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La vanità inizia a scavare il buco. Intervista a Gipi

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Questa intervista è uscita sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

Nel 2008 era uscito La mia vita disegnata male, poi negli anni successivi il mio editore aveva pubblicato delle raccolte che non considero libri veramente miei. Per me il libro è un processo preciso di scrittura, di coinvolgimento. Questo ha dato l’idea che fossero due anni che non facevo libri a fumetti, ma in realtà quando ho fatto Unastoria gli anni trascorsi erano addirittura cinque. Pian piano mi stavo convincendo che quella parte fosse proprio finita, che il disegno fosse andato via. Continuavo a fare illustrazioni per Repubblica, tra l’altro tecnicamente molto ostentate, però, visto che poi gli uomini si abituano a cose molto peggiori di questa, mi ero abituato anche all’idea che in sostanza non fossi più un fumettista. Poi è arrivato il cinema e mi sono detto “Sai cos’era? Era una strada che mi portava a fare il cinema”, ma in realtà le sensazioni di soddisfazione e di sicurezza che provo lavorando a una storia a fumetti con il cinema non ci sono.

Quando facevo libri come Appunti per una storia di guerra non è che fossi proprio un disgraziato, però non ero tanto distante dalle figure che raccontavo. Un po’ erano ancora molto vive nella memoria, e un po’ il mio modo di vivere era quello di uno che cercava di fare i fumetti in Italia prima di diventare un fumettista famoso, quindi uno che, quando andava bene, prendeva duemila euro per un libro che ci metteva due anni e mezzo a farlo. Non sono andato in vacanza per qualcosa come sei anni, quindi quando raccontavo di vita di provincia discretamente derelitta non è che mi dovessi inventare chissà che; la forzavo, chiaramente, la traslavo, ma era quello che conoscevo.

Dicevano che raccontavo storie di provincia, di adolescenti di provincia, di mezzi drogati di provincia, di mezzi delinquenti di provincia… Il fatto è che io lo facevo mentre ero un mezzo drogato di provincia, un mezzo delinquente di provincia; o almeno lo ero stato fino a pochissimo tempo prima di raccontare quelle storie. Per cui in realtà raccontavo gli affari miei e gli affari dei miei amici. È buffo, perché io per tanti anni, quando ero più giovane, cercavo il mio stile e so quanto la sofferenza più forte per un ragazzo che vuole fare un mestiere artistico sia proprio quella di trovare il proprio stile; e io non ho fatto differenza: ho passato tantissimi anni somigliando ad altri autori contro la mia volontà, scrivendo come altri autori contro la mia volontà, cioè in sostanza senza riuscire ad avere una voce mia.

Nel libro Esterno notte ho trovato la mia voce, e uno dei processi è stato scegliere di raccontare solo quello che conoscevo. Una caratteristica del fumetto italiano non d’autore era – è ancora – il fatto che parla di cose che sono completamente distanti da noi; i protagonisti di questo tipo di fumetto sono persone con nomi inglesi, con facce di attori, che vivono in Londre immaginarie, in New York immaginarie… Io invece volevo raccontare casa mia; non perché via Baracca mi piaccia di più della Fifth Avenue, ma perché mi dicevo che forse, raccontando cose che conoscevo molto bene, avrei avuto una voce originale, mia, propria. Poi le cose sono cambiate e con La mia vita disegnata male ho dato l’ultima botta al passato. Arrivato a quel punto le cose andavano meglio, guadagnavo abbastanza da non essere più uno delle mie storie, però avevo ancora vivo tutto il bagaglio di ricordi di cose da adolescenza e probabilmente, inconsciamente, le volevo anche chiudere. E poi quel libro era veramente un conto con il passato, uno sguardo su perché sono fatto in questa maniera, perché la vita ha preso queste pieghe, a un’età in cui di solito poi le pieghe rimangono per sempre.

La mia vita disegnata male è andato benissimo, troppo. Ha venduto quarantamila copie, record assoluto totale storico di vendita di un fumetto in Italia. E delle cose sono cambiate ulteriormente, e a quel punto il mio scollamento dalla mia vita precedente era assoluto. Il problema è che nella vita nuova secondo me non c’era un cazzo da raccontare. Quando “ti stacchi dalla terra” per un qualsiasi motivo è come se il reddito corrispondesse a una sorta di cecità indotta, per cui non vedi più niente, vedi le cose da una distanza che non ti fa partecipare quanto serve per poi poterle trasformare in racconto. Per me lo sguardo di uno che ha la villa a Capalbio e che parla dei giovani poveri non vale niente. Sono un po’ radicale su questo punto, ma non perché penso che sia un atteggiamento ipocrita, ma perché credo che proprio non possa riuscire a parlarne: è una roba da telepati, è come essere al di là di una parete, è volere dire cosa succede e quali sentimenti ci sono nell’altra stanza, senza mai entrarci. Quindi mi sono ritrovato così: mi ero costruito un linguaggio su delle basi e quelle basi non c’erano più. Le nuove basi non sapevano di niente, cioè erano ottime per andare magari alle feste e mangiare nei ristoranti di lusso se volevo, però non funzionavano con il racconto.

A me cominciavano ad arrivare i soldi, materiale mai visto in vita mia. Non mi sposto più con il treno locale Pisa-Lucca che passa da San Giuliano, Rigoli, Ripafratta, ma prendo gli aerei. Senza rendermene conto mi succede qualcosa: la vanità inizia a scavare il buco. Oggi sono arrivato alla conclusione che la vanità sia il nemico numero uno della creatività; diventa un agente distruttivo che si applica soprattutto alle persone che hanno avuto delle carenze affettive di crescita, cosa che io indubbiamente ho avuto e certificato dalla mia storia famigliare. Non c’è roba alla Dickens, non ci sono abbandoni nella pioggia e roba del genere; semplicemente sono cresciuto con uno dei due genitori che mi amava solo quando ero bravo, che è una cosa molto diffusa. Se io ero bravo mia madre mi voleva bene. Cresci pensando che quello sia l’amore: quella cosa che ti arriva quando sei bravo. E quindi diventi bravo: io so sciare, so portare una barca a vela di quindici metri praticamente da solo, so suonare basso batteria chitarra tastiere, imparo le lingue senza studiarle… Tutto quello dove posso eccellere lo devo fare, perché ho imparato quello. Ho imparato che per essere amato devo essere bravo. Per cui, guarda caso, chi pensa questo fa mestieri tipo l’attore, il cantante, lo scrittore, cioè roba dove vai a ricercare la stessa forma d’amore.

Io faccio un bel libro, cioè sono stato bravo, mi arriva un applauso e questo applauso mi scalda il cuore. Problemino: quella forma d’amore lì ti fa un buco che ti genera uno strano brivido di gelo nel corpo. Quando prendi gli applausi, cioè quanto ricrei quel meccanismo nel quale sei cresciuto, questa forma di amore che ti arriva dall’esterno ti dà l’idea di tappare quel buco; però succede una cosa strana: in realtà il buco ti si allarga. Per cui dopo te ne servono di più di quegli applausi, di quell’apprezzamento. E il buco continua ad allargarsi. Il succo è che il micro-successo avuto per La mia vita disegnata male ha innescato proprio questa roba qui, cioè mi ha allargato il buco nel cuore fino al punto in cui mi ci passava il vento gelido a cento chilometri l’ora. E una mattina alle sette sono arrivato a Psichiatria a Pisa, a quattro zampe, ho bussato e ho detto: “Mi aiutate, per favore? Perché penso solo a levarmi dal mondo”. Senza motivo. Volevo solo morire. Mi hanno visitato, mi hanno fatto una lista di farmaci, di robe da prendere, me li hanno dati, io li ho buttati via appena uscito dal cancello. Non li ho mai presi, però ho aggiustato un po’ di cose.

