni che vivono intorno al lago d’Aral, sul confine tra Uzbekistan e Kazakhstan, la parola kliché indica il filo sottile, quasi invisibile, della memoria, una fibra immaginaria che disegna l’articolato e sfuggente perimetro di tutti i nostri ricordi, quali che siano. Dal 3 di febbraio a 23 di dicembre, ricoverato nel reparto di Ematologia-Oncologia del Seragnoli di Bologna per una leucemia mieloide acuta e per trapianto allogenico, ho ricordato molto e molte cose.

La stanza era la numero 30, sui vetri una scritta crudele, senza appello: La finestra non si apre. Oltre i vetri un cielo d’azzurro pallido che non aveva niente da dirmi, ci guardavamo, e neanch’io avevo niente da dirgli. Così si snodava la scenografia del giorno, ogni giorno fino alla prima calata di scuro. Si arrendeva lo sguardo per non guardare: e infine gli infiniti silenzi, i silenzi per non dirlo il dolore.

Feci una scoperta, allora: l’importanza del soffitto in una stanza chiusa al mondo. Sul mio vi era un mosaico di piastrelle che raffigurava una coppia di delfini su sfondo azzurro, un mare di ceramica. Lo guardavo di continuo, specie di notte. Ma non ero completamente solo. Come un tarlo mi veniva in mente Liborio, che prese le sembianze di un amico come accade ai bambini che ne inventano uno, a cui danno un nome, per rompere il cerchio della solitudine e aprirlo alla fantasia.

La storia di Bonfiglio Liborio era già abbastanza strutturata, ma, intanto, costruivo con la mente altre situazioni, personaggi, eventi storici, da raccontare con un gergo parlato, ricco di dialettismi, che meglio configuravano il personaggio Liborio, che scrive il suo diario così come parla. Liborio raccontando se stesso racconta la storia di un secolo dal punto di vista di una cocciamatte. Così, in qualche modo, aprivo la finestra alla vita di fuori.

Un esercizio molto terapeutico: prendevo appunti, rileggevo, vivendo pure i miei giorni tra vita, morte e miracoli. Nel frattempo ho prodotto una piccola raccolta di poesie (Delle cose ultime), poi le leggevo ad alta voce mentre nella stanza avvertivo lo struscìo dei passi di Liborio. Oggi ripenso quei momenti in relazione al momento che stiamo vivendo, ognuno chiuso tra le pareti di casa, che sembrano allargarsi come nella cena sognata da Liborio alla fine del libro. Rileggo quelle pagine e ne sorrido: a pag. 245: Alla fine sul tavolo ci stava solo una bottiglia vuota di liquore Strega… Ecco perché il mio Strega mi sembra d’averlo già vinto, a parte l’inattesa piccola felicità di essere, con Liborio, tra i dodici. Davvero come un messaggio trovato in bottiglia portato da un mare di speranza. Per tutti gli uomini. E allora, ripensando quei giorni e guardando all’oggi, Andrà tutto bene, mi viene da dire.

Cosa si prova, o si pensa, in una specie di camera iperbarica?

Mi viene in mente, improvviso, quel bellissimo Congedo del viaggiatore cerimonioso di Giorgio Caproni: Amici, credo che sia/meglio per me cominciare /a tirar giù la valigia. /Anche se non so bene l’ora… /Scendo. Buon proseguimento. In effetti si ha molto tempo per pensare, e questo è bene e male insieme. Si sente la mancanza, l’assenza di luce. Al professore che mi spiegava la complessità della mia diagnosi ricordo di aver detto solo che avrei voluto veder crescere il mio nipotino di pochi anni, che veniva a salutarmi dal giardino, mentre io dietro i vetri non riuscivo a non piangere, ma senza vergognarmene. Niente di più.

Si pensa alla bellezza delle cose semplici, alla vanità dei falsi ornamenti del vivere, si apprezzano finalmente valori dimenticati, sottovalutati, si cerca di recuperare quell’innocenza che ciascuno racchiude dentro di sé. In una parola si ragiona un po’ come Liborio. E così è stato, anche di questo sono felice, anche questo è un frammento di Strega. Ameno per me così è stato.

