Carabba

Carlo Carabba: l’imbarazzo della memoria

La neve come elemento rivelatore, organo instabile capace di ovattare, di rendere più omogeneo un paesaggio e infine restituirlo con le tracce – soprattutto quando come nel romanzo di Carlo Carabba, Come un giovane uomo (Marsilio), si tratta di un paesaggio mentale, della memoria – di un passato che riprende a sgorgare tra i pensieri silenziosi e confusi di un giovane che si fa uomo.

Il tratto è istintivamente generazionale, Carlo Carabba scrive e racconta una generazione rappacificata che ha saputo e potuto elidere ben oltre la soglia della giovinezza ogni forma di conflitto, una generazione per certi versi subito adulta nella capacità di mediazione e gestione sociale e affettiva, ma legata ad una superficie levigatissima e scivolosa incapace di evolvere se non per oggetti distinti, per azioni emblematiche e sopratutto per inaspettate e dolorosissime tragedie. Ed è la tragedia come fatto inaspettato una delle chiavi di volta di Come un giovane uomo. La tragedia che si pone parallelamente alla molle caduta della neve su Roma, una neve che il protagonista ha aspettato dal tempo dell’infanzia con ingenuo e ora a tratti colpevole desiderio.

Roma rivive nelle pagine di Carlo Carabba attraverso una distinta geografia di formazione, attraverso una posa adolescenziale tipica – verrebbe proprio da dire – dei giovani uomini d’oggi che legati gli uni agli ad un’insieme di oggetti emotivi simili alle macchie di Rorschach raccontano solidali anche nelle differenze un passato che ha sempre più un’odore postmoderno, una plastica bruciata e inutilizzabile di cui non restano che i colori acidi, le forme stucchevoli e i giorni persi in una pallida noia.

Tuttavia il romanzo non si rifà ad una semplice malinconia borghese, ma ad un corpo più ampio, indistinto che tiene le differenze a tacere e che uniforma gli stati d’animo come lo stile che si fa a sua volta vera e propria educazione inculcata ad una generazione perennemente dolente.

La consapevolezza è così il vero e unico grado di desiderio permesso, il vero e proprio traguardo ambito. La necessità di dare al tempo una forma esatta, uno spazio preciso dentro al quale poter catalogare la propria intimità in cartelle che possano coerentemente rispondere al titolo di passato, presente e infine futuro.

Questo movimento viene reso ogni giorno inevitabilmente più improbabile: le sorprese si sussegguono, il ritmo perde ogni cadenza e l’obbligo che si pone è quello di dare forma ad un disegno nuovo, improvvisato eppure abile a cogliere le occasioni o meglio ancora le sensazioni che si mischiano tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. La necessità dunque estrema di un presente che si riveli costantemente in tutta la sua vitale evidenza senza l’obbligo di abbandonare il resto, l’attorno che si presumeva dimenticato.

Come un giovane uomo è il libro colto, a tratti raffinato che ha però la sua principale forza, non tanto nei riferimenti e nell’abilità di posizionarli strategicamente come su una scacchiera in maniera sempre puntuale ed efficace, ma nel dare ad una lingua scarna la consistenza a tratti felicemente ingenua e incantata di uno sguardo gentile.

Una scrittura addolorata eppure mai sentimentale, una fredda eleganza che sembra definire un mondo sia passato che presente come legato intimamente alla fermezza dei piccoli gesti. Un’eleganza che rivela – tra la neve in scioglimento – piccole fratture, graffi e inevitabili tagli del tempo che solo un meditato soprappensiero può curare, lasciando spazio al tempo dopo, quello che viene quando l’infanzia è finita.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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