BiferaliTruffaut

“L’amore a vent’anni”: un estratto

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Per Tunué è uscito il romanzo L’amore a vent’anni, di Giorgio Biferali: pubblichiamo un estratto, ringraziando editore e autore.

Mi mancherà fare colazione con te il sabato mattina, i nostri silenzi, come mi guardavi quando non potevo vederti, mi mancheranno le cose che non ci siamo detti, mi mancherà perdonarti. Perché, no, tu non mi mancherai. Mi mancherà l’infanzia però, quando ogni cosa era ciò che sembrava, quando d’estate andavamo al mare tutti insieme, quando si moriva solo di vecchiaia, quando ero a cena con i grandi, in un tavolo a parte, e non mi guardavano mai mentre parlavano di cose serie. Mi mancherà rimanere a casa a vedere un film, con te che non sentivi bene e con mamma che si addormentava, tutta accovacciata nella sua poltrona, e io che finalmente potevo svegliarla. Mi mancherà vederla leggere quei mattoni di filosofia, come se dovesse prepararsi ancora la lezione per il giorno dopo.

Mi mancherà fumare le sigarette con lei, quei cinque minuti in cui tutto il resto poteva aspettare. Mi mancheranno le notti quando non uscivo perché ero stanco, quando facevo tardi, comunque, senza fare niente. Rimanevo sveglio a pensare. Mi mancherà il rumore delle tapparelle di notte quando fuori c’è vento, mi mancherà scambiare quel rumore per i ladri che cercano di entrare in casa. Mi mancherà la casa, tutta, che è diversa da come la disegnavo da bambino su quei fogli bianchi che mi davano a scuola, con una sola porta, due finestre, un tetto colorato, un camino che fumava, e un albero accanto. Mi mancherà vederla riempirsi di voci, di sguardi, di musica, che eravamo cinque quando sono arrivato io, io che non ero previsto, poi i miei fratelli sono diventati grandi, e sono andati a vivere in una casa tutta loro. Mi mancheranno la stanza di mia sorella, che è diventata la stanza dei ricordi, con i quadri, le foto, gli album di famiglia, e quella di mio fratello, che è diventata la mia. Mi mancherà Roma, con i suoi sbalzi d’umore, il suo mese di marzo, che di giorno sembra estate e di sera autunno.

Mi mancherà il lungotevere, che non finisce mai, con quegli alberi giganti che si abbracciano, con quelle foglie gialle arancioni dietro cui si nasconde il cielo. Mi mancheranno quelli che d’estate, in macchina, si fermano un po’ prima del semaforo, quando si fa rosso, nella parte dove c’è un po’ di ombra. E anche quelli che quando li fai passare fanno quel gesto con la mano che è a metà tra uno scusa e un grazie. Mi mancheranno l’Eden, i nasoni, le piccole vie di Trastevere dove le signore si parlano dalla finestra, indovinare i sanpietrini con i piedi che è come camminare sulla sabbia, il tratto della metro tra Lepanto e Flaminio, le ragazze del Nazareth che se ne vanno in giro in divisa e quelle che vanno nelle altre scuole, con il dizionario sottobraccio, che sono bellissime. Mi mancheranno quelli che vendono le rose, gli accendini, i filtri, quelli che in via del Corso disegnano per terra, quelli che cantano, quelli che ti chiedono una firma, quelli che schiacciano quelle palline morbide per terra, che fanno quel rumore strano, tipo Hiii, e quelli che lanciano per aria le girandole luminose. Mi mancherà Eric, la sua ingenuità, quella volta che in prima elementare mi guardava un po’ sospettoso, e poi con lo sguardo mi ha fatto capire che c’era un posto libero, vicino a lui, che saremmo diventati amici. Avevamo paura delle stesse cose, di IT, del finale di Roger Rabbit, e dei piani degli ospedali per colpa di un racconto di Buzzati.

Mi mancherà ascoltare le sue teorie sulle ragazze, anche se a volte non riusciva a capirle, anche se a volte non l’avevano capito e l’avevano trattato male. Che bello quando le abbiamo scoperte, alle medie lui veniva a dormire da me e facevamo la classifica delle nostre compagne, votavamo la più bella, e ridevamo, sì, perché sapevamo che il mondo con le ragazze avrebbe avuto un sapore più dolce. Mi mancherà vederlo in facoltà, salire su, dal piano terra, sulle scale antincendio, per fumare con me e gli altri. Mi mancheranno gli altri dell’università, Alessandra, che adesso non mi parla più, Marco, con quegli occhiali da sole colorati, quei baffi anni Settanta, quella leggerezza che mi faceva sentire ancora un bambino. Mi mancheranno le serate con loro, la silent disco, quella notte al museo in cui siamo scappati via. Mi mancherà Silvia, che mi ha fatto sentire che avevo un cuore, che mi ha fatto vedere il mondo nei suoi occhi, che è un posto che nessuno conosce, che negli occhi aveva due lampioncini illuminati quando mi guardava, quando ci siamo innamorati, che mi traduceva le canzoni francesi, che in macchina metteva la sua mano sulla mia per cambiare le marce, che cantava in playback le canzoni coprendosi la bocca perché non sapeva le parole, che immaginava i passanti camminare a ritmo con la nostra musica. Mi mancheranno le sue poesie, perché dentro c’eravamo anche noi.

