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Giovani cuori in lacrime: “Il vento selvaggio che passa” di Richard Yates

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Una storia che funziona può essere raccontata anche mille volte, e Richard Yates ne sapeva qualcosa. A chiunque gli chiedesse perché nei suoi libri fosse così presente la tematica familiare, rispondeva: «Non c’è altro di cui scrivere». Lo avrebbe dimostrato con romanzi come Easter parade e Revolutionary Road, in cui la famiglia perde e riacquista di continuo i suoi connotati positivi per trasformarsi spesso e volentieri in uno spazio insalubre, sfibrante e infelice.

Autore fondamentale per la lettura dell’America degli anni Sessanta e Settanta non meno di Carver o Cheever, Yates sarebbe morto a sessantasei anni senza aver goduto di particolari riconoscimenti o celebrazioni. Eppure la stoffa del genio non gli mancava: Kurt Vonnegut, Andre Dubus e molti altri amici e colleghi lo avrebbero ricordato per la sua «forza, la sua intelligenza e il suo nitore», per la sua prosa «che era come un coltello, una nube, una fiamma, un respiro». «Non ha mai prodotto un best seller, ma ha influenzato quanto meno due generazioni, sia come scrittore che come docente», disse di lui Seymour Lawrence, uno dei più importanti editori indipendenti di New York.

E tuttavia, Yates era ben lontano dal desiderare la gloria letteraria. «Non voglio successo, voglio lettori», confessava; e in quella ricerca di confronto e di un rapporto con chiunque fosse in grado di comprendere la profondità della sua prosa sofferente e sentimentale è racchiusa tutta la sua produzione, che almeno fin quando restò in vita venne costellata di non pochi desideri traditi e tiepidi successi.

Uscito nel 1984 per la Delacorte Press di New York con il titolo originale di Young hearts cry, Il vento selvaggio che passa (pubblicato da minimum fax e tradotto da Andreina Lombardi Bom) dimostra ancora una volta il coinvolgimento totale che Yates provava nei confronti dei propri personaggi, e riprende l’umore dei romanzi precedenti, nonché delle sue più famose raccolte di racconti (Undici solitudini del 1962, e Bugiardi e innamorati del 1981). Yates affonda ancora una volta nell’analisi minuziosa dei meccanismi di coppia nel panorama dell’America del dopoguerra, rivitalizzando molte delle tematiche a lui care – l’ambizione artistica, il tentativo dei protagonisti di resistere a una crisi matrimoniale o di affrancarvisi senza rimpianti, l’emancipazione da uno stato di sofferenza, sociale o privata; e le sublima attraverso un grande romanzo che celebra il fallimento, il terrore del convenzionale, il bisogno di non sentirsi diversi, sbagliati o fuori posto, e soprattutto la necessità di essere, di diventare qualcuno.

Diventare qualcuno è ciò in cui fallisce il falso protagonista Michael Davenport, un giovanotto che dopo la guerra cerca a tutti i costi di sfondare come poeta. In tutta fretta Michael si sposa, diventa padre, abbandona le scorribande di gioventù; ma in direzione ostinata e contraria sembra andare fin da subito la sua carriera letteraria. A rallentarlo è proprio il vivere la scrittura come un dovere a dispetto del talento o della disciplina, un dovere perpetrato nel terrore di guardarsi allo specchio e scoprirsi inetto. Soprattutto, è il presentimento dell’eventuale disprezzo altrui a bloccarlo, a partire dalla schiacciante figura di sua moglie Lucy, colpevole di minacciarlo con la sua innocente e involontaria ricchezza.

Il problema del divario sociale è centrale nel romanzo, benché Lucy – che ne è di fatto la vera protagonista – faccia di tutto per vivere discretamente il suo status di donna indipendente. Lucy è fin troppo in gamba, tanto che dopo aver sposato Michael intraprende un percorso di psicoterapia e decide di lasciare il marito per tentare, dopo una breve esperienza attoriale, anche lei la carriera di scrittrice. Attraverso le strade parallele e complementari di Michael e Lucy, Yates racconta il terrore della mediocrità, prima contrapponendoli ad altre coppie più o meno realizzate, e poi, dopo il divorzio, seguendoli nei loro percorsi individuali.

Mai nessuna delle due strade si stabilizza su un’unica frequenza: sia Michael che Lucy vivono un eterno riscatto, cercano di diventare migliori, ignorando la figlia che – come tutti i bambini yatesiani – non è altro che il capro espiatorio, il prodotto dell’inquietudine e della cecità dei genitori, troppo impegnati a realizzarsi e a combattere alla ricerca di un’identità ancora ben lontana dall’essere raggiunta.

