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Esteri a un bivio

Simone Pieranni di China-Files prende spunto dal mio ebook per offrire una seria riflessione e chiari esempi sul “decadimento degli esteri”, a cominciare dalla minore “potenza di fuoco” delle nostre agenzie e testate rispetto ad altri paesi avanzati: “Ansa in Cina, ad esempio, ha due persone. Corriere e Repubblica una (e di fatto il corrispondente di Pechino finisce per coprire tutta l’Asia!)”. Guardando le cose  dal punto di vista del giornalismo digitale e con un insano cinismo contabile viene subito da dire: come potrebbe essere diversamente? Gli esteri costano tanto e rendono poco, soprattutto oggi, in Italia.

Con mille euro al mese trovi giornalisti preparati che sono in grado di fare tutto per il web: scrivono l’articolo, il titolo, l’occhiello e il sommario, mettono link, tag e categorie, trovano e tagliano le foto, le inseriscono con didascalia; inoltre lavorano velocemente e su quasi ogni argomento, sfornando anche una decina di post al giorno di 2.000-2.500 battute, e tirano su migliaia di pagine viste al giorno. Questi pezzi sono raramente opere di reporting originale, quasi sempre si tratta di riscritture di agenzia, curation più o meno onesta, commenti in forma di veloce corsivo o di intervento engagé.

In un pomeriggio un singolo collaboratore di una startup digitale copre gli ultimi sviluppi del processo di Avetrana, la congiuntivite di Berlusconi (con eventuali spin-off su “Che cosa è l’uveite” e “Vedo delle sbarre davanti agli occhi: impazza la parodia sul web”), la lite su Twitter tra due quasi-famosi a caso, il video sul maialino che salva la capretta (e, due settimane dopo, il video sul falso svelato del maialino che salva la capretta), il deputato a cinquestelle del giorno e anche la Cina, con una galleria fotografica sull’adorabile mastino tibetano (ora “status symbol” da 750.000 dollari) .

Con mille euro quanti “esteri veri” compri e quanto rendono? Vale la pena, la spesa? Non basta per la Cina riferirsi alle agenzie sul mastino tibetano e la casa in mezzo all’autostrada (due servizi: prima e dopo la demolizione)? Non basta riscrivere, con un po’ di contorni e senza verificare in proprio, l’articolo del New York Times e del Financial Times? Non basta commentare di seconda mano a 9.000 km di distanza? I lettori vogliono davvero qualcosa di più? Sono esigenti come Homer Simpson in aereo (“Guardami, sto leggendo l’Economist, sapevi che l’Indonesia è a un bivio?”) o si accontentano del cinese col vibratore acceso (23 cm di lunghezza, 8 di diametro) conficcato nell’intestino e rimosso, dopo cinque giorni, senza ricorrere alla chirurgia?

Quest’ultimo lancio di agenzia, ripreso da varie testate, è citato come esempio negativo da Pieranni. Non so se sia un fatto, un fattoide, una notizia molto massaggiata o una semplice balla e il problema mi pare andare oltre il contenuto di verità di quell’agenzia: della Cina leggiamo e conosciamo soprattutto queste cose – mastini tibetani, case in mezzo all’autostrada, dildo intestinali -, vere o false che siano. E stiamo parlando di un paese di enorme importanza geopolitica, dove Pieranni e colleghi hanno comunque aperto un’agenzia specializzata che fornisce a prezzi convenienti contenuti per numerose testate nazionali.

