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Giorni, nuvole, lettere: il museo delle penultime cose

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«Da quel momento avrebbe custodito per sempre il loro ricordo [dei Giusti italiani, nda] e quello di tutti gli altri». Questo custode è il museo della Shoah che, in una Roma di qualche anno più vecchia di oggi, si incastona nella «parte di villa Torlonia che si allunga verso piazza Bologna» e tra le pagine del romanzo di Massimiliano Boni, Il museo delle penultime cose, edito da 66thand2nd.

Il suo giovane vicedirettore è Pacifico Lattes, che ha anche il compito di ricostruire le storie degli ebrei della Shoah dando un nome ai numeri nei registri nazisti. Lavora principalmente con i morti, Pacifico, e con le loro memorie. Disperse nelle transoceaniche (e negli errori ortografici degli impiegati degli uffici immigrazione), nei fascicoli, in tutto quel tempo che è esistito prima dei campi di sterminio.

Un lavoro encomiabile e appassionato di ricerca investigativa che si ferma, però, ai cancelli dei lager. Pacifico non vuole saperne delle storie dei sopravvissuti, non vuole domandare a chi può rispondere per sé. Mai. Quasi. Fino ad Attilio Amati, classe 1932. Ebreo, forse.

Nel frattempo – mentre cioè Pacifico, suo malgrado, inizia a scavare nella vita di un ritroso e reticente Attilio – Roma e l’Italia piegano subdolamente verso l’antisemitismo e la xenofobia. Ma – soprattutto per il vicedirettore del Museo – non sembra essere quello il problema, l’affanno: è più urgente il tempo che manca e quello che si è perso.

Stranamente, nonostante l’incombenza di questo tempo che manca e che è stato perso, c’è sempre tempo per le festività, per i ragionamenti, per guardare la città, per le indagini. Quasi a perdersi, quasi a non volerne uscire perché chissà cosa c’è fuori. È un romanzo soffuso, che non ha fretta di arrivare alla fine: non l’abbia, quindi, nemmeno il lettore.

La Shoah è stata una cosa enorme, e chiunque l’abbia affrontata – sulla pelle o sui libri – porta con sé almeno un tassello. Quello di Boni (e di Pacifico) è talmente grande da averci costruito intorno un museo. Un museo di cose dentro, ma anche un museo di nomi fuori. In ordine alfabetico, sono scritti sulla mura, esposti al sole e agli occhi.

«La parte superiore, invece, era in granito nero, lucido. Sulla superficie erano incisi tanti piccoli segni. Da lontano, scendendo per il viale dei Giusti, apparivano come un brulichio animato. A mano a mano che ci si avvicinava, si facevano più nitidi. Allora si capiva che erano lettere radunate in piccoli gruppi. A metà del viale si cominciavano a distinguere i nomi. Decine, centinaia, migliaia di nomi. Erano in ordine alfabetico. Il primo e l’ultimo appartenevano a due donne. Ida Aboaf e Teresa Zimmermann. Pacifico a volte pensava che quella strana coincidenza nascondesse un significato. Forse le donne, che danno la vita, dovevano per forza aprire e chiudere quella lista, quasi a tentare un’ultima impossibile protezione. L’elenco scolpito sulle quattro facciate, infatti, conteneva i nomi di tutti gli ebrei italiani o residenti in Italia uccisi durante la guerra. Era stato proprio grazie a lui se molti di quei nomi ora avevano un volto e una storia da raccontare.»

È difficile che un libro sulla Shoah voglia veramente ricordare, avere memoria, in maniera viva, guizzante. Il ricordo è qualcosa che affiora al cuore, la memoria qualcosa che viene trattenuto dalla mente. Ma molti sopravvissuti per tanto tempo non hanno voluto questo… Affiorare? Trattenere? Dimenticare, piuttosto. Uscire dai cancelli della Liberazione, per quei molti, non ha significato permettersi di essere liberi.

Allora, Il museo delle penultime cose è, anche, il racconto denso, magmatico di questa dicotomia. Dell’esigenza pulsante di non dimenticare contro il dolore della consapevolezza. Se, quindi, da un lato Pacifico scava faticosamente e lentamente dentro questo oblio (eccolo il tassello!), dall’altro vi ha costruito intorno un monumento di luminosa memoria, di materia viva.

Infine, sebbene il romanzo di Boni conservi un sacco di ultime cose – le ultime nuvole, le ultime lettere, le ultime note, le ultime notizie, le ultime settimane, le ultime parole, le ultime file, le ultime volte, le ultime ricerche, le ultime autorizzazioni, le ultime energie, le ultime persone; gli ultimi sopravvissuti, gli ultimi testimoni, gli ultimi deportati, gli ultimi predecessori, gli ultimi giorni, gli ultimi mesi, gli ultimi anni, gli ultimi secoli, gli ultimi tempi, gli ultimi fornelli, gli ultimi tavoli, gli ultimi gamberi, gli ultimi squittii, gli ultimi nati, gli ultimi preparativi, gli ultimi particolari, gli ultimi raggi, gli ultimi saluti; gli ultimi, e basta – mi piace pensare di essere anche io, ora, un museo delle penultime cose.

Un luogo vivente dove conservare tutta questa Memoria, di nomi e di fatti. Parte di una generazione che sente gli odori degli olocausti, qualunque vento li porti. Siamo in tempo, un po’. Non sono proprio le ultime cose, non ancora.

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