Ho tolto tutte quelle forme di gratificazione artificiale che m’ero costruito intorno; ho cambiato città, ho lasciato Parigi – che cazzo ci stavo a fare io a Parigi? Io sono uno che non va al cinema, non va a teatro, non me ne frega nulla di andare alle mostre, non vado ai musei, praticamente stavo a rubare il posto a un uomo civile. Sono tornato a casa mia, mi sono rimesso a stare coi miei amichetti ai quali non frega nulla di che tipo di mestiere io faccia, se vendo un libro o se ne vendo cinquantamila. Ho incrociato le dita, perché in quegli anni questo processo di raggelamento faceva sì che io andassi a raccontare e non mi venisse nulla. Andavo al tavolino e non mi veniva nulla. La mia vita era sempre stata quella, cioè che io andavo al tavolo e succedeva questa magia per cui scrivevo, disegnavo, facevo delle cose che più o meno mi piacevano. Morto. Quello che mi ha sgretolato è stato il rendermi conto che questa cosa, che io avevo sempre temuto che mi abbandonasse, mi aveva effettivamente abbandonato. Ho messo in atto un po’ di questi processi di aggiustamento, ho smesso di vestirmi come un coglione con tutti i completi fighi eccetera, ho smesso di fare la bella vita, mi sono ridimensionato molto, ho dovuto aspettare tre anni e mezzo e un giorno mi sono rimesso a disegnare. Una volta, parlando con Riccardo Mannelli, tanti anni fa mi disse: “Io e te siamo al sicuro, perché tanto prima o poi ci arriva la botta nella testa. Tutte le volte si torna giù nel pozzo e dal pozzo si ricomincia a lavorare”.

Lui è un genio. Lui ha il genio

L’unica cosa che ho fatto è stato riflettere sulla vanità, cioè su quali sono gli effetti della vanità su uno che in sostanza è un artista, che ha impostato la sua vita al guardare e al raccontare le cose. Ci ho riflettuto, ho cercato di mettere dei freni, dei paletti e modificare la vita, in modo che la vanità fosse meno permeante, e alla fine, dopo cinque anni di questo trattamento, un giorno così dal nulla mi sono rimesso al tavolo a disegnare, ma senza pensare prima.

Sui social media a volte uno fa una battuta e gli altri gli dicono “Sei un genio”. Facendo il mestiere che faccio, cioè inventando roba, di questi commenti ne ricevo parecchi. Nella nostra società contemporanea si usa dire “lui è un genio”; gli antichi greci invece usavano lo stesso termine in un’altra forma, dicevano “lui ha il genio”. Questo significava, per loro, che quella persona, in quel momento della sua vita, era toccata dagli dei in un modo tale che lui possedeva – in quel momento, per quel periodo – il genio. Per me è molto importante questa differenza fra noi che intendiamo “lui è un genio”, come se fosse questione di nascita, e quest’altra “lui ha il genio” come processo anche probabilmente a tempo. Credo molto in questa definizione antica. Anche perché ho sempre avuto la sensazione di lavorare bene quando avevo il sentore di non essere lì; come se uno potesse svanire e diventare un tramite fra dei misteri e il foglio. E questa sensazione l’avevo sempre tradotta nell’idea di un uccellino che mi stava sulla spalla, con la fragilità della sua condizione, che appena ti muovi piglia e vola via. Per cui avevo sempre questa sensazione di un uccellino che stava qui e che all’orecchio mi suggeriva che cosa fare.

Quando non ho più avuto la capacità di lavorare, avevo semplicemente la sensazione che l’uccellino fosse giustamente andato via, che magari fosse andato da qualcun altro che aveva in quel momento un comportamento e faceva delle scelte anche etiche, di esistenza, più meritevoli; tutto qua. Per cui m’ero messo l’anima in pace: c’ho patito tanto, ma se è andato è andato. È durato quanto, sette anni? Ci puoi stare, va bene. Un giorno salgo al piano di sopra della casa dove abitavo prima, dove avevo il tavolo da disegno dove non mi mettevo mai e dove però avevo anche il computer dove giocavo sempre a “World of Warcraft”; salgo le scale per andare a vedere se il mio non-morto del sessantesimo livello passa al sessantunesimo e così via. E succede che il culo – perché, ve lo giuro, la sensazione è stata quella – si siede sulla sedia di destra invece che su quella di sinistra dove avevo il computer; prendo un foglio, una pennina, e faccio la prima vignetta del libro – nella prima vignetta di Unastoria c’è una stazione di servizio di quelle stile anni ’70 con la frase “Dammi risposte complesse”.

In quel momento io non ho la più pallida idea del perché io mi sia seduto lì invece che andare a giocare al computer; mi sembra anche stupido, tanto non verrà niente; però faccio questa prima vignetta. E poi ne faccio un’altra accanto – che non viene, quindi la taglio e la butto, e mi rendo conto che non so nemmeno più fare due vignette una accanto all’altra, quindi disegno su un altro foglio, poi ritaglio e la accosto lì; ne faccio un’altra; ne faccio un’altra; ne faccio un’altra. Tutte a pezzetti, non ero in grado nemmeno di fare una tavola, sembravo un atleta abituato a fare i cento metri che si è troncato il bacino e i femori, è stato otto mesi a letto, e prova a camminare di nuovo. A pezzi e bocconi faccio le prime tavole del libro. Non ho idea di cosa sia, in quel momento; non ne ho veramente la più pallida idea. So che giorni prima ho accompagnato in bagno mia madre, che ha novantadue anni; lei si era guardata allo specchio e aveva detto “Oddio, come son diventata vecchia”. Ora, mia madre era molto bella da giovane; e io sono sicuro che lei non poteva davvero vedere com’era in quel momento e avere davvero una memoria di com’era stata. In quel suo “come sono diventata vecchia” in realtà c’era anche un briciolo di vanità; nel suo “come sono diventata vecchia” era incluso il mio “no, mamma, guarda come sei bellina”. Lei non si vedeva come mi diceva. E lei non si poteva vedere vecchia, cioè una specie di uccellino bagnato alto così di una donna che invece andava sulle Apuane in bicicletta. E lì mi venne questo pensiero di quanto la natura ci protegga.

Una pittura monumentale

 

Unastoria per me era una reazione a tutto quello che avevo fatto prima, anche alle cose fatte in buona fede (come La mia vita disegnata male) ma che poi avevano avuto effetti brutti sulla mia vita. La prima decisione è stata quindi di non chiedermi nulla, di non fare un’operazione di razionalizzazione della storia. Non avevo nessuna storia davanti mentre lavoravo, avevo solo un desiderio erotico di giustapporre delle immagini e delle parole e basta. Quell’atteggiamento per me voleva dire che per la prima volta dopo tanto tempo stavo lavorando per me, non per il pubblico. La prima dozzina di pagine di una storia è difficile, non è amichevole per chi legge. Ma volevo ritornare a quando ero ragazzo, quando disegnavo per il gusto del disegno e facevo i fumetti per il gusto dei fumetti, non c’era nessun pubblico, non c’era nessuna vanità da alimentare. Era solo che godevo a fare quella cosa e volevo ritrovarla, perché quella mi mancava più di tutto il resto. Ero talmente fragile e spaventato all’idea che mi potesse di nuovo abbandonare il disegno che non gli ho chiesto nulla, ho solo assecondato il desiderio e basta, con una fiducia e probabilmente anche una presunzione enorme negli anni di lavoro che avevo alle spalle. Avere fatto tutto un libro così per me è un motivo di orgoglio enorme: riuscire ad andare avanti solo per un desiderio sessuale di pittura, di colori, di ritmo, tutto d’istinto.

La sfida stava nel riuscire a mantenere il flusso e soprattutto stava nel non cedere alla paura. Io sapevo di avere delle meccaniche di racconto che funzionano, ma non le volevo usare. Volevo fare una roba ostile al lettore, ma ostile anche a me. Per riuscire a ripartire, per ritrovare l’amore originale per me ci voleva un sacrificio da tutto, anche dai miei metodi, perché mi sono sentito troppo fasullo per troppo tempo nei miei tentativi di rifare i fumetti e non mi volevo sentire così, mi faceva schifo l’idea, e quindi volevo completamente un altro approccio. Non c’è niente di peggio, per uno che ha avuto una crisi creativa in quel modo, di mettersi al tavolino e lasciare che la mano rifaccia quello che già sa fare: è una sensazione di morte terribile! Ho cambiato anche modo di dipingere, sono andato su YouTube a guardarmi dei tutorial giapponesi di acquerello e ho scoperto che usavano i pennelli piatti invece che i pennelli tondi, come io pensavo si dovesse fare…

E poi volevo fare un libro che fosse “monumentale”, un termine che mi ha insegnato un anziano pittore inglese, David Tindle, che aveva il desiderio di fare una pittura monumentale, che fosse cioè fuori dalla contemporaneità, che avesse la stessa forma e pesantezza e leggerezza insieme degli affreschi della Roma antica. Quei volti sono stati dipinti millenni fa e sono perfetti, non sono andati giù di niente come intensità? Non dico che ho fatto un libro che resterà nei millenni, voglio dire che ho rifiutato i giochini della contemporaneità, perché volevo fare una pittura, un racconto che fosse staccato da questo momento, che non mi interessa affrontarlo nel modo “normale”. Penso che l’ironia sia praticamente una piaga sociale, mi sembra che la quantità, diffusione e vizio di fare ironia e essere sarcastici su qualsiasi cosa sia veramente una malattia, una roba da apocalisse zombie.