Ma la risposta a “i lettori vogliono qualcosa di più” è, nel caso generale degli esteri, negativa perché il pubblico è impreparato e cerca solo la curiosità oppure dire che il “pubblico è impreparato e cerca solo la curiosità” diventa una profezia che si autoavvera e al contempo fornisce un comodo alibi? Il lettore medio ideale che s’interessa al bivio dell’Indonesia (quarto stato al mondo per popolazione, quindicesimo per PIL (PPA)) non esiste magicamente, è formato, in non piccola parte, da una stampa che include tra i propri compiti anche quello di fornire strumenti per una comprensione del mondo oltre i confini nazionali. Strumenti per l’Italia, una nazione importante in chiaro declino economico, con una demografia che non l’avvantaggia e una lingua di grande prestigio artistico parlata da poche persone (in rapporto ai sette miliardi della popolazione mondiale): queste condizioni, e il ruolo sempre più importante degli immigrati e nuovi italiani nella vita del nostro paese, sono ideali per affrontare al meglio”gli esteri” ma sono anche ideali negativi per rinserrarsi nei peggiori pregiudizi e paure.

È quasi inevitabile che le notizie su e da altre nazioni siano fortemente semplificate: il lettore di destinazione spesso è molto distante (per distanza fisica, educazione, condizioni di vita ecc.) dal contesto della notizia e non ha i mezzi (tempo, cultura, voglia) per ricostruirlo pienamente. Quest’opera di semplificazione può essere però condotta in forma positiva da un giornalismo che si prefigga di mediare la complessità del reale per il proprio lettore, cogliendo quindi nel lungo periodo i frutti di un’impegnativa operazione culturale (e qui il riferimento primo, anche per il successo editoriale, è Internazionale); oppure può essere un mero dumbing down, una banalizzazione che avanza senza esitazioni con i più vieti stereotipi, negativi e positivi (in corrispondenza dei “complessi di superiorità\inferiorità” che quotidianamente si contribuisce ad alimentare). Analogamente accade con l’immagine dello “straniero” nel nostro paese, dove sono ancora più evidenti le strumentalizzazioni politiche del giornalismo (sui diversi media, qui il discorso non è certo limitato alla carta stampata o alle testate online): si pensi al ruolo decisivo giocato dall’allarmismo sul “crimine degli immigrati” nell’elezione del sindaco di Roma Alemanno, alla cassa di risonanza per la Lega e le sue favole dell’orrore sugli sbarchi\invasioni di massa, al modo in cui molte testate hanno raccontato i CIE e la protesta degli schiavi di Rosarno.

In questi giorni gli esteri che c’interessano di più sono quelli indiani, per i preoccupanti sviluppi del caso due marò (su di esso China Files con Matteo Miavaldi continua a fornire seri contributi). Pietro Manzini così concludeva un recente riepilogo su La Voce: “Perché dunque [il Governo] ha cambiato rotta? Verrebbe da pensare che il Governo abbia avuto fretta di riportare i marò a casa per appuntarsi la ‘medaglia’ sul petto prima di dimettersi. Ma gli esiti nefasti sulla credibilità internazionale del paese di una tale goffa operazione erano talmente prevedibili che questo pensiero deve essere senz’altro scacciato.” Il pensiero scacciato è una gentile preterizione, perché in questo tormentato crepuscolo del montismo le prove di spregiudicati calcoli elettorali, mancanza di misura istituzionale e ricerca spasmodica di ultime medagliette sul petto sono state troppe.

Un’informazione attenta ed equanime sul caso avrebbe contribuito a creare un clima sfavorevole al colpo di mano di Terzi, ai prevedibilissimi esiti nefasti di una goffa operazione che cancella le “premesse per una soluzione negoziata” (Manzini), favorevole sia ai due fucilieri di marina che al “prestigio dell’Italia” [tra parentesi: l’India è il secondo stato al mondo per popolazione, il quarto per PIL (PPA), l’Italia ha circa un ventesimo della popolazione ed è in decima posizione per PIL (PPA)]. Non sto incolpando, nemmeno indirettamente, la stampa per la farsa elettoral-patriottarda di La Russa che si dichiarava pronto a “lasciare i migliori posti in lista ai due marò” e per la decisione, che risponde alla stessa perversa logica mediatico-politica, di Terzi di non rimandarli in India, ma un’informazione  matura e ricca sugli esteri, nel mainstream e non solo nelle “nicchie”, avrebbe aiutato il lettore a comprendere da subito il significato e il pericolo di tali sparate. Anche per questo vale davvero la pena e la spesa, sopratutto oggi, in Italia, investire su quel giornalismo che “costa tanto e rende poco”.

