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Se il terrorismo lo raccontano i trentenni

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: la strage di Bologna.)

Morte di un uomo felice, l’intenso romanzo di Giorgio Fontana appena pubblicato da Sellerio, affronta di petto il rapporto con gli ultimi anni della violenza brigatista, i grigissimi primi anni ottanta; esattamente gli stessi anni in cui l’autore (classe 1981) e la sua generazione (i trentenni di oggi) sono nati.

Fontana evita il rapporto con la “memoria” di chi ha fatto la lotta armata, e sposta l’attenzione su un ambito decisamente meno raccontato: la biografia di un sostituto procuratore che cade vittima del gruppo su cui sta indagando. Nel protagonista del romanzo, Giacomo Colnaghi, non c’è solo un impasto di idee e riflessioni morali che sembrano discendere da Guido Galli e Emilio Alessandrini, magistrati democratici entrambi uccisi da Prima Linea perché riformisti e quindi ritenuti i “nemici” peggiori, quelli in grado allo stesso tempo di capire il fenomeno del terrorismo e dare allo Stato “repressivo” un volto diverso. C’è molto di più. In questo provinciale di umili origini (figlio di un partigiano comunista, torturato e ucciso dai repubblichini), cristiano di sinistra che appare più un prete che un pm, teso a riflettere sul rapporto tra il rancore e la vendetta, l’imperfezione della giustizia degli uomini e l’impossibilità di porre rimedio al loro dolore, c’è uno spaccato delle nostre lacerazioni di ieri e di oggi.

Fontana crea un personaggio letterario a tutto tondo e lo cala in un contesto plumbeo. Prova a capire gli anni in cui è nato, gli anni da cui veniamo, il sovrapporsi dei vari album di famiglia, narrando le ultime settimane di vita di un uomo che interroga innanzitutto se stesso, più che gli altri. Nello scontro tra uno Stato che va alla deriva e la violenza di un terrorismo che si ritiene depositario del bene, e per questo vuole abbatterlo colpendo i suoi simboli, si apre un baratro. Fontana fissa gli occhi su questo baratro morale e di giudizio, e non può che farlo adottando una prospettiva storica. Quella di chi, non essendoci stato, e non fidandosi dei brandelli di memoria, prova a riannodare tra sé ricerca storica e letteraria. Il cuore del romanzo è probabilmente nel dialogo privo di alcuna comunicazione tra Colnaghi e Meraviglia, il giovane capo di una cellula terrorista appena arrestato. Benché provengano da contesti famigliari simili, il magistrato e il terrorista parlano due lingue diverse: Colnaghi cerca di capire le ragioni di chi sta dall’altra parte, ma solo a fatica riesce a scalfire un nucleo di granitiche certezze…

Morte di un uomo felice non è l’unico libro scritto da un trentenne che si interroga su quella stagione a essere uscito in questi mesi. Potrebbero essere citati, tra gli altri, anche il saggio di Gabriele Vitello (1983), L’album di famiglia: gli anni di piombo nella narrativa italiana, edito da Transeuropa, o quello di Guido Panvini (1979), Cattolici e violenza politica. L’altro album di famiglia del terrorismo italiano, edito da Marsilio. Oltre ovviamente a Una stella incoronata di buio di Benedetta Tobagi (1977), sulla strage di Piazza della Loggia.

Se il meglio della recente produzione italiana, sia nella fiction che nella non-fiction, viene dal tentativo di spazzolare contropelo la nostra storia recente, gli anni di piombo e quelli delle stragi sono sicuramente due dei nodi maggiori, tra quelli rimasti impigliati nella spazzola. Ora iniziano a essere raccontati da una nuova generazione, quella costituita dai figli in senso lato o diretto, da coloro i quali non hanno con quegli eventi che un rapporto puramente anagrafico: essere nati in quegli anni, e avere quindi alle spalle ciò che ha determinato la propria infanzia e la propria crescita.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
Un commento a “Se il terrorismo lo raccontano i trentenni”
  1. girolamo scrive:

    La foto della strage di Bologna sopra la recensione di un romanzo sulle Brigate Rosse mi ha fatto venire in mente questo documentario.

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