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Della giovinezza sul mare di Livorno

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di Gennaro Rega

In un recente incontro pubblico con lo scrittore romano Paolo Di Paolo, si osservò che il titolo del suo ultimo romanzo costituiva un perfetto endecasillabo (U/na/ sto/ria/ qua/si/ so/lo/ d’a/mo/re/). Dichiarata la involontarietà della scelta, egli, però, aggiunse che era in sintonia con il tema dell’autenticità che il libro voleva evidenziare, perché la poesia deve suonare autentica per essere apprezzata.

Ebbene, Un’altra giovinezza veniva dal mare, diario autobiografico di Lorenzo Greco, pubblicato a maggio 2018 da Vittoria Iguazu Editora – Livorno, con un titolo che echeggia la melodia dell’endecasillabo, conferma la precedente osservazione e si propone come libro autentico, coscienzioso, prezioso.

Ma sgombriamo subito il campo da un equivoco, in cui nell’Apertura del testo il lettore potrebbe cadere. Non siamo di fronte ad una autofiction, ad un auto-romanzo secondo l’interpretazione corrente che anche la critica letteraria italiana a partire dagli anni Novanta, focalizzandosi su romanzi di successo come quelli di Walter Siti, Giulio Mozzi, Rino Genovese, assegna ad un genere di narrativa ancora piuttosto ambiguo e sfaccettato (per chi voglia approfondire la questione rimando al saggio di Lorenzo Marchese, Genealogia dell’autofinzione italiana, apparso nel numero 64 della rivista Il Verri, da cui ho tratto qualche spunto). Questa è una autobiografia veridica perché il “patto autobiografico” con il lettore attesta che quanto si racconterà è accaduto “per davvero”, non ha niente di fittizio, al più verrà diminuito di molti dettagli, per riuscire meglio a distillare ciò che di quel vissuto serva ancora ad alimentare nuovi ideali, nuove assunzioni di responsabilità, nuove speranze per le generazioni a venire.

Infatti Lorenzo Greco, che è nato a Mazara del Vallo nel 1948 ma è livornese d’adozione,  ripercorre la sua esperienza di giovane universitario legato ad un movimento cooperativo della città toscana, la Compagnia dei portuali, che nella seconda metà degli anni sessanta decise di ridistribuire una parte degli utili in attività culturali che contribuissero alla educazione e alla emancipazione delle coscienze di una classe operaia (gli scaricatori, discendenti dagli antichi “risiatori”) fino a quel momento poco considerata perfino dalle altre categorie di lavoratori (tute blu dei cantieri, chimici, metalmeccanici) della città labronica. Un gruppo di studenti eterogeneo per età e ideologie, infervorato dalle idee scaturite da due libri-guida: Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani e Il libretto rosso di Mao Zedong, accoglie l’appello dei dirigenti della Compagnia a collaborare prima ad un doposcuola, e poi alla organizzazione di una piccola biblioteca nei locali della Casa del Portuale.

Lorenzo è tra questi e ce lo racconta in pagine fervide di passione pedagogica e civile.

Ma una “domenica. Livorno com’era bella/ l’autunno il mare in silenzio solcato da nuvole/ e un’aria azzurra…” avviene l’epifania di un personaggio destinato a cambiare radicalmente quel periferico laboratorio di generoso volontariato socio-pedagogico. Infatti alla inaugurazione della biblioteca presenzia Franco Antonicelli (1902 – 1974), uomo politico piemontese (l’anno dopo sarebbe stato eletto senatore nelle liste della Sinistra Indipendente), saggista e storico ma soprattutto, come lo definì Norberto Bobbio, “letterato colto e raffinato, scrittore elegante, suasivo, affascinante, signore del gesto e del discorso, della precisione dell’eloquio”.

Quel 18 ottobre 1967 avrebbe rappresentato una svolta nella vicenda umana e professionale di Lorenzo Greco. L’autore con finezza e a tratti con espressioni quasi poetiche, lo rievoca nelle pagine centrali del libro; ma già nell’esergo aveva riportato proprio la poesia A Giorgio Caproni, abbozzata da Franco Antonicelli alla fine di quella giornata livornese e contenuta in Improvvisi e altri versi (1944-1974) di cui nel 1984 Greco ha curato l’edizione per Vanni Scheiwiller. Lo stesso titolo del suo libro è una ripresa, appunto, dell’ultimo verso di quella composizione. Cito, infine, una frase di Franco Antonicelli che mi sembra cogliere a fondo la temperie della scrittura di Lorenzo Greco: “Anche una sola parola di poeta/ anche una sola/ aggiunge qualcosa al mondo”.