A chiacchiere son buoni tutti

Tante volte scherzo sul fatto che penso che parlare ai ragazzi più giovani sia impossibile. Però gli puoi invece mettere davanti degli esempi di scelta etica e di entusiasmo, quello sì. Se fai un lavoro impegnandoti per avere la massima coscienza di te, rifuggendo i fantasmi di fare le cose per essere applaudito eccetera, quella roba può darsi che passi, e cos’è? Forse è un consiglio, di sicuro qualcosa che puoi fare solo in forma d’esempio. Per me una delle cose base è la libertà, l’idea di libertà, il non diventare uno schiavo. E come fai? A chiacchiere sono buoni tutti. Devi fare delle scelte di comportamento, di etica e economiche che poi ti permettano di essere percepito in quella forma da qualcuno o da un ragazzo più giovane. Quello ti vede dipingere e dice “Ah! Si può essere in quella zona”, che è esattamente quello che mi successe quando vidi lavorare Andrea Pazienza. Sei in carne un metodo, che vuol dire che per esempio non fai una serie di cose. Per me l’idea di libertà nel lavoro è sacra, per cui se faccio illustrazioni per Repubblica, non so nemmeno quanto mi pagano, però so che l’accordo mio è che nessuno mi potrà dire cosa fare nella forma o altro.

Voglio vedere nel mio lavoro qualcosa che possa servire all’idea di agire in libertà dal giudizio. Per esempio una malattia che vedo diffusissima è il fatto di fare le cose per avere l’apprezzamento. Guarda i talent show musicali: c’è gente che canta da dio e suona benissimo, pieni di vitalità, di energia, ma vanno a abbassare la testa di fronte a tre mostri di giudici. Vanno a compiacerli, vanno a farsi mettere in discussione nel loro spirito più profondo, e mi fa tanta tristezza vederlo succedere a dei ragazzi. Quando poi vado a lavorare in un libro come Unastoria, la mia scelta politica è di non cercare di fare un libro che qualcuno lo applaudirà. Tutto il vento della contemporaneità tira in una direzione e io non dico “non seguirla”, dico semplicemente “non ascoltare la direzione in cui va”, poi magari ci vado per caso nella stessa direzione.

“Dammi risposte complesse” è la prima frase del libro e non è lì a caso, e ora lo so; al tempo non lo sapevo, era un momento in cui a problemi estremamente complessi c’erano coglioni che si affannavano per dare la risposta più semplice possibile, sbagliata, per cui per me affrontare la via più impervia anche nel racconto era una scelta politica.

Trovare la propria voce

Anche per la scelta che ho fatto di lasciare la Francia e tornare nella provincia pisana, ho una certa fiducia nella dimensione più ristretta. Qui mi sono fatto un sacco di amici nuovi più o meno giovani, non so se mi sarebbe riuscito in una grande città. Ho molta fiducia nel fare le cose insieme. Se delle persone più giovani ti vedono stare al mondo con un minimo di scelte non proprio convenzionali, non proprio indirizzate soltanto al terrore e alla paura, ricevono una trasfusione di forza che gli può servire. Penso che uno debba applicarsi sulla generosità e sulla compassione, cioè sullo sforzo di percepire gli altri come anime viventi e non come figure di carta, come comparse nella vita. Tanti ragazzi che hanno un’indole artistica fanno fatica a scegliere cosa raccontare, cosa guardare, dove mettere gli occhi. È difficile riuscirci finché non fanno il passo di comprensione degli altri, di compassione verso qualunque entità fuori da te, anche quelle che detesti.

Tira un vento di schiavitù emotiva talmente forte che qualunque tipo di reazione fa bene. Faccio spesso queste discussioni, dove mi ricoprono di merda, sulla questione dei soldi. Io azzardo provocazioni tipo “devi lavorare gratis”: che è una merdata, lo so benissimo; però se sei un disegnatore la fattura non può essere il tuo primo pensiero. Non perché devi essere un artista che vive d’aria, ma perché ti fa proprio male. Un disegnatore giovane chiamato a collaborare con una delle innumerevoli riedizioni del “Male” rese pubblica una mail che aveva ricevuto lamentando il fatto che in questa lettera gli si diceva “venite, dateci i disegni, collaborate” senza fare menzione dei soldi che avrebbero avuto o meno. Tutti chiaramente gli dettero ragione. In questa discussione io dissi: “C’è un giornale di satira e il vostro primo pensiero sono i soldi?”. La satira si fa sul potere, punto. Non si fa sui più deboli, si fa sui più forti e se diventi forte smetti di farla, fine. Il potere sono i soldi per me, e come si fa a fare una satira su un sistema economico quando il tuo primo pensiero rientra esattamente nello stesso canone? Ti monetizzi, e dopo che cosa critichi? E allora io dico: coltiva la tua libertà, coltiva l’autonomia, coltiva il tuo sguardo, coltiva la tua voce, e che i soldi siano il tuo secondo pensiero, non il primo. Non dico mica il centesimo: il secondo! Se coltiverai sguardo e voce, un giorno di quei soldi te ne daranno pure di più.

Quando io guardo una cosa, chi è che la sta guardando? Quello che vedo lo vedo con i miei occhi, o lo vedo con degli occhi che mi sono stati dati? Una volta che sono riuscito a vedere una cosa con uno sguardo quantomeno mio, autentico, poi c’è il problema di raccontare quello che ho visto e quindi si presenta lo stesso problema: con quale bocca sto parlando? Con quale mano sto scrivendo? Di chi è? Di chi sono le parole che uso? Essere un autore, uno che vuole lavorare in campo artistico, è un privilegio: invece di fare il parcheggiatore abusivo sei a scrivere, si capisce questa differenza? Io ho lavorato in fabbrica per un anno e quelli che lavoravano con me sono sempre lì, perché io no? Non sono chiamato a farmi un culo atomico per riuscire ad avere uno sguardo e una voce differente? Secondo me sì, altrimenti non si capisce perché io non dovrei essere a lavorare in fabbrica e qualcun altro dei miei ex compagni a scrivere al posto mio. Bisogna lavorare sul rendersi liberi dai meccanismi indotti: lo so che ti fanno sentire un estratto conto da quando nasci a quando tiri il calzino, ma ti devi ribellare a questa roba, che vuol dire andare via di casa anche se non hai lo stipendio da 1500 euro, perché tanto sei giovane, e non muori se vai a dormire in una stazione! Poi lo so che sarebbe molto più giusto che i ragazzi avessero un lavoro ben pagato, che permettesse di uscire di casa pagandosi un affitto dignitoso eccetera, ma non è così. Ora ho un sacco di amichetti di 35-40 anni che stanno con babbo e mamma, e perché? Perché quando avevano l’energia e la forza di andare a dormire per la via non l’hanno fatto.

