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In questi giorni si parla molto del Festival del Giornalismo e della sua possibile chiusura o trasformazione. Matteo Miavaldi e Simone Pieranni, di China Files, ci hanno mandato questa riflessione che intercetta anche altri dibattiti recenti sul giornalismo. Speriamo che sia l’innesco di una ulteriore discussione.

di Matteo Miavaldi e Simone Pieranni

Il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia edizione 2014 rischia di saltare. Problemi di soldi che non ci sono, secondo le istituzioni della regione Umbria che avevano destinato all’evento 80mila euro per il 2013, di più non si poteva fare; soldi che invece ci sono, dicono Arianna Ciccone e Chris Potter – i due fondatori dell’Ijf – ma che la regione preferisce destinare altrove.

Le posizioni inconciliabili delle parti hanno spinto gli organizzatori del Festival a prendere in considerazione la sospensione della prossima edizione, annunciata col motto Stop at the Top: andare avanti solo in condizioni che garantiscano la qualità del Festival, senza essere costretti ad offrire un prodotto al di sotto delle aspettative di Ciccone, Potter e delle migliaia di persone che negli anni hanno partecipato ad un evento di respiro internazionale. Quattro giorni di giornalismo e dintorni, gratuiti, con annesso ritorno economico considerevole per la città.

La possibile sospensione della kermesse ha messo in stato d’allarme diversi giornalisti italiani e stranieri, pronti a metterci la faccia e – servissero mai – i quattrini per scongiurare la chiusura di un Festival di qualità.  L’adesione alla causa è stata, senza dilungarsi in elenchi, praticamente plebiscitaria. Il leit motiv di fondo adottato dai giornalisti italiani impegnati nella campagna pro Festival – “beppe, per salvarlo mobilitiamoci noi: giornalisti e giornali” twitta Anna Masera, social media editor della Stampa, a Beppe Severgnini, firma del Corriere della Sera –  è “i soldi si trovano”, lamentando parallelamente la deriva di un paese che “perdona tutto. Meno il successo, soprattutto quando è legato al merito”.

Ora sappiamo che il Festival si proverà comunque a farlo, magari in un’altra città disposta a scommettere su un evento internazionale di primo piano, oppure a Perugia ma senza i soldi delle istituzioni, rifiutati da Ciccone per una questione di dignità. Si proverà a ricorrere al crowdfunding affiancandoci la sponsorizzazione privata.

Il Festival potrebbe salvarsi, giubilo tra i lavoratori della carta stampata.

Per noi si tratta di una vittoria di Pirro, con una buona dose di corsa sul carro dei vincitori e ipocrisia a pioggia nel giudizio delle scelte istituzionali in contrasto con la rassegnazione davanti alle scelte dei datori di lavoro, degli editori.

La privatizzazione progressiva del Festival è una cattiva notizia per chi, come noi, crede che la qualità debba essere una caratteristica del servizio pubblico negli eventi culturali, nella scuola, nel giornalismo.

Questo paradigma per cui i fondi per un prodotto di qualità – giustamente e pur nella penuria – si trovano e si devono trovare, sostenuto con forza da giornalisti e speaker del Festival ora che si parlava di soldi pubblici, in un’altra discussione ospitata dalla stessa Ciccone sul portale Valigia Blu non aveva ricevuto lo stesso entusiasmo. Parlavamo di giornalisti freelance e dei loro – nostri – compensi, del gioco al massacro portato avanti dagli editori che in nome della crisi ci dicevano che più di così non potevano dare, che i soldi quelli erano, c’erano i tagli e quello era il maggior impegno economico possibile al momento.

Su piani differenti si era ripresentata allora la stessa dinamica che vede oggi il Festival – “prodotto di qualità” – lottare per la sopravvivenza a fronte di contributi sempre più miseri.

Come tanti piccoli Festival del giornalismo, anche i freelance con l’indotto di pubblico e la resa economica derivata dai prodotti di qualità che forniscono alle testate nazionali, a fronte di compensi irrisori da parte dei giornali (finanziati giustamente con soldi pubblici) sono stati costretti a buttarsi sul “privato”: a China Files ci siamo inventati un modello ibrido sul medio termine che funziona ma non permette una crescita, avvantaggiati nelle spese dal fatto di vivere per un lungo periodo dell’anno – tutti – in Asia, dove la vita costava meno. Un lusso che presto non ci potremo più permettere, considerando il costo della vita in vertiginoso aumento a Pechino, ad esempio.

Per altri il “privato” è un secondo lavoro, una mano dai genitori per l’affitto, stratagemmi per andare avanti durante la crisi dell’editoria, in attesa che tutto cambi.

