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Stare in casa: l’estensione della lotta al tempo dei vecchi e dei giovani

Si dice, si ripete e perfino si rassicura che a morire sono, saranno per lo più i vecchi: per la grossa maggioranza la mattanza da Coronavirus riguarderà i corpi e l’anima debilitata degli anziani, uomini in particolare. E non si capisce perché questo dovrebbe da un lato essere un sollievo e ancor meno una novità.

È ormai più di mezzo secolo che i giovani hanno smesso di morire in occidente e in generale è da molto tempo che i giovani hanno smesso di fare anche molto altro, chiaro non è una questione di qualità e nemmeno di personalità e ancor meno generazionale e io non mi sto trasformando in Ernesto Galli della Loggia (non ne sarei mai in grado, in ogni senso si voglia leggere questa affermazione).

I giovani sono sempre più parte di un movimento conforme che prevede sempre molta bellezza e invidia per chi invecchia, ma non più in grado di esprimere un reale contro-avanzamento, ma al massimo un semplice per quanto necessario e anche sorprendente semplice e neutro-avanzamento. Essere giovani aderisce ormai all’essere produttivi e partecipi di una società nella sua centralità, non è più l’energica eccezione di una minoranza che contrasta e innova e che spinge per partecipare. Oggi non è più il sessantenne con accendino Dupont in tasca che garantisce l’ingresso in società, ma è la ventenne biondo Supreme al suo fianco che ne certifica la permanenza.

Come già indica nel titolo un bel testo a tratti provocatorio di Alberto Rossetti, I giovani non sono una minaccia. I giovani oggi lavorano in casa, non lottano più per le strade, stanno sui social non in assemblea permanente. Chiaramente sono due stereotipi e oggi più che mai restare è diventata una dote non banale: restare a casa certo, ma restare sul posto di lavoro, restare attenti e vigili e per farlo bisogna saper maneggiare con sapienza una materia che sotto la parola comunicazione significa molte cose, molto diverse le une dalle altre e tutte molto difficili da gestire.

Da quando questa reclusione è cominciata chi lotta dunque è chi rimane a casa e chi vi riesce meglio nonostante tutto è chi è stato attrezzato dalla vita, da una serie di mancanze e di certezze. E chi meglio delle ultime generazioni sembra essere più adatto a stare? Stare è il verbo giusto, stare è dove esiste il senso di tutta questa storia.

Una lotta che vede ogni generazione in posizione diversa e a tratti dolorosa: i vecchi lottano contro la morte come da sempre sono stati abituati dalla vita e da lontano i figli e i nipoti cercano di capire che futuro sarà e ci provano con l’ansia di chi porta con sé le stigmate di chi è stato cresciuto in un tempo assurdo in cui nulla è mai abbastanza, e in cui spesso nulla è quello che si ritrova tra le mani.

Ci dicono che abbiamo pochi respiratori, poche terapie intensive e troppi malati e questo è ormai un dramma quotidiano. Ce lo dicono i politici più o meno credibili, il corpo medico stremato, gli esperti angosciati e angoscianti. Un dolore acuto, uno stillicidio atroce. Quando prendiamo fiato un attimo è per guardarci attorno ognuno dalle proprie finestre confinati in un mondo nuovamente enorme e infinito. E pensiamo a quel noi stessi che non possiamo per ora essere più, a quell’infinito che sembra svanito tra le pantofole di casa e il respiro del cane che dorme.

Abbiamo mani e mezzi antiquati e solo ora ce ne accorgiamo, senza più la nostra soddisfazione in permanente posa. Leggere in queste giornate da scontare è sempre più difficile. Immergersi in un libro lungo? O meglio un testo breve? Si salta di qua e di là come se si fosse in un parco e non davanti ad una pila di libri che sembra rivelare quanto non sappiamo fare più ti quanto credevamo di essere curiosi e attenti.

Intanto vecchi istinti che credevamo dimenticati ci dicono come fare quando il mondo resta fuori dalla finestra e con lui le persone amate, alcune lontane, e altre non poche, chiuse tra le stanze d’emergenza di un ospedale. Ci dicono una cosa semplice: guarda come si sta, impara a stare, ed esercitati fino a che non sarai in grado di stare per davvero come chi ha davanti agli occhi e nel suo corpo i segni crudeli di una morte incombente.

Torneremo a baita? chiedono gli alpini al sergente Mario Rigoni Stern. Si tornerà certo e senza dubbio, ma ora bisogna imparare a stare. Si badi bene, il paragone non è con la guerra – stupido e pezzente confronto – ma con la morte che non da oggi ci riguarda, ma che da oggi probabilmente riassorbiremo fin dentro le nostre vene come a chi prima di noi è toccato subire altre condanne simili per mano della stessa stupidità o fatalità, che spesso corrispondono.

Stare significa impedire di farci contagiare, stare in casa ovvio, ma anche evitare di farci assorbire da un conformismo di cui domani avremo ancor meno bisogno. Domani dovremo infatti ritrovare quanto è bello stare in piedi in un modo comodo, a noi prima di tutto. Giocare come meglio crediamo, spaccare e rompere come meglio sentiamo. Domani non avremo più spazio sufficiente per metterci in coda, mentre ne avremo per coinvolgere, per partecipare, per dare forma e senso ad ogni minuto fuori dalle nostre case finalmente aperte. Certo dovremo essere in grado di vederlo e prendercelo quello spazio, di liberarlo da un tempo chiuso e spento da troppo tempo ormai.