Commenti
3 Commenti a “Esteri a un bivio”
  1. Dalla Pietra scrive:

    Partendo dalla premessa che questo discorso riguarda tutto l’occidente e non solo l’Italia (sempre per non fare la figura dei provinciali che pensano che le cose succedano esclusivamente qui da noi) e che se non riguarda il resto del mondo è per il fatto che da questo punto di vista sono messi peggio che noi, credo che questo articolo parta da un presupposto culturale dato troppo per scontato: la globalizzazione come verità ultima della nostra contemporaneità e come processo (almeno in occidente) già ultimato grazie alle tecnologie che lo sostengono (la rete).
    La questione di fondo rimanda ai limiti di questa visione che a mio avviso mostra come il concetto di distanza si mostri pienamente nel suo vero significato (e non sia semplicemente affine al binomio vicinanza/lontananza fisica) nel fenomeno qui sopra descritto. Il discorso del PIL o della grandezza di popolazione dell’India rimane un discorso sterile e inadatto a capire la reale importanza data dal lettore tipo occidentale ad una notizia proveniente da quei posti. Noi siamo interessati a ciò che ci “tocca”. I mezzi di comunicazione hanno avuto uno sviluppo che non ha assolutamente trovato riscontro nella realtà fisica e quindi non c’è da stupirsi se alla stragrande maggioranza (direi quasi totalità) delle persone non interessa cosa succeda in Zimbabwe. Tutto è potenzialmente interessante ma non possiamo fare a meno che filtrare l’enorme oceano di informazioni quotidiane che arrivano dalla rete e dare rilevanza a ciò che ci interessa. Non deve dunque stupire se in tutti i quotidiani europei e americani non si offre una informazione “equa”, anzi, che dal 1980 al 2000 questa sia addirittura diminuita. Se poi in Italia questo sia leggermente più accentuato rispetto alla Francia all’Inghilterra agli Stati Uniti e alla Germania questo riguarda la storia di ognuno di questi paesi, le dinamiche storiche (quelle colonialiste su tutte) e gli interessi strategici ed economici. Credo ad esempio che i tanto ammirati paesi scandinavi non abbiano uno scenario informativo più aperto del nostro. I limiti dell’informazione esterofila hanno dunque a che fare con i limiti interni della globalizzazione (che è un discorso occidentale ripeto).
    Lo sbaglio che viene fatto in questo discorso è quello di cercare una soluzione nei media mainstream i quali per forza di cose dovranno sempre sottostare a logiche di profitto. Un modo per rimediare a questo limite potrebbe essere quello di cercare di incentivare una scrittura creativa e accattivante che tenda a superare questi limiti imposti dal concetto di distanza e si incentri su questo, ma essa può già essere rintracciata nei meandri della rete, nella quale comunque con poche mosse può essere affidata la propria fame di informazioni a raccoglitori personali di fonti provenienti dal resto del mondo, proprio come succede per Internazionale (che infatti per questo motivo può dimostrarsi un progetto con gli anni contati) o per China-files.

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  1. […] Vorrei richiamare due articoli usciti recentemente su China Files e minimaetmoralia, di fatto si tratta di un dialogo tra Simone Pieranni e Alessandro Gazoia. Su China Files (eccellente risorsa on-line in italiano che offre opinioni lucide, informate e critiche sull’area asiatica) Simone Pieranni è partito da Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Gazoia (uscito per minimum fax) per proporre una riflessione sullo stato degli Esteri nella stampa italiana: Manutenzione della notizia e decadimento degli esteri . Gazoia ha arricchito ulteriormente la discussione, descrivendo uno scenario spaventosamente miope e provinciale, ricco di spunti da cogliere per mettere in discussione meccanismi in atto da troppo tempo nel nostro Paese: Esteri a un bivio. […]



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