Se Ciccone e Potter hanno dovuto aspettare di avere per le mani il bilancio regionale per chiamare il bluff de “i soldi non ci sono”, o meglio denunciare il criterio di selezione delle istituzioni quando si tratta di dare fondi, a noi freelance basta guardarci intorno, tra i giornalisti regolarizzati, per apprezzare la sperequazione tra i nostri compensi e quelli dei colleghi. Sempre su Twitter Federica Bianchi de l’Espresso, tra i pochissimi giornalisti disposti a confrontarsi con noi – in una discussione con Andrea Iannuzzi (direttore dell’Agenzia Giornali Locali del Gruppo Espresso), Marina Petrillo (direttrice di Radio Popolare Milano) e Arianna Ciccone – ha confermato che un corrispondente all’estero prende minimo 300mila euro all’anno.

Considerando che un freelance prende per un pezzo pubblicato online, di media, 15 euro, fanno 20000 articoli; 2500, se consideriamo il compenso medio per un cartaceo.

Si tratta, come detto, di scelte. Come sono scelte, in tempo di crisi, promuovere l’uso di un’avveniristica Web Car della Stampa per “raccontare i fatti del mondo” come la corsa sulle scale della Mole antonelliana (0 condivisioni su Twitter, 0 su Facebook), la vendemmia (8 condivisioni su Twitter, 16 su Facebook), il red carpet di Venezia (4 condivisioni su Twitter, 8 su Facebook) o l’intervista a Emma Dante e Alba Rohrwacher (0 condivisioni su Twitter, 87 su Facebook). Con la Web Car.

O ancora, la scelta di affidarsi a traduzioni o rivisitazioni di articoli pubblicati sulla stampa anglosassone piuttosto che pubblicare il lavoro di un freelance. Un’usanza che Luca Sofri, direttore de Il Post, ha difeso obiettando “al fatto che un freelance italiano sul posto – che non conosco, di cui non so né l’accuratezza, né la capacità di analisi, né la qualità generale del prodotto che mi darà: né sarò in grado di fare controlli – sia per forza una scelta migliore di quella che avrò vagliando diversi articoli di giornalisti o testate che hanno guadagnato ai miei occhi credibilità non casuali, che sono stati già pubblicati e sottoposti a eventuali controlli e giudizi dei lettori, e tra i quali sceglierò quelli che mi convincano a sufficienza sui criteri suddetti, citando fonti riconoscibili e riconosciute dai miei lettori”, proiettando quindi dubbi circa le capacità di altri direttori, magari anglosassoni, di conoscere, valutare e ingaggiare giornalisti freelance.

Si tratta sempre di scelte, della regione Umbria come di chi detiene il potere decisionale nei media che leggiamo ogni giorno. Speriamo quindi che il Festival si faccia e si continui a fare, diventando sempre di più un momento di confronto tra il giornalismo internazionale e quello italiano, protagonista in una manciata di giorni di pessime prestazioni sulla manifestazione del 19 ottobre o dello scambio di accuse tra Gianni Riotta, presenza fissa ad ogni edizione del Festival, e Glenn Greenwald, giornalista ex Guardian che ha scoperchiato il caso Nsa.

Nell’indecorosa vicenda si è inserito anche Mario Calabresi, direttore della Stampa e primo sostenitore del Festival (“non mollare. Non vuoi far pagare ingresso #ijf14? Taglia i costi: ospiti si paghino le spese e noi ti aiuteremo” aveva twittato a Ciccone), che proprio oggi a difesa di Riotta si espone con un editoriale – a nostro parere, ben poco condivisibile invitando Greenwald a rispondere sulla Stampa alle accuse – non supportate da dati e fatti, campate in aria e offensive – e ad accettare l’invito a un dibattito proprio al Festival. L’invito era stato esteso, da Ciccone, non solo a Riotta e Greenwald, ma anche a Stefania Maurizi, giornalista dell’Espresso che lavora sui leaks dal 2009, bollata dall’editorialista della Stampa come “groupie” (link a storify di tutta la vicenda, di Matteo Pascoletti per Valigia Blu). Dettaglio che rimane nei polpastrelli di Calabresi.

La speranza è che la creatura di Ciccone e Potter sia sempre di più un appuntamento di giornalismo e sempre meno una passerella per giornalisti che, nei fatti, negano i propositi di qualità e innovazione che annualmente auspicano davanti alle platee di Perugia. E che indichi la via per un cambio di modello, una gestione più oculata delle poche risorse disponibili per la cultura e, nel nostro caso, per la stampa.

Difendendo la qualità del giornalismo anche per gli altri 361 giorni non coperti dal Festival.

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