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La sfida di L.O.V.E. non al denaro non all’amore né al cielo

In un tempo non sappiamo dire quanto evoluto e realmente conscio della propria complessità in cui si predilige rivolgersi, intendiamo culturalmente, di volta in volta a pubblici più o meno definiti, Giancarlo Liviano D’Arcangelo decide di prendere la strada più erta, quella che lo vede chiamare a raccolta i lettori.

Difficile dire chi siano per davvero oggi i lettori di libri, e in verità è ugualmente difficile definire quali siano i lettori di cinema, di radio o peggio ancora di quella cosa informe che è diventata la TV che da qualunque forma di trasmissione audiovisiva ha succhiato nel tempo energia e diversità, infettando e infettandosi.

Ancora più arduo è il tentativo di capire chi siano i lettori di letteratura italiana contemporanea spesso anonimi naufraghi di un tempo in dismissione. Certo è che la scelta di D’Arcangelo va nella direzione di una ricerca e di un’ostinazione umanistica pura.

Probabilmente D’Arcangelo va verso una sconfitta, ma di sicuro questa sua ultima impresa (è il vero e proprio caso di definirla tale) valeva la pena che venisse compiuta e a fronte di equivoci varrebbe la pena che venisse compiuta anche dai lettori, chiunque essi siano, dovunque essi si rifugino, aprendo e godendo di un libro che oggi è raro anche solo che venga pubblicato (merito a Il Saggiatore) e ancor più raro che venga pensato e scritto.

Di cosa parla dunque L.O.V.E. nelle sue oltre ottocento pagine? Lo chiarisce subito la copertina, parla di libertà, odio, vendetta ed eternità. In sostanza racconta le vicissitudini di una famiglia italiana un tempo ricca e potente, e oggi – come da tradizione – decaduta. Una famiglia che tuttavia contiene proprio nel movimento stesso della sua decadenza l’essere, la sostanza primigenia della sua curiosità, della sua potremmo dire malata genialità.

Attenzione però perché la decadenza non riguarda la perdita di denaro e non c’entra nulla con la perdita di centralità sociale. Oggi la decadenza è un movimento appunto, uno stare nel tempo rilucendo del proprio passato. Una forma di godimento assurda e assoluta attraverso la quale il protagonista ed io narrante di L.O.V.E., Giordano Giordano perpetua la propria esistenza impastandola di verità e di memoria, ossia di ottusità e masochismo.

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La famiglia si scioglie così nel suo ultimo erede, vera e propria emanazione di vizi e contraddizioni. Un agente dunque che tra antichi allori e odierne indecisioni rivela la mostruosità del danno, di quel danneggiamento letale che è il denaro di famiglia, la ricchezza accumulata, l’orgoglio dei morti.

Giancarlo Liviano D’Arcangelo gioca con i fantasmi dell’imprenditoria italiana, quelli da imitare, ma che nessuno ha mai più imitato (Olivetti è da sempre il primo nome della lista) per mancanza di coraggio o per eccesso di nichilismo, ma soprattutto gioca – ed è un gioco serio – con gli stilemi un po’ ridicoli e consunti della cultura italiana contemporanea. D’Arcangelo critica questo stile culturale a tratti fasullo e a tratti perduto tra le sue ombre, così incapace di produrre pensiero e figuriamoci poi della pratica.

Un viaggio dentro quello che resta, ma soprattutto dentro quello che pare essere scomparso tra i vizi uggiosi che hanno sostituito ogni forma di libero (e felice) eros. Una lingua quella di D’Arcangelo sempre in bilico o forse si potrebbe dire in equivoca riflessione, tra asciuttezza e densità, tra evocazione ed elaborazione, tra casualità e progettualità.

L.O.V.E. è un romanzo epico che supera l’incompiutezza dell’ultimo Novecento italiano che dopo aver inseguito la forma romanzo come un sacro Graal è scivolato rovinosamente perdendo ogni forma e misura. Certo quell’ultimo scorcio di secolo fu comunque in grado di rivelare e di non perdere la grazia e lo stile che vedranno invece la loro caduta in una sorta di scomposta assenza negli anni duemila, là dove tutto è accaduto, ma nulla è stato raccontato e tanto meno decifrato.

L.O.V.E. offre così al lettore il senso di una sfida, la necessaria differenza tra godere e partecipare, tra leggere e guardare.

La sconfitta è quasi sicura, le incertezze anche quelle sono tutte li da vedere tra le fitte pagine, così come i limiti e i difetti che coinvolgono i lettori mettendoli di fronte ad un tempo mostruoso e dolorante, ma non certo privo quando si abbia voglia e desiderio, di stupefacenti incantamenti.

Immagine: interno villino Spierer, Roma (arch. Carlo Pincherle)

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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