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Il giorno in cui Roberto Bolaño non incontrò Bernardo Bertolucci

Questo articolo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Bernardo Bertolucci amava molto Roberto Bolaño. Ricordo, durante l’ultimo anno di vita del regista, delle lunghe chiacchierate sullo scrittore cileno. Bertolucci considerava giustamente I detective selvaggi tra le più grandi opere letterarie dell’ultimo quarto di secolo, e trovava formidabili i racconti di Chiamate telefoniche. Così una sera gli raccontai che in un’altra raccolta, Puttane assassine, c’era una storia meravigliosa e tristissima su due esuli cileni, dentro la quale, mai citato, come un’ombra sottopelle, si muoveva Andrej Rublëv di Andrej Tarkovskij. Bolaño era un maestro di tracce nascoste. Bertolucci a sua volta apprezzava i cinephiles, e questa notazione gli sembrò confermare il valore dello scrittore. Bolaño – riconosciuto tardivamente dopo una vita corazzata da povertà e anonimato – sarebbe stato felice di sapere che tra i propri estimatori ci sarebbe stato uno dei registi più celebrati del Novecento. La morte prematura gli ha tolto questa soddisfazione. A propria volta Bertolucci ignorava di essere citato in Sepolcri di cowboy, libro postumo di Bolaño che esce adesso per Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani. Che amarezza mancarsi in questo modo. Il tempo sa essere spietato con la vita degli artisti, ma noi lettori, testimoni di molte crudeltà biografiche, siamo garanti e artefici della durata delle opere.

Sepolcri di cowboy, ritrovato tra le carte di Bolaño dopo la sua morte, è composto da tre abbozzi di romanzi mai terminati. Il primo, che dà il titolo al libro, e il secondo, intitolato Patria, sono la trasfigurazione letteraria della giovinezza vagabonda dell’autore. Roberto Bolaño si trasferì in Messico da adolescente, qui trovò la sua patria d’elezione (I detective selvaggi, insieme a Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, è il più grande omaggio al Messico che un autore non messicano abbia mai scritto), conobbe Mario Santiago Papasquiaro (l’Uliles Lima dei Detective selvaggi) e contribuì a fondare il movimento infrarealista. Dal Messico Bolaño andò via due volte. La prima per ritornare nel Cile di Salvador Allende appena in tempo per assistere al golpe di Pinochet e farsi arrestare. La seconda per varcare l’oceano e trasferirsi in Europa. “Lui non volle mai tornare in Messico”, disse Juan Villoro, “e nei suoi libri ricostruì un Messico fantasmagorico. Diceva che se fosse tornato, sarebbe morto lì”. Bolaño ricostruisce questo periodo, anteriore alla partenza definitiva, affidando la narrazione al suo alter ego Arturo Belano. È così che, tra viaggi in nave, incontri stravaganti, amori improvvisi, disastri politici veniamo a sapere di come Belano, di passaggio in Panamà, fosse andato a vedersi Ultimo tango a Parigi. Il film iniziò a diffondersi in America Latina nel 1973, lo stesso anno del golpe in Cile.

Chi ha la fortuna di non conoscere Bolaño è atteso dalle sue opere maggiori. I bolañani incalliti possono aggirarsi nell’edificio incompiuto di questi Sepolcri per indagare invece meglio il suo metodo di lavoro. Ci si rende conto, per esempio, di come abbia preso forma letteraria Carlos Wieder, il terribile fiancheggiatore del regime che traccia versi nel cielo col suo aereo acrobatico, protagonista di Stella distante e prima ancora presente ne La letteratura nazista in America, oppure si è portati a collegare una terribile storia di traffico d’organi (presente nei Sepolcri, come il fantasma di Wieder) con la catena di femminicidi che domina la parte più oscura di 2666.

Simile a Faulkner con la contea di Yoknapatawpha, o a García Márquez con Macondo (o perfino a Stan Lee e Jack Kirby con l’epopea Marvel), Bolaño ha creato un universo poetico – un sistema di galassie in espansione nella mente del lettore – i cui personaggi si incrociano di libro in libro, e il cui lievito è la prodigiosa energia (il tocco della grande letteratura) che pervade ogni riga che abbia scritto. Un’energia che si ritrova in Commedia dell’orrore di Francia, terza incompiuta di questo libro. Mentre passeggia per strada dopo un’eclisse di sole, Diodoro Pilón sente squillare una cabina telefonica dentro cui non c’è nessuno. Risponde. Sull’altro capo c’è una voce che dice di chiamare da Parigi per conto di un fantomatico Gruppo Surrealista Clandestino. Vorrebbe arruolarlo. Prima che Pilón possa rispondere qualcosa, la voce inizia a raccontare una mirabolante storia sui sotterranei di Parigi che sembra dialogare con l’incredibile storia sui sotterranei di Buenos Aires a cui Ernesto Sabato (uno dei maestri di Bolaño) dedicò la terza parte di Sopra eroi e tombe.

Quando immerge il racconto in questa materia – lì dove sogno, beffa, rito iniziatico si fondono tra loro – Bolaño dà il meglio di sé, ed è sempre in questa dimensione che possiamo leggere i suoi testi anche come un cruciverba. Nascosto in una storia di esuli cileni, passava il fantasma di Tarkovskij. Qui invece, al lettore avvertito, non sfuggirà il momento in cui la misteriosa voce telefonica fissa un appuntamento a Pilón. “Fra tre mesi. La aspettiamo il 28 luglio, alle otto di sera, in rue de la Réunion, vicino di Père-Lachaise”. Questo significa che la conversazione sta avendo luogo il 28 aprile, cioè il giorno di nascita non di Diodoro Pilón ma di Bolaño. Solo i pazzi e i grandi artisti possono credere che il dio della letteratura li chiami per telefono nel giorno del loro compleanno.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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