Alla scomparsa del senatore sette anni dopo, la vedova, che aveva gradito il gesto del console della Compagnia di dedicare al marito la biblioteca, decide di donare ai portuali livornesi l’intera dotazione libraria a sua disposizione. Una delegazione, di cui fa parte anche Lorenzo, si reca poco dopo a Torino con lo scopo di visionare il generoso e inaspettato lascito. Sono le pagine più vivaci e sottilmente ironiche del libro, dove la memoria “involontaria” dell’autore può emergere e spiazzare con un dettaglio la ricostruzione seriosa della memoria “volontaria”.

La narrazione si mantiene incalzante attraverso l’attesa del compiersi degli eventi: l’establishment culturale torinese riuscirà a convincere Renata, la vedova di Franco Antonicelli, a mantenere in Piemonte l’enorme patrimonio librario e documentale del senatore? Il volenteroso e appassionato gruppetto di giovani intellettuali livornesi, Lorenzo, l’autore, Angela, la sua fidanzata del tempo, ed Antonio, suo sodale d’università, restati a Torino per esaminare l’archivio e i libri di Antonicelli, riusciranno a superare i continui ed insidiosi ostacoli logistici, pratici e umani e a portare nella città labronica gli scatoloni stracolmi di libri e documenti? La rinvigorita biblioteca dei portuali di Livorno riuscirà a superare le diffidenze e le inveterate abitudini di dirigenti e utenti e a rilanciare il suo ruolo di volano culturale per le classi operaie? Quale linea progettuale riuscirà per essa vincente: elitaria biblioteca-archivio di studio e di consultazione o istituzione politico-culturale propositiva per l’intero territorio?

Lorenzo Greco scioglie con meticolosa pazienza e con dovizia di particolari questi ed altri interrogativi che hanno attraversato un cruciale decennio della sua vita (1981-1989): quello in cui fece parte del comitato scientifico della Fondazione Antonicelli di Livorno. Finché giunge con pacato distacco a rappresentarci il sofferto taglio del suo nodo gordiano: assecondare gli haud mollia iussa di Renata Germano rivolti a valorizzare, grazie ad iniziative prestigiose, le carte inedite, gli autografi, i documenti soprattutto letterari del marito; oppure rimanere al fianco del progetto del Console dei portuali, Italo Piccini, che intendeva fare della biblioteca e della Fondazione un elemento carismatico della politica dell’autogestione portata avanti dalla Compagnia?

L’autore, logorato da questa faticosa opera di mediazione, preferì alla fine dimettersi e imboccare nuove vie: l’insegnamento universitario prima, quello presso l’Accademia navale di Livorno poi, intervallati da tentativi di scrittura creativa e da una intensa e apprezzata attività saggistica.

Tutto questo viene condensato in una decina di pagine finali del libro, che si avvia così: “Mi capitò di essere visitato da pensieri molesti […]”. È forse per accantonarli definitivamente che Lorenzo Greco si è proposto di raccontarci questa sua tranche de vie?*

Ritengo, però, soprattutto importante la testimonianza di onestà e di fiducia nel lavoro intellettuale, che il testo propone ai lettori; perché come scriveva lo stesso Antonicelli in un articolo del dicembre 1959 sul Radio Corriere: […] il gran miracolo è il racconto scritto. Mai un tema di “fantasia”, cioè da immaginarsi prima di aver visto e sentito e capito; ma da immaginarsi, per così dire, dopo: infatti come ben sappiamo, la poesia è figlia della memoria.

L’autobiografia intellettuale di Greco incentrata soprattutto sui suoi anni di formazione e di dedizione a progetti che architettavano l’utopia di una cultura che, pur mantenendo la sua specificità, fosse vicina al popolo, si veste di una “onesta ripugnanza” di fronte al compromesso e alla saccenteria e si chiude con il fiducioso passaggio di testimone fra generazioni di oggi e di domani, così come proprio Antonicelli aveva prefigurato nel verso finale del suo testo dedicato a Caproni :  e un’altra giovinezza veniva dal mare aperto.

Nella parte finale del libro Lorenzo Greco fa dei fugaci, schivi  accenni ad altri, per la verità pochi, testi creativi da lui pubblicati, che mi danno l’opportunità di ripercorrere brevemente la sua attività di scrittore.

A pg. 114, rivolto all’amico Giulio Bollati scrive: “Non so nemmeno se te lo mandai il mio primo romanzo, a cui mi dedicai proprio in quei tempi”. Siamo nel 1990/91, subito dopo l’abbandono dell’incarico all’interno del Comitato scientifico della Fondazione Antonicelli. E qualche riga più avanti sinceramente conclude: “[…] Ma non andò bene”. Si tratta del romanzo intitolato Tecniche dell’adulterio, Camunia 1991, che forse fu concepito e scritto troppo tardi rispetto a tipologie di testi come quello di Alberto Moravia (Io e lui, del 1971) e un po’ troppo in anticipo rispetto al filone dell’autofinzione narrativa.

