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Le camminate di Puccini e i proiettori di Bergman

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di Biancamaria Sacchetti

Vi è chi eredita una tenuta, un frutteto, un nome o magari un bel mucchio di debiti. Vi è poi chi eredita un mestiere, prendendo parte ad una vera e propria staffetta generazionale, in cui il testimone da passare è un determinato lavoro che, pur subendo delle piccole variazioni, rimarrà negli anni o addirittura nei secoli sempre il medesimo.

Nascere in una di queste famiglie votate alla “conservazione del mestiere a tutti i costi” potrà essere una fortunata circostanza che assicurerà, delle volte, fermezza economica e serene abitudini di vita. Una simile gabbia aurea rischierà, però, di annichilire, in taluni casi,  le potenzialità di scelta, ossia di limitare il libero arbitrio, da quello applicabile agli usi più marginali e quotidiani fino alle decisioni capitali dell’esistenza.

Delle volte, tuttavia, allineamenti astrali positivi fanno sì che tale “familiar catena”, ossia la tradizione lavorativa di un intero albero genealogico, si abbini per qualcuno a una vocazione naturale e genuina (per così dire “a prescindere”) verso quel tipo di occupazione.

Ecco ciò che avvenne a Giacomo Puccini, operista grandioso della seconda metà dell’Ottocento, nato e cresciuto a Lucca.

Egli discendeva da un’antica famiglia di musicisti, da generazioni maestri di cappella del duomo di Lucca, e quindi nascere in questa città nel XIX secolo e rispondere al nome di Puccini voleva dire avere la musica sacra nel sangue, essere musicista e onorare il nome antenato.

Puccini pare fosse un fanciullo birbante, capace di arrangiarsi con vari espedienti per ovviare alle ristrettezze economiche della famiglia, conseguenti alla morte del padre, Michele, figura di spicco nella composizione musicale.

La vivacità del carattere di Giacomo si tradusse in dicerie e leggende, che lo ritraggono ora ladro delle canne d’organo del Duomo, ora aizzatore di baruffe cittadine, ora coinvolto in sassaiole fra contadini.  Nel diario sulla giovinezza pucciniana, però, una pagina che fra tante colpisce con maggiore forza è quella del suo battesimo artistico.

Egli ebbe un personalissimo attimo iniziatico, il preciso istante in cui il destino si definisce nelle sue fattezze e il futuro si congiunge con il passato in una linea trasversale che solca  tempo e spazio: da un luogo, da un evento, da una circostanza fatta di variabili, qualcosa prende il via, si inaugura così il sacro fuoco.

Tanto si è disquisito circa tale episodio della vita del musicista lucchese e, ancora, vi è confusione a riguardo. La storia racconta di un lungo viaggio a piedi che Giacomo, ragazzo, affrontò in compagnia di due amici (Zizzania e Carignani, che si occuperà in seguito di varie riduzioni per canto e piano di opere pucciniane) con destinazione Pisa.

Trenta chilometri circa separano Lucca da Pisa. Trenta lunghi chilometri a piedi nell’anno 1876 per raggiungere il Regio Teatro Nuovo di Pisa (oggi Teatro Verdi), dove si sarebbe tenuta Aida.

Stando a quel che riferisce uno dei suoi primi biografi, Armando Fraccaroli, a cui forse lui stesso riferì l’accaduto, il giovane Giacomo avrebbe assistito a una delle recite di Aida e avrebbe, appunto, affrontato a piedi il faticosissimo cammino fin lì. Fedeli alla nostra fonte, da tale performance verdiana il giovanissimo sarebbe rimasto folgorato e tanto significativo fu questo inizio artistico che da lì Puccini intuì il suo destino.

Più smentite potrebbero far scolorire il nostro quadro un po’ fiabesco e romantico.

Ovvio che la letteratura biografica della fine dell’Ottocento aveva occhi velati e forse poco obiettivi quando si aveva a che fare con simili episodi, che andavano per lo più trasformati in “avventure”, ai fini di un processo di mitizzazione di un certo personaggio. Ovvio, quindi, che gli storici musicali del tempo o appena successivi non potevano non attribuire a un tale passaggio della vita di Puccini un valore predominante. Immagino una percezione del fatto caratterizzata dal seguente registro: per la conquista della vis verdiana il fanciullo, oriundo della città toscana dalla imponente cinta muraria, affrontò l’impervio viaggio a piedi, acceso dal sacro fuoco e ormai per sempre schiavo della dispotica urgenza dell’Arte.

Una tale didascalia avrebbe trovato coerenza in altri aneddoti del settore: il famoso tragitto a piedi di Bach fino a Lubecca, ben 400 km, per ascoltare il celebre organista e compositore Buxtehude o anche a quello di Wagner per l’Eroica di Beethoven.

Si cammina per assecondare una pulsione, si cammina per una fame e tale sacrificio è poi ripagato dal sigillo dell’inizio-carriera, ossia dall’inaugurazione di una grande vita (come nel caso del nostro Giacomo in ambito operistico) oppure dalla riprova di una scelta azzeccata che necessita di nutrimento, non solo per mezzo di studio ed esercizio ma anche grazie a dei gesti eclatanti e simbolici, spesso i soli in grado di eternare e consacrare il proprio mezzo espressivo.