Mi mancherà quando l’ho vista per la prima volta, davanti alla mia finestra, abitava di fronte a me e io non me ne ero accorto, e anche la seconda volta, durante una lezione, che l’ho pensato di nuovo, frequentiamo lo stesso corso e io non me ne ero accorto. La prima volta, sì, che l’ho detto a mia madre, lei leggeva sulla sua poltrona, con gli occhiali quelli con la catenella, e chissà cosa le passava per la testa quando gliel’ho detto. E la seconda volta, che l’ho detto ad Eric, gli ho detto Vedi, è lei, la ragazza di cui ti parlavo, quella che abita di fronte a me.

Questo è tutto quello che avrei voluto dire, che mi è venuto in mente, e invece ho detto solo Ma, un po’ tutto, che è una risposta che non vuol dire nulla, che non può essere all’altezza di una domanda come Cos’è che ti mancherà? Una volta tanto che mio padre mi parla, che si fa coraggio, che mi fa una domanda e mi chiede quello che voleva chiedermi niente, gli rispondo coi pensieri, come sempre. Ma certo non era quello il momento per fare un’eccezione. Sopra di noi c’è il solito cielo violetto di quando scende la sera, gli alberi con le foglie rosse, e giù, intorno a noi, le macchine con dentro le storie, una signora che gesticola a mani unite, come una preghiera in movimento, una ragazza nella Smart che guida quasi da sdraiata, ha l’aria un po’ scocciata, ci sono dei bambini con il grembiule che scendono da uno di quegli autobus a fisarmonica, io e Eric ci salivamo sempre solo metterci in piedi nella parte morbida, per vedere chi rimaneva di più in equilibrio. Davanti una macchina piccola e gialla, con la scritta Sono elettrica e volo per Roma.

Passano i bar, gli alimentari, le yogurterie, i tabacchi, i negozi di vestiti, le edicole chiuse, le agenzie di viaggi, i mc donald’s, i semafori, con una ragazza in leggins che aspetta il verde mentre si mangia le unghie, e una mamma che tiene fermo il figlio che ha un piede a terra e un altro sopra il monopattino. Il traffico, ecco, mi mancherà anche questo, rimanere fermo in mezzo ai clacson. Ecco la casa di Eric, poco prima che finisca la città, c’è stato un periodo che sono stato anche geloso di lui, perché parlava con mio padre, riuscivano a capirsi, un giorno gli aveva fatto anche incollare le foto nell’album di famiglia. Ma come potevo essere geloso? Io un padre ce l’avevo ancora. La città piano piano sparisce e si fa grande dietro di noi, adesso ci sono poche macchine, i soliti cartelli bianchi e verdi, la solita vegetazione anonima, che quando la descrivi puoi solo dire che è verde, niente di più. Mio padre sembra più piccolo, mentre lo guardo vivere nella coda dell’occhio. Ce l’hai il posacenere?, mi chiede. Lui sa che ce l’ho, ma me lo chiede lo stesso. Fiumicino sei minuti, dice. L’ha letto su un cartello luminoso che ci siamo appena lasciati alle spalle. Lo guardo che accende una sigaretta, come sposta le labbra, come la copre con le mani. Avevi ragione, aveva ragione Silvia quando diceva che io e te siamo uguali, che se fossi un attore e dovessi recitare la parte di uno che ha più di sessant’anni farebbero prima a dare la parte a te. Ci sono le bandiere di tutti i paesi, i pali della luce a forma di chiave di violino, siamo su una strada che sembrava non finire mai e invece finisce, da una parte gli arrivi, dall’altra le partenze. I cartelloni pubblicitari delle macchine, delle banche, delle compagnie telefoniche, di Irina Shayk con l’intimo nero che ci guarda, con quegli occhi chiari, le labbra morbide, e per poco non andiamo fuori strada.

Il cielo adesso è coperto dalle scritte: Vueling fa volare Roma. Niente vola più in alto della mente umana. La connessione più potente del mondo sarà sempre l’emozione. Davanti al T3 ci sono i parcheggi kiss&go. Ci sono due ragazzi che si salutano, lei guarda in basso, piange, poi si abbracciano, e forse piange un po’ anche lui. Quando vede che li guardiamo lei lo scansa. Poi ci giriamo e si baciano, per tutto il tempo del nostro parcheggio

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