A pg. 119 Lorenzo Greco, che stava attraversando una dei periodi più conflittuali della sua permanenza alla Fondazione, confessa di aver spesso progettato un suo ritorno in Sicilia, per chiudersi in quell’eden che tanto aveva amato nell’infanzia. Ma il “dovere quotidiano” ogni volta lo aveva allontanato da questa fantasticheria. Nel 1999 per le edizioni Mazzotta l’autore pubblica un fascio di 26 liriche con il titolo Canzoniere per Mazara, accompagnate dalle illustrazioni di Giuseppe Modica. Un debito di riconoscenza al mare e alla città, con i suoi profumi, paesaggi, abitanti, attraverso lo strumento della poesia che in più occasioni egli ha dichiarato di sentire a lui particolarmente confacente. Va ricordato che il libro termina con un lungo racconto, Il segreto di Majorana. Alle pagine 119-121 dell’autobiografia se ne accenna la genesi.

E’ noto che la bibliografia e la filmografia sulla vita e sulla scomparsa del geniale fisico Ettore Majorana sono ricche di titoli, e imprescindibile è il romanzo-saggio di Leonardo Sciascia pubblicato nel 1975 (La scomparsa di Majorana); eppure il testo di Lorenzo Greco poco noto (tanto è vero che in una intervista del 2011 egli riuscì a far credere al giornalista di essere in procinto di scrivere, come prossima novità, questo racconto che aveva già pubblicato) offre una suggestiva interpretazione sul vuoto di notizie intorno al fisico italiano dopo il 25 marzo 1938.

Infine un dettaglio a pg. 65 ci rivela lo spunto che dette luogo alla ideazione del romanzo, Il confessore di Cavour, edito nel 2011 da Manni e selezionato per il Premio Strega di quell’anno.

“Lo scomparso [Antonicelli] era un bibliofilo, uno studioso di quelli che dovunque trovasse libri per lui utili o che gli piacessero molto, se li prendeva a prestito [o li acquistava]…”. Ebbene Lorenzo Greco ha dichiarato che “molto tempo prima della pubblicazione del romanzo, aveva trovato (appunto nel patrimonio librario lasciato da Antonicelli alla biblioteca dei Portuali livornesi) un documento raro, unico, inedito di un frate francescano, Giacomo da Poirino, che fu chiamato a Roma per ordine del Santo Padre Pio IX a rendere ragione di fronte al Santo Uffizio del suo operato. Infatti seguendo la propria coscienza di sacerdote (era rettore della parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Torino), aveva deciso di dare i sacramenti in punto di morte al conte Camillo Benso di Cavour, benché costui fosse scomunicato per le azioni politiche svolte ai danni dello Stato Pontificio.

Al di là della vicenda storica poco nota, che, come si legge nella Nota finale dell’Autore, soltanto Franco Antonicelli aveva rivelato parzialmente in occasione delle celebrazioni nel 1961 del Centenario dell’Unità d’Italia, lo scrittore livornese volle tratteggiare soprattutto la figura coraggiosa, coerente, dignitosa di un semplice francescano che non si piegò alle minacce dell’istituzione ecclesiastica e che per questo subì la sospensione “a divinis”.

Lorenzo Greco, durante un incontro con gli studenti del liceo Machiavelli di Pioltello nella primavera del 2011, rivelò che il dattiloscritto de Il confessore di Cavour era già pronto nei primi anni novanta. Lo aveva proposto alla lettura dell’amico Antonio Tabucchi, che però come era suo solito subito dopo sparì; passato qualche mese, si ritrovarono a cena, e il grande scrittore pisano gli confessò che proprio le caratteristiche etiche del frate piemontese lo avevano aiutato a finire il suo capolavoro Sostiene Pereira e ad attribuire al suo protagonista un analogo scatto di dignità e di coscienza.

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*Attualmente la biblioteca Antonicelli, composta da oltre 20 mila volumi, insieme ad una parte dell’archivio privato, è passata alla Biblioteca Labronica del Comune di Livorno che ha provveduto a una catalogazione informatizzata di tutto il materiale e nel 2015 ha allestito una mostra che ha permesso di conoscere meglio l’immenso patrimonio documentale e iconografico in suo possesso.

Commenti
Un commento a “Della giovinezza sul mare di Livorno”
  1. rocco scrive:

    Ottima recensione, puntuale, scrittura elegante.

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