Si impara presto quando il tempo scarseggia. Quei maledetti ultimi giorni che abbiamo visto negli occhi di chi abbiamo amato costano una fatica infinita che opacizza gli occhi di chi è a fine corsa. E allora dove sta la possibilità di uscita quando tutto è dato a termine? Dove ritrovare il desiderio quando parrebbe inutile anche solo pensare di metterlo in pratica? Probabilmente dal ritmo che non ha bisogno di voce, dal cuore che non ha bisogno del fiato, e dagli occhi che non hanno nemmeno più bisogno di guardare.

Viviamo in un mondo di vecchi, lo sappiamo e ce ne doliamo spesso, ma del resto noi alleggeriti dall’essere noi stessi padri e madri abbiamo trovato risposte empiriche più spesso dai nonni, da chi aveva sul corpo il segno evidente di una sconfitta che non è altro che l’età e tutto quello che ne consegue. Eppure quelle nonne e quei nonni restavano, senza sapere molto, senza capire molto, ostinatamente stavano, illuminandoci. Come facessero ancora non lo sappiamo, lo possiamo intuire e comprendere un pezzetto alla volta dedicandoci con molta cura e attenzione.

Quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi va oltre la tragica assenza di un corteo al seguito di una bara, stiamo assistendo ad un passaggio generazionale che attraversa territori, città e famiglie. La pratica dell’essere giovane deve ritrovare un indirizzo nuovo, una centralità obbligatoriamente deflagratrice. Non può più essere al servizio di un’ambizione altrui e preconfezionata, ma deve darsi a un’idea sociale innovativa e capace di determinare spazi e ragioni. Non più il termine di paragone di un passato sempre noiosamente più glorioso, combattivo e bello, ma la ragione prima di un paradigma totalmente altro.

Nel 1976 Martin Scorsese segue e filma la tournée di The Band, ne uscirà un piccolo capolavoro, The Last Waltz del 1978. In rete è possibile trovare vari frammenti, uno di questi è una straordinaria performance di The Weight, ed è anche e soprattutto una lezione esemplare di come stare on stage. Nulla è prevedibile in questa esibizione, ogni azione condensa la successiva, ogni gesto, ogni nota, tutto è perfettamente coeso in una capacità assoluta di stare, una misura straordinaria ed erotica. Quando la vita è così non ci si perde mai

Tuttavia quello che meglio chiarisce il nostro momento è un altro video che si collega al primo, ma arriva parecchi anni dopo.

Qui siamo nel 2009, Levon Helm è già malato e debilitato e sale sul palco in occasione di una di quelle celebrazioni tanto di moda da quando il rock è diventato anziano. Qui non conta quando attacca la musica, ma quando attacca la sua voce e il tempo improvvisamente si dilata. Il suo volto scavato, la fatica, il filo sottile che non si spezza (come il suo sorriso), la necessità umana e vitale di stare, senza timore.

Su quel palco gli altri fanno il loro mestiere, anzi lo fanno alla grande, ma Levon Helm va oltre, mostra che trent’anni non sono passati invano. Sono stati anni bellissimi e di furore pazzesco e che ne è valsa la pena e che nulla, nemmeno la morte nei polmoni, può impedirgli di stare.

Stare non significa esporre qualità eccezionali o forza e potenza straordinarie, significa indagare là dove le cose si piegano e si rendono spesso faticose ed inspiegabili, e alle volte pure imbranate e maledettamente ottuse.

Stare significa saper contenere differenze e debolezze, curare le contraddizioni e anche amare in un certo senso il conflitto, significa intonare a venti anni come a cinquanta un pezzo come The Weight perché si è umani non per l’energia che ci attraversa, ma per la capacità di sentirsi tali, ovvero infiniti anche perché mortali.

I picked up my bag, I went lookin’ for a place to hide
When I saw Carmen and the Devil walkin’ side by side
I said, “Hey, Carmen, come on let’s go downtown”
She said, “I gotta go but my friend can stick around”

Fare di questo mondo quello che desideriamo prima ancora di quello che vogliamo, un tempo forse lo sapevamo meglio di oggi, non servono consigli chiaro, occorre sentirlo

It’s just ol’ Luke and Luke’s waitin’ on the Judgment Day
“Well, Luke, my friend, what about young Anna Lee?”
He said, “Do me a favor, son, won’tcha stay and keep Anna Lee company?”

Che sia Milano,Crema, Bergamo o Nashville, stare è il modo di essere ora necessario per preservarci, ma anche per buttare via l’idea che la novità, la soluzione debba legarsi ad un tempo illimitato ed espanso in cui ogni cosa cresce: dalla ricchezza alla ragione, fino alla potenza. Stare significa non declinare e questo se non è tutto è già molto per chi biologicamente dovrebbe avere l’ansia di un tempo finito.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
Commenti
2 Commenti a “Stare in casa: l’estensione della lotta al tempo dei vecchi e dei giovani”
  1. gelsomina di pasquale scrive:

    Ascolterò quei brani e guarderò quel viso scavato. Userò l’ultima frase”avere l’ansia…” per dire qualcosa . Sono anche una madre che vive con sua figlia in carrozzina, che ascolta le sue lezioni online e che in modo diverso è spesso stata “confinata” ed io con lei. Lei giovane io no. Le possibilità di essere e di stare non so se dipenda dall’età. non è solo un fatto personale. Io scrivo e apro la nostra unica finestra e fuori il silenzio non mi fa paura, e le ruote che scivolano sul pavimento, ancora più pulito,(di necessità si diventa anche massaia scrupolosa) della nostra casa fanno lo stesso piccolo rumore. Allora? grazie per chi ha ancora necessità di dire che stare è una condizione dell’anima

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  1. […] a trasformare ogni situazione nel proprio posto di lavoro, a stare sempre nel proprio progetto: dove lo stare, come qualcuno ha scritto, è verbo centrale, ma anche sintomo di una paradossale carenza di agency, che si manifesta proprio là dove ci si […]



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