rawpixel-603653-unsplash

Il giornalismo ha un nemico, le emozioni

rawpixel-603653-unsplash

Photo by rawpixel on Unsplash

di Enrico Pitzianti

Da tempo seguo con attenzione il lavoro di un buon portale informativo italiano, Valigia Blu. Di norma VB riporta notizie in modo approfondito, soprattutto lunghe ricostruzioni, facendo attenzione a fonti e verifiche. Su VB non ci sono i lanci né le cosiddette breaking news, gli articoli arrivano più tardi che su altre testate generaliste, ma questo di approfondire e pubblicare senza fretta (c’è un termine inglese apposta: Slow journalism) è un modo – probabilmente l’unico – per evitare di riportare inesattezze col metodo del copia-incolla: la testata X riporta per prima una notizia Y e le altre testate la riportano senza verificare alcunché in modo da arrivare in tempo sui social e non farsi sfuggire i click provenienti dall’ovvio interesse dei lettori per qualcosa di appena successo. A volte però il metodo del giornalismo lento ma buono, lascia il passo all’emotività, ed è successo proprio a Valigia Blu.

Alle 8:01 del 17 dicembre, Arianna Ciccone (fondatrice nonché gestore della pagina Facebook di VB) pubblica dal suo profilo personale uno status su una vicenda di cronaca: il presunto pestaggio di una deputata del Movimento 5 Stelle, Mara Lapia, avvenuto nella città di Nuoro lo scorso 15 dicembre. Scrive Ciccone:

L’aggressione alla deputata Mara Lapia è terrificante per due ragioni.
La violenza che ha subito, l’aggressione fisica, i pugni, gli schiaffi, i calci, tutto spaventoso. Mentre l’aggressore la strattonava, la sbatteva contro il muro, a un certo punto lei si è accasciata a terra, lì il pezzo di merda le ha sferrato un colpo violento nel costato mentre gridava: “Oggi ti ammazzo, non torni viva a casa. Vedrai che ti ammazzo”. Così racconta Mara Lapia a Radio Capital.
Ma che spavento anche l’indifferenza di chi era lì. Fa un male indicibile: nessuno l’ha aiutata, nessuno è intervenuto. Nè dentro il supermercato, né fuori. “L’unica persona che mi ha aiutato quando ero fuori – dice sempre a Radio Capital Mara Lapia – è stata una ragazza di colore, fuori al supermercato, che mi è stata vicino, sentivo che faceva telefonate e diceva “stanno ammazzando una donna”.
La donna, riporta l’Ansa, ha riportato una frattura costale, altre costole incrinate, problemi a un polmone e varie contusioni, per un totale di trenta giorni di prognosi.
Qui l’intervista su radio capital

Qualche dato evidente:

  • Il primo è l’avventatezza con cui è data la notizia. Non c’è nulla di verificato, esiste solo una denuncia e il racconto di chi avrebbe subito l’aggressione, eppure una direttrice di un portale che fa della verifica delle notizie il suo punto forte, si spinge in un racconto appassionato, coinvolto e a tratti persino rancoroso (definire “il pezzo di merda” non solo è poco professionale da un punto di vista giornalistico, va anche oltre le parole utilizzate dalla persona comprensibilmente scossa e turbata che avrebbe subito l’aggressione).
  • Il secondo dato, ed è un filo più grave, è l’aggiunta di dettagli assenti perfino nella ricostruzione della deputata aggredita: Ciccone scrive “gli schiaffi, i calci, tutto spaventoso”, peccato che Lapia non parli mai di schiaffi. Non ne parla nell’intervista a Radio Capital e nemmeno altrove, a quanto mi risulta.

Il punto qui non è la differenza che esiste tra un pungo e uno schiaffo, ma il dare dettagli su un evento significa innanzitutto che li si ha a disposizione, i dettagli. Fornirli e diffonderli aumenta la veridicità del racconto, per questo inventarli è grave.