Spesso parlo con i ragazzi che vogliono pubblicare a tutti i costi, ragazzi giovani, e quando gli dico che secondo me non sono pronti loro mi rispondono tipo “vedrai, se mando la roba a mille editori, uno che mi pubblica lo troverò”. Io gli rispondo sempre allo stesso modo: “sì, sicuramente, e ti farà male”, perché la questione vera è: che qualità di uomo vuoi diventare? Io non dico di essere in pace, ma ogni tanto c’è, soprattutto quando sono a disegnare, in un momento di abbandono, una cosa che funziona, una scintilla di pace: quella scintilla non vale di più di averci il nome in copertina sull’Espresso? Io so per esperienza di sì, e questa cosa mi piacerebbe farla capire, perché i ragazzi più giovani vivono in una società che, invece, gli dice “sarai una merda finché non verrai rappresentato”, invece se ti riesce a costruirti uno sguardo che ti permetta di percepire per un attimo l’armonia di quello che c’è intorno, hai vinto. Non voglio passare da artistoide, sono solo convinto che quando riesci a sviluppare quello sguardo, questo diventa una caratteristica che altri pagheranno pur di potervi accedere, quindi perché non andare dietro a quello? Se va male, comunque, sarai cresciuto spiritualmente, che non è proprio una cosa che faccia schifo; se va bene, in più, ci campi.

L’urlo dei geni

La voce dei geni è una roba buffa che ho sentito due volte. La prima quando morì mio padre, che era una persona alla quale ero molto legato. Successe durante un’operazione, all’ospedale di Pisa, una notte. Ero lì con la mia famiglia ad aspettare di vedere come andavano le cose. Scende questo chirurgo con la faccina proprio da “mi spiace, non c’è stato niente da fare”. Io, che sono un po’ fuori di cervello, cosa faccio? Do una spinta al dottore, salgo le scale e mi infilo dentro la sala operatoria. Vedo mio padre lì, sul tavolo di lamiera, col sangue e tutto. Piangevo a dirotto, avevo le orecchie che mi fischiavano una che nemmeno mi fosse scoppiata una bomba a un metro di distanza, mi girava tutto come se fossi ubriaco fradicio. Era la prima morte che capitava nella mia famiglia, e in più capitava alla persona che rappresentava l’amore e l’allegria. A un certo punto si apre una porticina laterale ed entra un’assistente del chirurgo, una bella ragazza, alta, mora. E io mentre sono lì che piango, che c’ho il cuore che mi scoppia eccetera eccetera, sento una voce dentro di me che dice: “boia, com’è bona! L’hai vista? Chissà se gli garbi”. Rimango pietrificato dall’orrore. Penso di aver capito, quella sera, che quella voce lì era veramente la voce dei geni che mi abitano, e che anche in quel momento pensavano al fatto che dovevo procreare, quindi innamorarmi di qualcuno, fare dei figli, eccetera eccetera; perché sì, perché quello vuole il tempo. Me ne sono vergognato moltissimo.

La seconda volta, al contrario, fu quando, fatti tutti gli esami di rito, un amico dottore mi chiamò per dirmi “mi dispiace, non hai spermatozoi nel seme, non potrai mai avere figli”. Io mi dico che un po’ me lo immaginavo, e poi siamo nel 2013, ho tre nipoti e la mia preferita, quella che sento più vicina, è una bimbetta rom adottata dalla mia sorella, per cui che m’importa del sangue? Invece riattacco e sento una specie di uomo delle caverne dentro che comincia a urlare e a spaccare tutto. Un urlo veramente primitivo, l’urlo dei geni che si erano resi conto di essere finiti in una specie di binario morto, dove non servivano niente, dove la loro funzione era annullata. Per me è stato spaventoso e stranissimo, perché a livello culturale io ero assolutamente da un’altra parte. E cos’era questa roba antica, primordiale, dolorosissima, che mi si manifestava dentro? Nei mesi successivi la parte culturale è andata a farsi benedire e la parte primordiale ha preso il sopravvento e mi ha letteralmente sbriciolato. È stata uno dei componenti che mi hanno portato ad andare a quattro zampe in psichiatria: la vanità e la perdita del talento da una parte e questo dall’altra. Mio padre diceva sempre che di cazzotti bisognava sempre darne due perché è il secondo che ti butta in terra; il secondo mi aveva buttato in terra.

So di sicuro che questo urlo dei geni sta accadendo dentro tutte le cose che sto facendo a livello artistico. È stata una coscienza aggiunta molto strana, che sicuramente mi ha portato a fare le riflessioni sulla natura che poi sono cadute in Unastoria. Come fai a stare al mondo se hai il sospetto che la natura non ti voglia? Di più: che la natura ti detesti? Il mio processo di pensiero negli anni è stato: la natura non sa che esisto perché io e la natura siamo entità distanti; la natura è priva di pensiero, non ha volontà e quella cosa stranamente alla fine è consolante: parti da un abisso di spaesamento e arrivi invece a una cosa che ti dà una misura. Le persone sono bestie nude, nascono e non hanno davanti un sentiero, un solco che è l’istinto e che sicuramente seguiranno: hanno un’infinità di possibilità, e questo dà terrore e spaesamento totali che portano poi a stronzate tipo la “tradizione”, tipo a chi dice “noi padani” o “la famiglia”, che sono tutte costruzioni che servono per ricreare, in forma fittizia, un solco simile a quello di un cane, cioè una strada naturale. Proprio a livello biologico è una cazzata. Tu non sei niente, mettiti l’anima in pace: puoi anche dire che sei un padano, o che sei uno dei fratelli di Casa Pound o un no-TAV o uno di Anonymous con la maschera da coglione, ma non sei nulla e in realtà sei tutto. Potresti essere la libertà incarnata, e invece per terrore ognuno si mette in un binario che più è stretto e più si è felice.

Mi piacerebbe dire ai ragazzi “scusa, te sei un rivoluzionario, ma non ti viene il dubbio che, visto che l’immagine e le parole della tua rivoluzione ti arrivano attraverso un blockbuster americano, sia una trappola, che il meccanismo sia becero?”. Il segreto della tua libertà è un segreto. È un mistero in cima a un picco alto quattromila metri, non è a portata di clic. A portata di clic hai una trappola, ci scommetto qualsiasi cosa. Le armi per la liberazione non saranno di sicuro lì, perché lì te le danno preconfezionate: dicono di mettersi una maschera e dire certe parole, vedrai che cambia tutto. Secondo me ti stanno truffando alla grande. Diffondere le mail degli scambi tra i dirigenti dell’Enel e dell’Eni può cambiare il mondo? Non credo, ma penso che ci sia chi fa diventare le cose spettacolo, perché viene dallo spettacolo, perché è fatto di spettacolo, e il mondo dello spettacolo vuole che tu rimanga esattamente così.

Nicola Ruganti (1979) insegna materie letterarie nelle scuole superiori. Collabora alla rivista Lo straniero ed è redattore de Gli asini, rivista di educazione e intervento sociale. Collabora con Altre velocità, redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee. Con Lorenzo Maffucci ha ideato il progetto Nevrosi, dedito all’archiviazione e alla produzione di emergenze artistiche e all’organizzazione di iniziative culturali, tra cui il festival “Arca Puccini. Musica per combinazione”. Anima numerosi progetti di sperimentazione pedagogica promossi dall’associazione Arcobaleno di Pistoia e collabora da tempo con il Centro territoriale Mammut di Napoli, favorendo l’intreccio di pratiche ed esperienze tra periferie.
Commenti
59 Commenti a “La vanità inizia a scavare il buco. Intervista a Gipi”
  1. @Stestenic scrive:

    Bellissimo monologo.
    Ma forse è proprio questo il problema di fondo? o è solo un’impressione, quella di aver letto una serie infinita di IO, IO, IO, IO? Ascoltare gli altri può essere una cura per far tacere le voci nella nostra testa?

    E poi: “Sii ordinario nella vita, per poter essere violento e originale nella tua arte”, scriveva Flaubert ed è difficile dargli torto dopo aver ascoltato Gipi, noi che abbiamo poche occasioni di alimentare la nostra vanità nascosta.

  2. scrive:

    E’ come se avessi ascoltato un lontano cugino saggio; uno che ha imparato molto dagli errori e dalle mostruosità con cui ha lottato.
    Uno da volergli bene. Uno che fatica tutti i giorni per affinare il proprio stile. Uno che mi fa piacere continuare a leggere, seguire, e annusarne l’umore per afferrare quel po’ di vita in più che gravita intorno al suo Genio.
    Grazie.

