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Nuove dal giallo scandinavo: “Anime senza nome”

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Inizio d’inverno: niente di meglio di un buon thriller svedese, no? Prima, è stata Marsilio a puntare forte a Nord, a creare l’apposito brand “Giallo Svezia”, a permettere la discesa nelle librerie italiane di decine di autori del Paese che, oggi, sembra essere la culla della fiction più sanguinolenta: poi, prevedibilmente, a fronte del successo di quei titoli e di ricavi assicurati da una domanda in continua espansione, tanti altri editori hanno seguito quello veneziano, ed Einaudi non ha fatto eccezione.

Il rischio che il panorama si stia inflazionando, però, esiste, soprattutto in presenza di prodotti come questo del duo Hjorth & Rosenfeldt, che presenta poche o nessuna novità: per quanto riguarda la sua efficacia, tuttavia, è possibile che esso ripeta da noi il buon risultato di vendite ottenuto in patria e in altri paesi europei, così bisognerà stare a vedere se e quanto i nostri lettori privilegino le vecchie sicurezze o siano desiderosi, invece, di deviazioni da un canovaccio tanto consolidato quanto usurato.

Anime senza nome, provvisto di un sottotitolo che lo ricollega ai due precedenti capitoli, anch’essi pubblicati dall’editore torinese nella collana Stile Libero Big, è stato tradotto con un certo ritardo, essendo del 2012, e ripropone le vicende di Sebastian Bergman, psicologo della divisione Omicidi di Stoccolma che avevamo visto in azione in Oscuri segreti e ne Il discepolo: psicologo oprofiler, per la precisione, cioè colui che è incaricato di tracciare il ritratto psichico dei criminali che si trova di fronte o che la sua squadra sta rincorrendo. Leggiamo questo libro in un ottimo italiano grazie all’esperta traduttrice Laura Cangemi, la stessa di innumerevoli altri gialli svedesi, quali quelli dei notissimi Liza Marklund, Camilla Läckberg, Henning Mankell e David Lagercrantz, oltre che di narrativa per bambini e per ragazzi, per esempio di Astrid Lindgren.

Dei due autori, cinquantenni e pressoché coetanei, si deve dire che il primo è uno dei fondatori e proprietari di una società di produzione, il secondo un drammaturgo, attore e anchorman televisivo, oltre che creatore di una serie tv di successo, The Bridge. Improbabile, quindi, che essi non conoscano a menadito i meccanismi di funzionamento del più fiorente mercato di storie che il pubblico sembra al momento favorire:di conseguenza, Hjorth & Rosenfeldt non si sono risparmiati nell’utilizzo di ingredienti molto appetitosi, quali lo sguardo corale e democratico sui personaggi e sugli eventi, i depistaggi, gli inevitabili elementi da spy story, l’ambientazione fascinosa della contea di Jämtland, vale a dire la regione montuosa al confine con la Norvegia, e gli agganci con l’attualità che permettano di collocare il romanzo dalla parte corretta e rispettabile degli schieramenti politici.

“Un romanzo coinvolgente, che regge il confronto con la trilogia Millennium di Stieg Larsson”: sulla quarta di copertina, leggiamo questo giudizio, tratto dal “Sunday Times”, ma è giunta l’ora, forse, di ammettere che proprio quella trilogia ha rappresentato uno dei frutti peggiori di un’intera tradizione letteraria, e che un tale accostamento nel caso, non recherebbe alcun vantaggio ai prodotti epigonici che si avrebbe intenzione di elogiare. Uomini che odiano le donne e ciò che ne è seguito non sono stati altro che il perfetto prodotto editoriale dato in pasto a una classe iper-progressista agiata e globale che era alla ricerca di un mito narrativo che le consentisse di identificarsi e di rallegrarsi ulteriormente della propria identità: a parere di chi scrive, un indigeribile fritto misto di complotti che risentiva degli impianti narrativi hollywoodiani più deteriori, quelli in cui i buoni e i cattivi siano così impudicamente e splendidamente tali da risultare implausibili e finanche ridicoli.

Spesso, si ha l’impressione che gli svedesi scrivano di morti ammazzati per parlare d’altro, nello specifico e con un’attenzione un po’ morbosa di famiglia, dei guai e dei guasti che (persino) i loro nuclei ospitano, seguendo una costruzione drammatica che permetterà, infine, di farne emergere la rinnovata positività: per magnificare sé stessi e le proprie conquiste sociali, insomma, e che questi gialli siano un genere (di successo) del narcisismo nazionale, materiale da esportazione che è diventato troppo facile da scrivere.

Così come da leggere, talvolta: è possibile immaginare un romanzo che contenga uno spoiler di sé stesso? Che, cioè, sveli troppo e troppo rapidamente la propria trama, prima del tempo? Lettura facilitata per chi non sia eccessivamente smaliziato o curioso, che dovrebbe rivolgersi a coloro che preferiscano abitare una storia, piuttosto che uscirne al più presto, ma la costruzione stilistica dei capoversi, il loro succedersi precipitoso, invita a gettarseli alle spalle, e non si coglie alcun invito a restare, a sostare: Anime senza nome è didascalico quasi quanto La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker, e sembra ossessionato dal timore che chi si trovi a percorrerlo perda l’orientamento, mentre smarrirsi è proprio ciò che si desidera, a volte.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
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