  • L’ingenuità di riportare notizie evidentemente ed ovviamente esagerate. Ciccone riporta tale e quale un’affermazione della deputata secondo cui una ragazza, prestandole soccorso, avrebbe detto al telefono “stanno ammazzando una donna”. Qui il punto non è se è stata detta o no questa frase, ma la sua rilevanza giornalistica: se è stata detta certamente è accaduto per via dell’agitazione e della preoccupazione (entrambe comprensibili) di chi ha assistito a una colluttazione. Ma la ragionevolezza di un buon giornalista non consente di riportare papale papale un’affermazione di una persona sconosciuta, sicuramente scossa ed emotivamente provata come se costituisca una prova di un fatto. Tutti, soprattutto se agitati e coinvolti in un evento traumatico, tendono a esagerare ed esasperare la gravità della situazione in cui si trovano. Non tenerne conto è, appunto, comunicativamente ingenuo.
  • Ciccone riporta anche una notizia dell’Ansa (tutto senza fare alcuna verifica): “La donna, riporta l’Ansa, ha riportato una frattura costale, altre costole incrinate, problemi a un polmone e varie contusioni”. Questo è, almeno parzialmente, f Lapia ha poi mostrato il referto del Pronto Soccorso su Facebook e da lì si evince che non è stato riscontrato nessun problema al polmone, né “varie contusioni”, si parla invece dell’infrazione di una costola (ma a essere precisi un’infrazione è un tipo di frattura incompleta, meno grave di una frattura normale). Questo riportare notizie copiandole e incollandole come se fossero certamente vere, senza mai usare un condizionale, è un errore.

Si potrebbe obiettare che Ciccone ha scritto il suo post accorato ed emotivo dal suo account Facebook personale, in cui non è costretta al rigore giornalistico. Sarebbe così, se non fosse che alle 8:58 lo stesso status di Ciccone appare sulla pagina Facebook di Valigia Blu. Erano passati 57 minuti dalla pubblicazione dello stesso testo sul suo profilo, difficile immaginare che in quel lasso di tempo sia stata fatta qualunque verifica rispetto all’accaduto: assumiamo quindi sia un altro copia-incolla volto a dare spazio alla notizia (che rimane non verificata).

Il problema delle notizie non verificate, però, è che possono dimostrarsi false, in parte o del tutto. E infatti..

Un audio comincia a girare online, soprattutto su WhatsApp, la voce è di quella che sembrerebbe essere una testimone oculare, che smentisce il racconto dell’aggressione della deputata. Dice che la Lapia si è lasciata cadere a terra, addirittura che è stata lei a iniziare il diverbio.

A questo punto Ciccone aggiorna il suo status:

Aggiornamento: sta girando un audio – ripreso poi da Sardiniapost – di una presunta testimone oculare che smentirebbe la versione della vittima. Mi hanno inviato l’audio e l’ho ascoltato. Non si sa chi è questa signora, non si sa se questo audio sia stato verificato. Niente di niente. Avrebbe potuto inventare tutto compreso che è stata sentita dalla polizia. Guardate che non è così che aiutiamo l’ecosistema informativo, diffondendo audio di cui non si conosce la provenienza. Non sapendo niente di questa persona e di questo audio. Che spavento anche questo.

Abbiamo sentito la polizia su questo audio e ci dicono che ci sono indagini in corso e a breve si saprà tutto. Ho chiamato anche l’ospedale e mi ha detto che Mara Lapia si è presentata al pronto soccorso, non è intervenuta l’ambulanza, è stata fatta una radiografia e risulta una costola fratturata (del polmone non risulta niente). Tecnicamente si tratta di una infrazione della sesta costola sinistra. Confermano la prognosi di 30 giorni. Per principio io credo alla vittima. A questo punto saranno le indagini a chiarire.

