culturale, giossi, elisabetta bianchi

Lavoratori culturali, non artisti: profilo sinistro, profilo destro, profilo centro

La distanza obbligata di questi giorni ci ha lasciato in dote solo una serie di fotografie. Foto di profilo, fotogrammi di call, stories su Instagram e tutto l’armamentario del caso. Prima erano persone che frequentavamo e ora sono solo fotografie, ma ne siamo del tutto sicuri? Cioè siamo davvero sicuri che prima frequentavamo persone e non già fotografie?

Sono ormai un po’ di anni che l’accesso social, rete o come cavolo si voglia (inutilmente) definirlo precede spesso l’incontro, per non dire di quando spesso ne rappresenta il volano. Album fotografici da visitare ossessivamente: Ma che davvero nel 2017 andava ad un concerto dei Coldplay? Ma che davvero pensava nel 2016 che Massimo Teodori sia un americanista? E poi quella giacca, quello sfondo, quel bar e quel bicchiere. E via via osservando ed elaborando.

Sono anni in sostanza che elaboriamo visioni e pensieri aderenti alle nostre aspettative e poi sul più bello siamo costretti ad incontrarci: Certo che quell’odore, che si è messa l’olio d’oliva? Oppure quel modo che ha di masticare, e quel tic all’occhio? E poi pareva avesse meno pancia in foto: che occhi piccoli, che mento corto, che naso con la gobba. Ma che ha una gamba più corta? Possibile?

Da anni elaboriamo persone che poi non esistono e che tendono a distaccarci sempre più non solo dagli altri, ma da noi stessi. Un modo efficace per paralizzare ogni possibile idea, un mezzo davvero efficace di auto sabotaggio. Perché nonostante tutto l’impegno critico possibile, nonostante le lenti e i righelli, il contrasto e le ricerche incrociate su Google, in foto il mondo sembra sempre essere più spendibile di quanto non sia dal vero e così pure le persone che lo abitano. E forse questo – è il caso di dirlo – non è proprio un problema da poco.

Se accettiamo banalmente che la fotografia – mettiamo quella profilo – seppure totalmente estranea alla fisionomica della persona in qualche modo però riguardi la persona dovremmo porci il problema di dove siamo finiti se quella persona non riusciamo più a vederla e non certo per colpa del virus, della mascherina o del distanziamento, ma perché poi una volta – diciamo così – davanti a noi e al nostro cuore, ci pare impossibile ricostruire un percorso di affinità, logico, storico culturale con la foto che magari mesi fa ci illuminò con l’idea di un lavoro insieme, di un caffè, di una vacanza, di un amicizia come di un amore.

Mesi fa vedemmo probabilmente una foto e la scambiammo forse per uno specchio, abbiamo pensato che ci fosse un altro dall’altra parte ed invece eravamo sempre a casa nostra in mezzo ai nostri quattro stracci di pregiudizi.

Questi mesi di distanziamento rappresentano in parte una forma di risveglio ed è assolutamente vero che ci si risveglia più poveri e anche un po’ peggiori di prima. Del resto quel prima chissà cosa era, mentre ora che misuriamo a piedi nudi i metri quadri del nostro spazio qualcosa di reale lo riconosciamo. Non che sia molto, ma intanto le misure attorno sono garantite.

Potremmo dunque felicitarci delle discussioni inutili ora perse che ci hanno tediato per anni, dei caffè presi con emeriti ed emerite sconosciute di cui in verità non ci fregava molto, in alcuni casi proprio niente.

In questi mesi abbiamo avuto più tempo per noi, ci siamo riconosciuti, facciamo un po’ schifo e siamo anche di molto invecchiati in poche settimane, ma va bene così. Benissimo, ottimo. Evviva.

Ora però ci dicono che dobbiamo tornare fuori perché non è vero che ora siamo più liberi di muoverci rispetto a prima, no ora siamo più obbligati ad uscire rispetto a prima che eravamo più obbligati a restare in casa. Il punto dunque è, ma ora cosa usciamo a fare? Sì certo lavorare ecc ecc.

Come giustifichiamo ora l’uscire per rendercelo digeribile? Per rendere accettabile i colleghi bastardi, i treni da pendolare, i costi assurdi di una piadina in pausa pranzo? Per rendere accettabile la puzza dei call center, l’orribile estetica delle agenzie di lavoro temporaneo e tutti quei rompicoglioni che hanno un sacco di cose da dire, da farci vedere e da farci conoscere? Che ci racconteremo questa volta, ora che abbiamo esaurito quasi tutte le scuse costruite in dieci anni circa di rete e social?

Questo certamente è un problema, ma ce ne sta un altro peggiore e non mi riferisco a tutti gli ignoti dietro immagini profilo che ora ci vengono incontro con mascherina sul volto desiderosi di darci di gomito a mo’ di saluto manco fossimo ancora al tempo del Bump. Il problema è che tutto quello che prima di Covid-19 avevamo immaginato e desiderato ci piaceva da morire, aveva forme bellissime e uno stile incredibile, erano persone eleganti, colte, sorprendenti ed originali, seducenti e incredibilmente disponibili.