La lunga passeggiata di Puccini è come se rendesse realtà un’espressione figurata, è l’iperbole che diviene fatto, storiella, giornata, pomeriggio.

Giacomo Puccini, seduto in un vicolo di Lucca e affiancato da alcuni coetanei, rompe il ghiaccio e si fa conoscere nella sua identità più vera e prepotente. Sarà intervenuto in un discorso avviato con una frase del tipo: “Eh, io a vedere la prima di Aida ci andrei anche a piedi!”.

Un’esclamazione di certo efficace e contagiosa, tanto da trascinare al suo seguito i presenti, in una camminata spossante ed epifanica.

Ma fu davvero il primo contatto di Puccini con il mondo operistico? Ai tempi egli frequentava l’Istituto musicale Giovanni Pacini e saranno state piuttosto frequenti le gite organizzate dalla scuola aventi come destinazione i vari teatri lucchesi e limitrofi. Probabile, quindi, che una conoscenza diretta con l’opera vi fosse già stata nella memoria del ragazzo e che a Pisa, quella sera marzolina dell’anno 1876, egli avesse assistito soltanto alla sua prima rappresentazione della trionfale Aida, titolo che infatti arriverà a Lucca ben dieci anni dopo, nel 1886.

Ha poco senso qui arrovellarsi su dettagli di questo genere, così come interrogarsi sul perché Giacomo e i suoi non avrebbero dovuto approfittare del treno speciale Lucca-Pisa istituito per il mese di marzo di quell’anno in occasione dell’importante messa in scena verdiana, come ci è testimoniato dal trafiletto di un celebre periodico lucchese dell’epoca.

Quel che conta davvero è la “divina follia platonica” che prese piede in quell’occasione, l’estrema chiarezza con cui, quella sera, ad ogni cosa fu assegnato il giusto posto e quindi la consapevolezza che il musicista ebbe della sua estasi creativa.

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“L’anima sceglie i suoi compagni-

poi – chiude la porta –

alla sua divina maggiore età –

altri non presentare –

Impassibile – nota le carrozze – ferme –

al suo umile cancello –

impassibile – un imperatore inginocchiarsi

sulla sua stuoia –

Mi consta che a volte – da una grande nazione –

sceglie uno –

poi – chiude le valve della sua attenzione –

come pietra –

Emily Dickinson

Da quel momento le valve si chiudono come pietra e, in un tacito accordo di complicità fra sé e la compiuta scelta, la propria vita si ammanta di un solenne carattere di eternità, in cui alle cause seguono gli effetti, alle richieste superflue e adulatrici i dovuti rifiuti.

Mi viene allora in mente un passaggio di Lanterna Magica, l’autobiografia del regista svedese Ingmar Bergman, quando si parla del periodo prenatalizio a casa sua e, nel racconto di preparativi ed entusiasmi familiari, ci si sofferma sulla storia del proiettore.

Lui desiderava fortemente un proiettore, oggetto magico verso il quale aveva maturato una fascinazione incontenibile. L’anno precedente era infatti stato al cinema a vedere un film che raccontava di un cavallo (forse “Il bel nero”) e così è tratteggiato nei suoi ricordi quel pomeriggio:

“Per me fu l’inizio . Fui assalito da una febbre da cui non guarii mai più. Le ombre silenziose volgono verso di me i loro volti pallidi e parlano con voci inudibili ai miei più segreti sentimenti. Sono passati sessant’anni, non è cambiato nulla, è la stessa febbre”.

Era la notte di Natale e fu il fratello a ricevere il proiettore al posto suo e la reazione rabbiosa che scaturì gli procurò sgridate e punizioni. Così bruciante fu il dolore che il piccolo Ingmar si addormentò, stremato, nel bel mezzo dei tanto attesi festeggiamenti del Natale.

Poche ore dopo si svegliò, scese le scale e sul tavolo, tra i vari doni, vide il proiettore e prese allora una decisione, figlia di una necessità che non poteva soffocare.

Corse dal fratello, che dormiva, e gli propose un baratto: il proiettore in cambio dei suoi cento soldatini di stagno. L’accordo andò in porto e il regista racconta della meravigliosa giornata seguente, di quando si rintanò nel guardaroba e, dopo aver posizionato con estrema cura e competenza il proiettore su di una scatola, accese la lampada, indirizzò la fonte di luce verso la parete bianca e finalmente inserì la pellicola.

“Sulla parete si presentò l’immagine di un prato. Sul prato riposava un giovane donna che evidentemente indossava un costume nazionale. Girai la manovella e la ragazza si svegliò, si mise a sedere, si alzò lentamente, tese le braccia, girò su se stessa e scomparve verso destra. […]

Si muoveva.”

Bianca Maria Sacchetti, marchigiana, studia a Firenze Lettere Classiche. Dopo aver lavorato in ambito editoriale è attualmente autrice e conduttrice tv.
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