Quindi:

  • Ciccone questa volta usa il condizionale e diventa, di colpo, garantista e dubbiosa: la testimone diventa “presunta”, ma il tono cambia così tanto rispetto allo status iniziale che è impossibile non leggere nell’aggiornamento una speranza personale, intima, che questo audio sia falso e infondato. Scrive Ciccone, usando la prima persona: “Mi hanno inviato l’audio e l’ho ascoltato. Non si sa chi è questa signora, non si sa se questo audio sia stato verificato. Niente di niente. Avrebbe potuto inventare tutto compreso che è stata sentita dalla polizia. Guardate che non è così che aiutiamo l’ecosistema informativo”. Non proprio il modo ideale di essere obiettivi e super partes, per chi dirige una testata giornalistica. Il dubbio sulla smentita dell’aggressione è così forte che somiglia più a un’accusa.
  • Ciccone ora, dopo aver diffuso una notizia con la probabilità che sia falsa, ha fatto le verifiche: ha chiamato la polizia (che ovviamente a indagini in corso non ha detto nulla) e ha chiamato l’ospedale. L’ambulanza non è mai andata a soccorrere la deputata, che invece si è presentata sulle sue gambe al Pronto Soccorso (cosa che dimostra l’esagerazione della presunta frase “stanno ammazzando una donna”, presumibilmente pronunciata da chi le avrebbe prestato soccorso). E finalmente si specifica che la frattura è un’infrazione.

La chiusura però è probabilmente la parte più interessante dello status di Ciccone: in sostanza ammette che ci sono informazioni discordanti sullo stesso evento “saranno le indagini a chiarire”, poi chiarisce qual è il principio che l’ha spinta a esporsi in questo modo nonostante l’assenza di fonti e verifiche: “Per principio io credo alla vittima”, scrive. Questa frase è celebre e molto discussa e viene da un ambito preciso della cronaca, le aggressioni domestiche e a sfondo sessuale subite dalle donne. Le violenze sessuali sono difficili da dimostrare per molti motivi (tecnici, psicologici e giuridici) e per via di una società sessista spesso lo stupro e le molestie sono state considerate giustificabili e/o colpa della vittima. Da qui viene un rovesciamento della prospettiva che, soprattutto grazie al movimento femminista, ha portato questi fatti all’attenzione del grande pubblico per innescare un circolo virtuoso di sensibilizzazione. Un caso molto chiaro è quello dell’ex produttore cinematografico americano Harvey Weinstein, di cui si è molto discusso. Come dimostrare legalmente una molestia subita da un uomo potente, ricco e che attraverso il ricatto, e non la forza bruta, ha estorto decine di volte favori sessuali approfittando della sua posizione di potere? Difficilissimo, quindi meglio credere alla vittima. Insomma, un senso in un certo tipo di situazioni, questa frase, ce l’ha. Ma Ciccone la usa pretestuosamente, visto che né Lapia, la vittima della presunta aggressione, né nessun testimone, parlano di una qualche forma di violenza di tipo sessuale, né viene menzionato un qualche ruolo che avrebbe avuto nell’evento il genere sessuale della vittima o del suo aggressore.

Ora si aggiunge un tassello che, se possibile, rende questa vicenda ancora più sbilenca da un punto di vista giornalistico: sarebbero addirittura cinque i testimoni che smentiscono la parlamentare del Movimento 5 Stelle. E Lapia si rimangia tutto e nega che l’aggressione sia stata fisica:

1nuoro

Nel mentre però il clamore causato da una notizia non verificata ha portato addirittura a un comunicato del capogruppo del M5S alla Camera Francesco D’Uva: «Mara è stata prima aggredita verbalmente e poi fisicamente ed ha riportato una frattura costale e varie contusioni. Sono in corso indagini per ricostruire l’accaduto. E’ gravissimo e intollerabile che un uomo, in modo becero e disumano, si accanisca violentemente nei confronti di una donna fino a ridurla in quelle condizioni».