  3. w l'ironia scrive:

    Beh…

    Solo per dire che lessi “LMVDM” tanti anni fa e mi piacque, ma in un modo “da telepate”.
    Poi l’ho riletto qualche mese fa e, alla luce degli anni passati, mi è entrato dentro perché c’era un pezzo della mia storia. E ho capito molte delle cose narrate perché le sentivo, come se assurdamente quel racconto oltre che dell’autore parlasse anche di una parte di me e della mia storia…ed è la stessa sensazione che ho nel leggere molte di queste parole. Non c’è bisogno di ulteriori precisazioni, a maggior ragione perché questo è un commento anonimo.

    Sinceramente, penso paradossalmente sia questa la chiave per “ascoltare gli altri” (@Stestenic).
    Lo sottolineava in maniera poetica poco tempo fa uno scritto di qualcuno che dall’altra parte del pianeta, pur scrivendo per una collettività, mantiene la sua individualità e la sua creatività e poesia.
    E che trova il modo di ampliare quel che dice e racconta usando anche immagini altrui come queste:
    “The dog who was a cat inside” – http://www.youtube.com/watch?v=mOeqShdf-gY

  4. eleonora.gregorat scrive:

    … niente altro da aggiungere dopo aver giostrato con parole, e parole, e parole, e parole, per tutta la sera. Hai vinto tu, Gipi.
    Eleonora Gregorat

  5. Loredana Rossigno scrive:

    Se hai detto tutto questo per noi te ne siamo grati ma ti amiamo comunque, anche se qualche volta sei stato un po’ paraculo e hai scritto e disegnato quello che volevamo sentirti scrivere e disegnare. Anzi ti siamo grati pure per quello perché é stato un regalo in ogni caso. Chi scrive di se’ scrive di tutti. Ti seguo perché non so esattamente quanto libera sono io ma il senso di libertà che trovo nei tuoi disegni basta anche per me.
    Dana

  6. Fatagrigiotopina scrive:

    Grazie gipinocchio e’ bello vederti crescere all’infinito…

  7. marco m scrive:

    dice le stesse cose di DFW sull’ironia.

  8. Maria Vittoria scrive:

    Io a GiPi gli voglio bene.

  9. Carla Mela scrive:

    Caro Gipi ,penso che il tuo apprezzare quella ragazza nella sala operatoria ,sia un inno alla vita e all’allegria di tuo padre .- con affettuosa corrispondenza di travagli interiori-Carla

  10. laura scrive:

    la verità di Gipi è il resoconto dei propri errori, che sfociano a crescere e a ponderare ciò che è vera passione nel proprio talento. Quell’uccellino che ti sussurra all’orecchio succede anche a me, nella scrittura nella poesia,ma c’è quando si stanca di venisci appresso o siamo noi che abbiamo il cervello così occupato da non sentire.
    quel tuo rinascere alla vita mentre tuo padre se ne era andato è un segno dove ,finisce e incomincia la vita.
    sei un bravissimo narratore…e la vita nonostante tutto ti ha sorriso,ora regali a gli altri la tua bella esperienza con un pò di sagezza in più….grazie

  11. Laura scrive:

    Grandissimo Gipi. Grazie

  12. smfazio scrive:

    Stupore.

  13. Francesca scrive:

    Dice sempre le stesse cose. Ovunque, in qualunque condizione, in conferenza o per iscritto. Le dice con le stesse identiche parole: e quando lo si ascolta, si sente quanto le stia recitando – credendoci, certamente. Da quando l’ho conosciuto meglio, sono passata dall’avido apprezzamento del suo lavoro a un fastidio irrimediabile per la sua persona e i suoi modi. Avrei preferito non averlo conosciuto, e in seguito non aver letto e ascoltato tanto di suo: o meglio, non della sua produzione artistica ma del suo colossale pensiero che ogni cosa tocca, ogni argomento ogni notizia anche la più vacua. Il suo coinvolgimento nel social network, la sua presenza costante me l’hanno reso intollerabile. Dannoso, anche perché inutile, e fagocitato da se stesso. L’hanno riempito di critiche, oltre che di accuse di genialità, e spero che questa mia suoni diversa: perché lo è. La vanità lo sta ingurgitando come forse fece una volta, ma oggi è peggio perché i tempi sono diversi: lui è più maturo, e il pubblico lo riconosce anche senza saperne il lavoro, grazie ai canali tv e ai giornali. E basta dire “Ah, meno male che se ne parla, del fumetto, finalmente!” Eh no, parlarne, anche tanto, non è necessariamente cosa stupenda. E dire: Oh quanto siete snob voi che snobbate. Mi sembra bruttissimo essere riconosciuti non per il proprio lavoro, ma per qualcosa che si afferma di disprezzare, cui non si vorrebbe soccombere, malgrado si lasci che proprio questo accada. Che poi sia stato candidato allo Strega lo considero non una magnifica novità, una splendida possibilità di svecchiare il muffito mondo della letteratura (lo Strega, santiddio, sappiamo bene come funziona, le belle dinamiche di elezione sono note), ma l’ennesimo segno del degrado della letteratura, che non sa più che fare, dove andare, cosa essere. Unastoria è un fumetto, stupendo, ma non è letteratura, e non dovrebbe partecipare a un premio letterario come lo Strega, cazzone quanto possa essere.

  14. gipi scrive:

    Francesca, commetto un errore, ti rispondo qui. Domani un sacco di amici mi daranno dell’imbecille per averlo fatto.
    Intanto una precisazione: questo testo è una intervista, c’erano le domande. Sono state tagliate. Insomma, non stavo disquisendo dello scibile umano per mio vizio, rispondevo a delle domande.
    Quelle domande furono anche molto utili, per me, e di questo ringrazio Nicola Ruganti, ma questa è altra questione.

    Il problema che sta a monte della tua critica, che tu definisci differente dalle altre uscite dalle dita di persone sostanzialmente livorose per motivi a me sconosciuti, e che io voglio credere differente dalle altre tanto da meritare risposta, è che affermi di conoscermi.
    Non è così. Non mi conosci. E’ stato tuo errore pensarlo, e quando si commette un simile errore si resta sempre delusi.
    E’ come se io da ragazzo mi fossi convinto di conoscere Keith Emerson per averlo visto in tv.
    I miei amici mi conoscono. I miei familiari. la mia compagna. Non tu.
    Ad esempio tu non sai cosa faccio tutti i martedì, eppure quello che faccio è la cosa più importante di tutte.

    Però hai ragione sul fatto che dico sempre le stesse cose. Ma è il mio lavoro, o meglio, c’è un’appendice del mio lavoro, legato alla promozione del lavoro “vero” che mi porta a incontrare i lettori, parlare e, di nuovo, rispondere a delle domande.
    E hai ragione, rispondo sempre allo stesso modo alle domande uguali: Cosa devo fare? Ti giuro che mi sento male ogni volta che accade, mi sento fasullo come la merda (che fasulla non è ma ormai è scritta) ma sono le mie idee. Le mie opinioni sulle cose che mi vengono chieste. Dovrei inventarmi opinioni nuove ogni volta, forse, ma non mi riesce, rispondere sinceramente mi sembra il minimo rispetto necessario per chi, quelle domande, le pone.
    E così dico le stesse cose.
    Ancora, negli incontri pubblici controllo il tono della voce e le pause, a volte riesco a prevedere cosa farà ridere e cosa farà commuovere il pubblico. E utilizzo una forma perché questo accada. Del resto, mi dico, questi stanno due ore a sentirmi rispondere a delle domande e il minimo che posso fare è rendere queste due ore meno noiose possibili.
    Questo fa di me una persona insincera, anche se le cose che dico sono quello che penso e che sento? Sarei maggiormente sincero se incespicassi, se parlassi in modo noioso, senza mai una battuta?
    Penso di no.
    Faccio uno spettacolino durante gli incontri con il pubblico. lo faccio perché i pensieri ai quali tengo maggiormente, la riflessione sulla sterilità, per esempio, passino più facilmente.
    E se parlo, esempio, della sterilità, non è perché mi piace comunicare al mondo la tragedia dei miei spermatozooi ma perché ho scoperto che ci sono persone con problemi simili, che li vivono in modo maggiormente doloroso ed ai quali, a volte, mi dicono, ho dato sollievo.
    Ma la questione è tutta tua, pensare di conoscere un “personaggio pubblico”, anche se di serie Z, è una cosa triste.