Certo come detto qualcosa scricchiolava al caffè o durante la cena, ma erano tutti baci regalati che non si potevano certo rifiutare: si chiudevano gli occhi ed era tutto finalmente come sempre l’avevamo sperato, perché come sempre avevamo saputo che in fondo esisteva per davvero, almeno un poco.

Ora qui il punto non è scivolare nel nostalgico, ma provare ancora una volta ad ancorarci all’oggi scendendo magari un po’ nel particolare.

Una delle reazioni più evidenti del Covid-19 è stata una grande disponibilità a scrivere, raccontarsi e al tempo stesso a cercare soluzioni, immaginare un futuro possibile e anche migliore, quasi liberando anni di frustrazioni.

Uno dei settori che più ha prodotto riflessioni è stato quello della cultura, non che tutto questo ci abbia portato al momento a qualche soluzione entusiasmante, ma comunque si sono realizzate soluzioni seppure temporanee e disponibilità al dialogo prima impensabili. Cinema, teatro, editoria, lavoratori e lavoratrici della cultura tutte e tutti mobilitati in cerca di unire realtà a speranza. È stata ed è una fatica enorme, non nascondiamolo, ognuno ci ha provato superando differenze e diffidenze non banali e tutto questo è stato fatto mantenendo le distanze eppure nulla di particolarmente visionario è stato infine però prodotto. E questo è pure un bene se non fosse che si può certo vivere grazie a molte cose, ma non si può immaginare un oggetto culturale privo di eros, perché è questo che è mancato più di ogni altra cosa.

La pandemia insieme alla libertà di rivederci e di ripensarci ci ha tolto l’eros, anzi noi stessi l’abbiamo buttato in disparte. In cambio però abbiamo potuto misurare competenze e lucidità che prima parevano brancolare nel buio. Una serie di professionalità (cosa esiste di meno erotico di un professionista, ricordiamo l’arbitro cane di Palombella rossa) bloccate per anni da equivoci e poco spazio. Persone che hanno lottato per mantenere un tessuto culturale in questo malconcio Paese e che ora proprio quando rivelano e mostrano pubblicamente le loro capacità rischiano di veder tutto spazzato via da una crisi che si annuncia durissima per non dire letale.

Molto di quello che è stato proposto rischia di non avere il fiato necessario e di posarsi su un’illusoria realtà data da uno stato d’emergenza (e probabilmente anche d’eccezione). È il limite del lavoro culturale, della necessità della sua radicalità spesa però in nome di un progetto, di un processoe non di un Io. In questi giorni si ricorda Cesare Pavese che è stato tra le altre cose uno dei più efficaci e straordinari lavoratori culturali radicali dell’editoria italiana. Pavese a differenza di Vittorini decise infatti di mettere in disparte le proprie personali priorità in nome di un progetto culturale comune seppur filtrato anche attraverso la sua visione. Pavese, non a caso non fu un uomo da Diario in pubblico, strumento oggi così tanto di moda tra i molti fanfaroni della pubblica piazza culturale.

Pavese è un modello ideale di lavoratore cultuale, tuttavia era anche un poeta e questo purtroppo non è dato a tutti.

Così tornando alla rete, alle faccine, ai profili, tornando nell’allegro e miserabile bailame di facebook, twitter, whatsapp mi domando da dove vengano questi volti, queste fotografie di un passato falso e solo immaginato, mai perso perché mai esistito. Ed è evidente così la notizia che ci dobbiamo portare da casa verso la strada, ossia che se all’eros possiamo forse accedere, alla poesia no. E che non si riconoscono gli uomini e le donne da una fotografia tanto più se crediamo che possano assomigliarci, essere a noi simili e dunque nella migliore delle ipotesi solo passati.

Non siamo artisti, ma solo lavoratori culturali un po’ nevrotici e privi di qualunque ingegno che non sia esprimibile attraverso corsi universitari, pratiche, qualche numero, qualche denaro ben speso, un po’ di pensieri (ma solo se messi in ordine ed espressi con chiarezza). Lavoratori culturali in purezza dunque, incapaci di ogni visione, ma magari di una mission anche sì e in questo tempo in fondo non è poco. Pensavamo di essere capaci ai baci ed invece possiamo e dobbiamo solo fissare qualche appuntamento, centralinisti di noi stessi.

Credevamo di aver visto qualcosa, ma non era nulla eravamo sempre noi che dormivamo senza sognare, magari qualche appuntamento lo salteremo ancora, ma sarà solo un vezzo utile e necessario al nostro cosiddetto posizionamento professionale. Eravamo foto anche noi, e almeno oggi questo l’abbiamo capito.

Fotografia di Elisabetta Bianchi

 

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
Commenti
Un commento a “Lavoratori culturali, non artisti: profilo sinistro, profilo destro, profilo centro”
  1. domenico scrive:

    Dopo aver letto molte cose di buon senso, propongo di leggere di Mario Perniola “Contro la comunicazione “(2004 ed. Einaudi) ,cosi’ il cerchio si chiude.

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