Ora però, disumanità, brutalità, “quelle condizioni”, tutto svanisce e decade. E la versione della deputata (e di chi ha riportato una notizia enfatizzandola e non verificandola) si fa sempre meno probabile. Si tratterebbe di un diverbio e di un finto svenimento inscenato dalla deputata dopo aver rincorso all’esterno del supermercato l’uomo che ha poi denunciato. Come riporta sul Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini:

La polizia interroga le due cassiere. Entrambe raccontano che mentre Lapia stava pagando «sono cadute due lattine di Coca Cola che le hanno sporcato il vestito e lei si è lamentata dicendo che le avevamo danneggiato costosi capi firmati, poi ci ha ripreso gridando “non sapete chi sono io”». E poi aggiungono: «In fila c’era un signore che le ha chiesto di fare in fretta perché si era creata la fila, lei ripeteva che non sapevano chi fosse e quando lui le ha detto che non gli importava lei ha replicato che l’avrebbe querelato». La terza testimone, un’infermiera, assiste invece a quanto accade all’esterno. Dice che «dopo aver pagato, l’uomo è stato inseguito dalla Lapia che lo filmava con il suo telefonino e gli diceva di consegnare i documenti e non allontanarsi perché stava arrivando la polizia. Ho visto che una signora anziana (la madre dell’uomo, ndr) si avvicinava e le appoggiava una mano sulla spalla e lei si accasciava a terra. Mi avvicinavo e quando lei mi diceva di essere stata aggredita le ho subito detto che non era vero perché io avevo visto tutta la scena e non avevo visto alcuna aggressione». A confermare queste dichiarazioni c’è un’altra donna, ma soprattutto un uomo che assiste alla scena prima nel supermercato e poi fuori, vede Lapia che insegue la vettura e poi, quando R. I. scende e cerca di fermarla nota che «l’onorevole fingeva di essere svenuta».

Ovviamente, ora, se la versione dei fatti verificata fosse quella di un’aggressione simulata in parte o del tutto, ci sarebbe da rettificare e chiedere scusa ai lettori, ma non è così semplice sistemare gli errori comunicativi, soprattutto su internet. Il problema è che una notizia smentita non riceverà mai la stessa attenzione della prima notizia, quella enfatica e imprecisa. La prima, quella condivisa su spinta dell’emotività e con la scusa, un po’ strampalata a dire il vero, dell’ideologia rimarrà, oltre che più diffusa, anche maggiormente ancorata alla mente dei lettori. Questo perché gli eventi negativi tendono ad essere ricordati più a lungo e con più facilità, visto che la memoria non serve tanto a ricordarsi le cose che succedono, ma a non correre gli stessi pericoli due volte nel nostro contesto ambientale in cui abitiamo. Una volta che il danno informativo è fatto, in sostanza, è impossibile rimettere il dentifricio nel tubetto.

Di esempi del genere, ovviamente, è pieno il giornalismo italiano e non solo quello del nostro paese. E il ritmo del flusso informativo tipico del giornalismo online è il primo nemico della ragionevolezza e della tendenza a verificare i fatti. A ben vedere, però, il punto è soprattutto metodologico: ideologia ed emotività sono nemici invisibili, subdoli, che sanno insinuarsi ovunque, anche nel lavoro di chi ha fatto della ragionevolezza il core business della propria testata.

Chiude il cerchio un’ovvietà: le notizie false sono uno dei problemi più grandi e importanti del mondo contemporaneo, hanno effetti politici e sociali diretti. L’enfasi, detto in altre parole, non è un’emozione senza conseguenze.

__________________

Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica, società e arte. È redattore de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia, Forbes e cheFare.

Commenti
2 Commenti a “Il giornalismo ha un nemico, le emozioni”
  1. Fabio scrive:

    In effetti quanto è vero.. ma un altro nemico del giornalismo attuale è anche la velocità e la non corretta verifica delle fonti..

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Pitzianti scrive su Minimaetmoralia di un errore della direttrice di Valigia Blu, Arianna Ciccone: aver pubblicato […]



Aggiungi un commento