  15. scrive:

    La bella illusione di conoscere gli artisti che si amano va cullata, mai urlata.
    Quanto vorrei conoscere Gipi lo sa solo dio.
    Ma il martedi ho una giornata troppo piena…

    Finora non mi hanno mai annoiato le sue repliche pubbliche, quando accadrà, magari, non andrò piu a sentirlo. Punto.
    ciao.

  16. Francesca scrive:

    Guarda, Gipi, se c’è una cosa che proprio non sono è “livorosa”.
    E quel “da quando ti ho conosciuto un po’” significa semplicemente che ti ho sentito (live) tante volte e ti ho visto tante volte, non che so che cosa fai il martedì. Trovo insopportabile che te la canti tutta da solo, che sei presente ovunque: per me un autore non dovrebbe essere così presente pubblicamente, dovrebbe starsene a lavorare, non esprimere invece tanto livore come sì fai tu nei social network. La vanità che ti contraddistingue e che ti spinge a rispondere non mi è evidente perché ti conosco e so cosa fai il martedì, ma perché quel che fai e dici pubblicamente ne è la prova inconfutabile. Questo, questo è un problema tutto tuo: non mio non del tuo pubblico, che continuerà a darti del genio (e basta con questa cosa che hai letto che i greci dicevano “HAI il genio” e che tiri fuori a ogni piè sospinto), e va bene così. Come vedi, quando qualcuno fa una critica che nautralmente ti indispone, ti senti in dovere di rispondere e contraddire, sei punto nel tuo vivo non risolto: lavora piuttosto, continua a disegnare, fai belle cose, un po’ più in silenzio e con un’umiltà vera.
    Di “personaggi pubblici” ne conosco a bizzeffe, e non sono una poveretta che dà fiato alla bocca: peraltro, non faccio mai polemiche sui social, questa è la prima volta.

  17. Francesca scrive:

    La bella illusione di dare sollievo parlando dei propri problemi. Guarda, vuoi essere anche tu una Barbara D’Urso, un Cucuzza, una De Filippi? Disegna, sii serio e intellettualmente onesto. Perché dopo tanto che ti seguo penso che tu non lo sia.

  18. Francesca scrive:

    A rileggere il tuo commento (ma chi te l’ha fatto fare, te lo dico anche io) un po’ sì mi viene il nervosetto, ma mi passa subito eh. Domani un sacco di amici ti daranno dell’imbecille per aver risposto? Eh sì. Quanto presuntuoso, pieno di malcelata arroganza, e intellettualmente disonesto sei?
    E tu conosci me per chiamarmi persona triste? Sei tu che ti esponi di continuo, non io. Io faccio il mio lavoro in silenzio.

  19. gipi scrive:

    Vabbè.
    Francesca, io con i social ci gioco. Niente di serio. Però quello che ne faccio sono cazzi miei comunque.
    Cosa “deve” fare un autore non puoi dirlo tu.
    Quali sono i processi a monte del lavoro non lo sai.
    La promozione del mio lavoro è una parte del lavoro (della quale farei volentieri a meno).
    Ti ho risposto perché ti presentavi come una che fa critiche differenti e non livorose.
    Ti sei smentita.
    Mi hai dato dell’arrogante, intellettualmente disonesto, presuntuoso, falso etc. e non ti ho neppure mandata a fanculo.
    Non ti ho offesa.
    Non ti ho dato della livorosa. Non ho detto che sei triste (a parte che ad essere tristi non ci sarebbe niente di male.
    Hai offeso me e sei riuscita ad offendere anche te. Ti sei data della livorosa, della poveretta.
    Hai fatto tutto da sola.
    E sì, ho fatto male a risponderti ma ho il vizio di provare a parlare anche con le carogne.
    E no, non dico che tu sia una carogna, ma che avrei provato comunque, anche con una carogna.
    Però per me basta. Perché ci provo sempre ma in alcuni casi mi rompo i coglioni in fretta.
    Vedi di stare bene.

    Ma poi perché cazzo sei venuta a vedermi tante volte? Una basta e avanza.
    E poi che è successo? Ti ho fatto qualche torto? Magari ero stanco.
    Sicuramente ero stanco.

  20. Francesca scrive:

    E poi, per concludere: quello che tu scrivi, dici, racconti non nel fumetto ma in ogni altro luogo che diventa pubblico, è quel che passa di te, della tua persona – ed è questo che mi sono permessa di giudicare, non la tua persona ma quel che fai apparire della tua persona, quel che tu racconti (che sciocchezza quella frase su Keith Emerson) perché tu stesso ti sei messo in questa posizione, tu stesso hai coscientemente o meno deciso di assumere questo ruolo pubblico che nel tuo caso ti rende estremamente “accessibile”, perché – cosa che tu stesso affermi di trovare insopportabile – “sei così vero”. Ed è probabile che in qualche incontro cui ho assistito tu abbia detto che cosa fai il martedì: hai certamente raccontato cose intimissime non solo di te ma di altre persone a te vicine. Starei male se i miei parenti raccontassero nei loro incontri pubblici miei fatti privati. Ma qui si parla di te. Tu racconti te stesso, e non solo nel disegno, lo fai ovunque (sostieni sia di aiuto ad altri, sarà senz’altro così), ed è questo che il pubblico conosce e riconosce, non sempre potendone (sapendone) cogliere la reale misura, la sottigliezza, il peso quale esso sia. Da stolti, anzi, da furbi, è dire “tu non mi conosci, non sai che cosa faccio nella mia giornata”. Puerile. Non era questo il cuore del mio commento. Che banalità affermare che vorresti avere opinioni sempre nuove ma quelle lì sono e restano: ma ti pare che i grandi autori abbiano ripetuto in ogni loro intervista, in ogni articolo, le stesse cose con le stesse parole? Dovrebbe esserci molto di cui dire, e in termini diversi. Risponderai che tu non sei un grande autore. Se proprio devo trovare il tempo per una delusione che ti riguardi, ecco, non è certo perché “pensavo di conoscerti ma scopro che sei diverso”: è perché parli e parli e parli e parli troppo e nello stesso modo falsamente modesto.

  21. gipi scrive:

    hai parlato di me. Parla del mio lavoro se vuoi. Se parli del mio modo di pensare, pensando di conoscerlo, sbagli e meriteresti di essere mandata a fanculo.
    Mi hai superata con l’ultimo commento quindi ribadisco: chiusa qui.

  22. Francesca scrive:

    Ecco, ottimo, bella risposta.
    Tutto è personale, per te. Questa critica è perché tu avresti fatto qualcosa a me. Ma santi numi.
    Va bene: io sono livorosa e tu sei un genio. Un genio candidato al più importante premio per la letteratura. Un genio che ha il brutto vizio di parlare con le carogne, provare a farle ragionare, che siano leghisti, neonazi, pidocchi o francesche.
    Stai bene, cerca di star bene.

  23. gipi scrive:

    Scusami ma mi baso su esperienze passate. E’ successo più volte.
    Inoltre ti faccio presente che non hai obiettato a una sola riga dell’intervista. Ma solo sulla mia persona, quindi scusa se rispondo in merito alla mia persona.
    Poi magari continuiamo a litigare in privato perché qui è brutto. La mia mail si trova facile.

  24. Francesca scrive:

    Il tuo lavoro è stupendo, Gianni Pacinotti.
    Se tu ti presenti come “personaggio pubblico”, parli in televisione, ti racconti nei giornali, parlando della tua persona, anche più del tuo lavoro, presti il fianco a questo genere di critiche che non ami. Sei TU che parli di TE, più che del tuo lavoro: la mia critica è proprio a questo. Ho sempre amato molto il tuo lavoro, questo tuo trascendere, da te voluto, ti espone ad altro.

  25. Francesca scrive:

    Non sto affatto litigando: tu sei abituato così. Io no. Sono calmissima.
    E perché qui è brutto? Ho espresso qualcosa che ti ha dato fastidio (mi pare che altri abbiano scritto che vien fuori sempre IO IO IO dai tuoi discorsi) e tu hai iniziato a rispondere, perché, ripeto, quando sei punto in qualcosa di non risolto ti senti di dover rispondere, ti parte l’embolo.
    Quello che hai detto nell’intervista l’ho sentito molte altre volte, non vi è nulla da obiettare: questo sarebbe ridicolo più di questa assurda conversazione telematica. Non si obietta sul tuo modo di creare, sulla tua produzione artistica. Ho potuto e mi è venuto spontaneo obiettare la tua onnipresenza e il compiacimento che emerge inevitabilmente e potente dall’uso reiterato delle medesime parole che esprimono ovunque i medesimi concetti.