Com’è cambiato il suo rapporto con la paura?

La paura ha tante forme. Ognuno si porta dentro le sue. Vale anche per me. Ho sempre paura delle cose che non capisco: la morte ad esempio. Penso, però, che in fondo anche la paura è un sentimento umano, naturale. Ci vuole lo stesso coraggio ad averne e non averne.

Dall’esperienza ospedaliera ho imparato una lezione essenziale: si tratta di rompere il perimetro dell’io ed estenderlo al noi, alla compassione, in senso etimologico, intorno alle cose del mondo. Non riuscire a coniugare l’io e l’altro: di qui nasce ogni paura. La consapevolezza di essere impotenti di fronte ad eventi inevitabili da un lato, dall’altro quella dell’importanza terapeutica delle parole. La paura del non esser-ci è un buon viatico per andare oltre la paura, le paure. La paura è inevitabile, ma con qualcuno a fianco s’affronta meglio il movimento del niente verso il nessun luogo… Mò che se n’è andata intanto io faccio un bel sospiro di calmamento, chiudo gli occhi per ricordare le cose che mi devo ricordare e mi rimetto a scrivere ma piano, che se vado piano cosi, la vita mi dura un poco di più e questo pure buono è. Ancora Liborio, e non a caso. E, in ogni caso, con la paura non si può barare.

E’ anche per questo che si è affezionato così tanto al suo personaggio, Bonfiglio Liborio?

Anche per questo. Occorre avvertire la sensazione di un vuoto ma anche la volontà di colmarlo. La proiezione fuori di sé attraverso un immaginario letterario, come Liborio è, aiuta, e non poco, a cambiare il criterio di osservazione dell’esistente, a riscoprire la lentezza, la bellezza delle cose incompiute e, quindi, da compiere come se il tempo non avesse mai fine. E poi, come dice la canzone, sarà quel che sarà. Alla Liborio: Ma scine, vediamo che cazzo succede.

La letteratura racconta sempre storie di sopravvivenza: mostra le difficoltà della vita, le sue disavventure, i momenti di crisi. Ma solo per l’atto stesso di raccontare celebra il loro superamento. Al di là di ogni contenuto pessimista, non crede che raccontare una storia sia sempre un gesto di grande speranza per il futuro, e semmai di protesta per il presente e per le tante ingiustizie della società in cui viviamo?

La letteratura aiuta a vivere e a sopravvivere, è un’avventura, non solo nostra, tra viaggi e naufragi, un chinarsi per aiutare l’altro ad alzarsi. A dirla tutta occorre il coraggio di ammettere le nostre fragilità, sapere che la scrittura, ogni genere di scrittura, ci restituisce sempre quanto la vita ci toglie. Così la poesia è una ruota di scorta nel viaggio del vivere, un ponte tra noi e gli altri. Certo, speranza, rabbia e protesta (faciti ndignatio versum, Giovenale), a volte risposta violenta contro la violenza del mondo e della storia, un modo di dar voce a quelli senza voce.

Tutte queste cose, ed altre ancora, portano ad una sola conclusione ovvero che scrivere è sempre un atto politico, nel senso largo e nobile del termine, come riferimento alla Polis degli uomini. In questa farsi domande, pure le più strambe, alla Liborio o, perché no, alla Holden (Dove vanno le anatre quando il lago gela?). Domande di chi vede nel mondo quello che altri non vedono, di chi cerca l’invisibile. Dalle eventuali risposte può nascere la giusta parola che dice, racconta e celebra le nostre nozze col mondo. Riprendendo una provocazione di Fortini, la parola scritta è politica anche se parla di una rosa, se la si usa non per consegnarla ad una ragazza (certo, anche questo) ma per essere deposta sulla tomba di un guerriero caduto: “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi” (F. Fortini, Traducendo Brecht).

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
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