Affanculo l’arte», disse. «Davvero, Michael, affanculo l’arte, d’accordo? Non è buffo che abbiamo continuato a inseguirla per tutta la vita? Morendo dalla voglia di entrare in intimità con chiunque sembrasse comprenderla, come se questo potesse esserci di aiuto; senza mai indugiare a chiederci se non fosse irrimediabilmente fuori dalla nostra portata… o se addirittura non esistesse. Perché eccoti un concetto interessante: e se l’arte non esistesse?.

Nel Vento selvaggio che passa la famiglia è ancora una volta messa in discussione, se possibile in via definitiva: l’unità familiare – o la presunta unità, com’era nella disperante dinamica di coppia di Revolutionary Road o nella favola malinconica delle sorelle Grimes di Easter parade – è presto distrutta a favore della ricerca di un successo individuale. Che arriva, se e quando arriva, attraverso una serie di cadute che Yates non ha vergogna di nascondere.

Dovevano essere, e lo erano di certo, anche le sue; così come sue erano anche le debolezze, le inquietudini, le discese negli inferi dei suoi personaggi. Ciò che distingue Yates da molti dei suoi contemporanei è proprio questa capacità di dipingere senza sconti le più inquietanti deviazioni del cuore senza mai peccare di indulgenza, ottenendo di fatto un effetto contrario e positivo che ha come risultato la sospensione del giudizio. Yates è presente in tutte le sue storie.

Perfino nella parabola discendente di Michael e Lucy, che dota tanto di una meschinità senza pari quanto di una sorprendente capacità rigenerativa. Nel Vento selvaggio che passa in particolare è la donna che tenta di liberarsi dallo status di casalinga e madre di famiglia, un percorso che Yates illustra con un’intenzione e una sensibilità che non potevano essere che quelle di uno scrittore spaventosamente bravo nell’ascolto e nella partecipazione emotiva. Mentre Lucy è la donna che cerca di sganciarsi dalle convenzioni sociali anche attraverso il sesso, pur finendo in una spirale di relazioni insalubri o insoddisfacenti, Michael è un uomo pieno di rimpianti, segretamente ed eternamente innamorato della donna di un suo amico; Michael è l’uomo mediocre, privo di autocontrollo e falsamente sicuro di sé che naviga in un orizzonte di tradimenti e insuccessi, sempre mascherati per pudore o per orgoglio.

A rendere Yates uno scrittore del tutto attuale non sono quindi tanto le dinamiche di una società e di un’epoca che iniziano a non combaciare più con la nostra idea di presente; quanto la rappresentazione di un’umanità che egli conosceva bene nelle sue pieghe più nascoste e sensibili.

La scrittura di Yates è quella di un uomo che attraverso le proprie storie cercava di raccontare le persone, il loro tentativo di contare qualcosa in una società sempre più standardizzata, il loro bisogno di farcela, la loro compulsiva ricerca di redenzione e d’amore a discapito della propria fallibilità. E in questo denso romanzo che si apre come una ferita dura a rimarginarsi, Yates mette ancora una volta al centro il dramma di lasciare un segno, di contare qualcosa per coloro che riteniamo importanti; e lo fa con una voce che incanta, che ferisce e che dimostra com’è struggente la realtà, com’è difficile brillare in un firmamento di stelle indifferenti.

Be’, cribbio, sono tornato a casa che mi sentivo tutto rotto, mi sentivo come se fossi finito sotto un camion. Mi sono buttato sul letto – a questo punto si abbandonò all’indietro sul sofà e si coprì gli occhi con l’avambraccio per lasciar intendere un abbandono totale alla sofferenza – «e ho pianto come un bambino. Non riuscivo a smettere. Ho pianto per ore, e continuavo a ripetere: “L’ho persa, l’ho persa”.
«Be’», commentò Lucy, «da quello che dici non sembra tanto che tu l’abbia persa, Bill; sembra più che tu l’abbia gettata via».

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989. Nel 2011 ha fondato il blog letterario Le ciliegie parlano insieme a Giorgia Fortunato, e nel 2015 il sito di letture ad alta voce pioggia&polenta. Vive a Roma e scrive due newsletter, scemenze e grazie per il latte, sotto lo pseudonimo di Cazzotti.
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