  26. Francesca scrive:

    Sto cominciando a scrivere in cattivo italiano perciò pianto lì.
    Stai bene.

  27. gipi scrive:

    Io sono calmissimo, disse il tipo dopo aver detto all’altro che aveva la mamma maiala. Senti, se vuoi discutere mi scrivi, che ora mi sembra che la persona che ci tiene ad esporre i suoi pensieri in pubblico non sia io.

  28. Francesca scrive:

    No, guarda, una discussione ulteriore con te è del tutto inutile. Non siamo mica amici. E non discuto coi passivi-aggressivi.

  29. Verna scrive:

    Francesca è innamorata di Gipi.

    Mi sembra talmente chiaro che ogni parola in più rovinerebbe questo scambio magnifico.

  30. Andrea scrive:

    Comunuqe Francesca ha ragione il suo ragionamento non fa una piega:

    Gipi dice di non voler essere vanitoso, ma è solo una finta, dice di non voler essere superbo, poi è sempre dappertutto a spiegare a tutti come si fa questo come si fa quello.
    L’arroganza, la presunzione, la disonestà intellettuale, un pizzico di pasta d’acciughe, sono d’accordo su tutto.
    Un autore non dovrebbe essere sempre in giro sui social network, in giro a parlare delle sue esperienze.
    Soprattutto, un autore non dovrebbe essere in concorso ad un premio per autori, secondo me.
    Un autore dovrebbe essere in silenzio, a casa a lavorare. E basta.
    Perchè è quello che conta. È il lavoro.
    Se sei disonesto intellettualmente, sul lavoro che fai si vede subito.
    Se approfitti del tuo lavoro per andare a fare il furbo in giro, e poter scrivere sui social network o commentare sui blog credendo di avere qualcosa da dire, quando magari sei fuffa si capisce subito.
    Si capisce dal lavoro.
    Infatti il lavoro di Gipi fa pena.
    Non come la gente che invece sta a casa, sta in silenzio e lavora come francesca, che poi produce roba che…
    Merda, mi manca un pezzo…

  31. Francesca scrive:

    Ha! Divertente!
    Gli autori di fumetti hanno premi di altissimo livello, e ben più seri dello Strega. L’autore di fumetti bravo vince Angouleme, per dirne uno, il romanziere la cui casa editrice abbia fatto un gigantesco lavoro di pubbliche relazioni, contrattazioni e accordi, vince lo Strega.
    Il (già noiosissimo) dibattito sull’opportunità o meno della candidatura di un fumetto (meraviglioso fumetto) a un premio per la Letteratura non ha un esito così scontato, e non è banale di per sé. http://www.fumettologica.it/2014/04/gipi-premio-strega-fumetto-polemica-graphic-novel/
    Quanto al resto, bè, proprio divertente: un autore che parla moltissimo, e in svariati luoghi pubblici, della sua persona, non ammette che a molti possa venire a noia il suo continuo eiaculare se stesso, e di quei molti un mucchio lo faccia notare. No, la risposta è sempre: Ohi te! Parla del mio lavoro! Non hai detto niente del mio lavoro! Oh! E che tu fai? Come ti permetti di fare riferimenti al mio sperma! E non parliamone qui che fa inelegante, boia deh!
    Vero però è che se Gipi fa così e poi produce quelle tavole magistrali, allora che continui così, consapevole però che je toccherà aver a che fare con critiche anche più mediocri, anzi, infime, della mia. E dovrà continuare a perdere energie preziose nei social network. Unastoria, tuttavia, è arrivata dopo un silenzio di anni.
    E Andrea, non sai cosa faccio io, non sai nemmeno se mi chiamo Francesca. Non sai se ho le carte per parlare di questo specifico argomento. Però simpatica la tua verve, eh.
    Davide.

  32. Francesca scrive:

    Stupendo, appena qualcuno dice non bene del suo modo di porsi verso il pubblico, diventa l’oggetto del SUO livore, al punto da commentare l’accaduto sui social e mandare parenti e amici a vedere se ci si può litigare e mandare a cagare. Mai avrei pensato una reazione simile, peraltro conferma di quanto ho scritto sul suo onnipresente sbrodolare. Questa è davvero una patologia. Ma che gli resti, se garantisce fumetti così belli.
    Bene, adesso, Gipi, passa pure le notti a cristonare contro un Davide, a scervellarti per capire chi è e se puoi mandargli a casa qualcuno a prenderlo a labbrate.

  33. Francesca scrive:

    O forse Marco, Giulio, Stefano, Linda, Elena, Andrea?

  34. Andrea scrive:

    Se sei disonesto intellettualmente si vede subito.
    Perchè tutti sanno chi sei, cosa fai, possono guardare il tuo lavoro e parlare male di te, se non hanno un cazzo da fare.

    Se sei onesto, invece, te ne stai a casa e lavori e zitto. Nessuno sa chi sei e cosa fai.
    E infatti dal lavoro si vede.

  35. @Stestenic scrive:

    Di tutto questo scambio di opinioni mi colpisce una cosa: che per ottenere una risposta via email da Gipi sia necessario litigarci :-)

  36. Annalisa Pacinotti scrive:

    Francesca, penso che tu sia gonfia di astio e malevolenza. Dico questo perchè quelle che tu chiami critiche (e a me paiono sentenze ) si basano su giudizi arbitrari che probabilmente rispecchiano il tuo vissuto ma niente hanno a che fare con la realtà di Gianni . C’è una grande disonestà in te, perchè dici di criticare la sua facciata pubblica ma per far ciò spari giudizi sulla sua vita privata di cui non sai un cazzo nulla: non sai quanto tempo passa a lavorare o quanto dimagrisca ogni volta che fa un libro o che paga ogni intervista (e anche quello si chiama lavoro) con giorni di febbre. E fai anche peggio e scadi nella miseria ( quando ad esempio accusi Gianni di esporre i fatti personali dei suoi parenti e che se fossi tu la parente in causa ti incazzeresti ecc.)
    Invece sono io la parente di cui Gianni, parla più spesso, non solo non mi ha mai fatto incazzare perchè non mi sono mai sentita usata da lui ma gliene sono sempre stata estremamente grata, perchè so che le sue parole non sono fatte di fuffa vanesia e che Gianni somiglia davvero alle parole che dice
    Avrei voluto scrivere altro, ma poi ho deciso che mi fermo qui, perchè all’improvviso mi sono accorta che forse le uniche parole che è giusto spendere per te sono quelle di un famoso saggio, maestro di vita: “ma ti cao?, verme” Forse il tuo problema è tutto lì, hai bisogno di essere vista, comunque c’era una soluzione facile per non essere inflazionata dalla presenza e dalle parole di Gianni: evitare di leggerlo e di andarlo a vedere live un casino volte come dici di aver fatto tu.

  37. @Stestenic scrive:

    Beh, a questo punto Annalisa ha detto molto, se non tutto.

  38. Francesca scrive:

    Annalisa Pacinotti, che tristezza.
    Il livore con cui ti esprimi qui come in altri tuoi interventi postati e ripostati è impressionante: perché fa impressione l’inconsapevolezza.
    Continuerò ad andare a sentire Gipi per lavoro, e i miei figli e io continueremo a comprare i suoi libri.
    Ma tu resti sì gonfia di astio e il modo in cui ora rispondi su questa pagina – ma hai letto bene quale fu il mio primo commento? da cui il trascendere immediato della persona Gipi e non dell’autore – è perfettamente in linea con quello che ho scritto finora.
    Qual è il senso di questo tuo commento difensivo con tanto di dettagli sul suo dimagrimento quando lavora, o dell’impegno quasi violento che come ogni grande autore lui mette nel suo lavoro? Divento filiforme anche io quando produco un lavoro, e probabilmente migliaia di altre persone che lavorano intensamente, qualunque sia la loro occupazione. Cosa dovrebbe suscitare, il commento? Sostegno incondizionato al grande autore attaccato nella sua persona (ma santi numi! leggete bene?) e indignazione per i commenti critici di uno sconosciuto, circa tutto il tempo perduto a parlare quando è dal silenzio e dalla riflessione che è nato un capolavoro come Unastoria? Ma di tutti i complimenti che continuo a fare al suo lavoro, e la stima per la sua arte che continuerò ad avere, non si dice nulla? Tu come lui senti solo la critica e non puoi tollerarla? E si deve leggere e discutere dell’intervento pietistico della sorella? Mi sembra inquietante.
    Riassumendo: io ho scritto che amo da sempre le sue tavole e le sue storie, ma dopo tanto tempo e i recenti sviluppi e le sue recenti decisioni di condurre IN UN CERTO MODO la normale promozione del proprio ultimo libro, mi sono “rotte le scatole” di stare a sentirlo e leggerlo. Il banale insicuro risponde di getto: ah bè, non sentirlo, non leggerlo! Questo mezzo schifosamente democratico che permette a ogni pirla di dire la sua, e chi scrive e si espone pubblicando il proprio pensiero sa che da ogni dove e da ogni pirla giungeranno critiche anche insopportabili per ragioni personali e imperscrutabili. Perciò, l’ho scritto, andando peraltro contro la mia indole: non ho MAI ingaggiato una polemica sui social, o nei blog online. Quando parlo, di solito, o scrivo, sono terribilmente entusiasta ed esprimo la mia stima, e il mio incoraggiamento. Per una volta che essendomi rotte le scatole di assistere/leggere le stesse cose, e spesso di incappare in suoi (vostri) commenti e post e note di estrema aggressività e astio per mezzo mondo, l’ho detto. Eccheccavolo. Mo’ c’ho la famiglia contro e i fans che sostengono che Gipi è intoccabile, è GENIO.
    Non l’ha fatto lui, il te mannoacagà, non ce l’hai fatta tu, a resistere. E’ più forte di voi dover sfogare la vostra rabbia.
    Nessun’altra parola più di tristezza, per voi due, ora, mi viene in mente.

  39. Annalisa Pacinotti scrive:

    Francesca,non capisci una mazza. Rileggiti . E smettila di andare a sbirciare nei luoghi dove noi fratelli astiosi scriviamo la nostra roba. é semplice .E se il livore e l’invidia non erano i sentimenti che stavano accompagnando le tue parole forse faresti meglio ad imparare a scrivere . (ho risposto solo perchè mi serve per distrarmi da un problema “intimissimo” che mi assilla)
    . Ps che tu compri o meno i libri di gianni onestamente non me ne importa proprio nulla e non mi pare una buona argomentazione per dimostrare il tuo non livore.

  40. Francesca scrive:

    Ah cocca, qua la pazza sei tu. Sbirciare? Ma siamo fuori di testa. Addirittura stalker? Ma sapete cosa vuol dire?
    La pagina di Gipi è aperta a tutti, proprio questa è la questione che faticate a capire. E’ aperta, è un canale di comunicazione, è fatta apposta perché la gente la legga! Seguivo la pagina perché mi piacevano i disegni in anteprima e contavo sugli aggiornamenti riguardo a lilbri e altro che riguardasse il lavoro! Vedendo solo più post livorosi (parola che vi piace tanto e che usate sempre e solo per gli altri), ho smesso di seguire, non mi sono più comparsi aggiornamenti, e io non sono sempre attaccata al web se non per lavoro. Gipi pubblicava i tuoi post astiosi incazzosi e pieni di note personalissime che mi hanno disturbato e ho smesso di seguire la pagina anche per questo: parrà incredibile a voi ma sono persona riservatissima e sto male fisicamente quando leggo cose così personali. Ma quale stoltezza o naiveté ti/vi spinge a pensare che ciò che scrivi su una pagina pubblica non venga letto da chiunque, e diobono non si dica di me che sono UNA stalker. Spaventoso.
    “che tu compri i libri di gianni a me ne importa nulla”? Ma chi sei tu? Deve importare a te?
    Della mia sessualità, peraltro, simpaticamente scriverò in una canzone, ohibò. Va tutto alla grande. Ma è noto che la prima cosa che i senza argomenti pensano del critico è: questo/o non tromba.

  41. Francesca scrive:

    Noto anche, che bello, che sei talmente travolta dalla rabbia (e tuo fratello anche, essendo tu ora la sua voce) – rabbia tutta tua e totalmente indipendente da questo scambio – che non rileggi neppure quanto scrivi: amabili i tuoi refusi rabbiosi.

  42. Francesca scrive:

    E naturalmente, come sempre, grandi parolacce in evidenza.

  43. Verna scrive:

    Francesca, Annalisa, non state dando un bello spettacolo. E’ la Rete, temo. Dal vivo non si litiga mai così, di solito. A un autore si chiede solo di essere bravo. Su questo pare ci sia condivisione. E allora chiudete la faccenda qui, no?

  44. Andrea scrive:

    verna te ce l’hai il ragazzo?

  45. Davide scrive:

    Per me era chiusa da subito, mai più immaginavo il risentimento e il vacuo putiferio, protrattosi in fb. Non è vero, Verna, che dal vivo non si discute in questo modo: si può sentire il tono e argomentare anche con enfasi, guardandosi in faccia – tant’è che ho sempre evitato il commento funesto in rete. Vero che a un autore si chiede di essere bravo, e i suoi libri continuano a vendere non se il ragazzo è simpatico o se sbrodola ovunque. Ripeto: ho detto che è molto bravo ma trovo ora insopportabile la sua voce dappertutto. Una cosa tanto tremenda per suscitare simili reazioni ed essere attaccati anche da una sorella sempre inferocita ed essere chiamati ‘pazza, stalker, che non fa sesso adeguato’ con tanto di parolacce? Non sono io che ho dato spettacolo. E qui nessuno si sofferma a discutere della candidatura a un premio letterario. Dopo mesi a polemizzare sui termini graphic novel, fumetto, storia illustrata, cosa ha più dignità di cosa, adesso tutti contenti che sia presentato allo Strega. Ma certo, si avrà qualcosa di cui parlare nei giornali e nei blog.
    Andrea, perché Verna dovrebbe essere una donna? Andrea, te ce l’hai il ragazzo?

  46. leo ortolani scrive:

    Caro Gipi, guarda, io ti ho incontrato solo una volta a Perugia e purtroppo non sono nemmeno riuscito a sentire la tua intervista, perchè mi han portato in qua e in là per altre questioni, così appena ho trovato questo link l’ho letto tutto avidamente e a parte apprezzare le cose che scrivi, sulla ricerca, la fatica e la bellezza di potersi perdere in questo raccontare, volevo esprimere solidarietà per la pazienza di dovere star lì a cercare un dialogo anche con chi, evidentemente, è in cerca di una rissa. Un abbraccio! leo:)

  47. Lorenzo scrive:

    Mio Dio, perchè mi ritrovo in lacrime?

  48. marioso scrive:

    Buon giorno a tutti.
    Ho letto i commenti di molti ,fatti a:
    Non sono un bacchettone; alla mia età— 71 ti lascio dire, se lo fossi, ma una cosa mi lascia un po perplesso.
    E’ possibile parlare in modo meno scurrile, pur spiegando quando si vuol dire? Credo sia possibile,rendendo così
    il dialogo non solo accettabile, ma anche educato e rispettoso per qualsiasi persona che volesse partecipare.
    ps. Tutti abbiamo attributi aldilà della funzionalità.,e menzionarli ad intercalare,come a rinforzarne il pensiero,mi sembra veramente aberrante.SERENITA’ A TUTTI………………….

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  1. […] * Quando la vanità inizia a scavare il buco. Intervista a Gipi (Lo Staniero via Minima&Moralia). * Britannico, talento superbo, fragile, problemi di alcol: non è George Best, ma Robin Friday: […]

  2. […] * Quando la vanità inizia a scavare il buco. Intervista a Gipi (Lo Staniero via Minima&Moralia). * Britannico, talento superbo, fragile, problemi di alcol: non è George Best, ma Robin Friday: […]

  3. […] La vanità inizia a scavare il buco. Intervista a Gipi : minima&moralia. […]

  4. […] in un pezzo fiume uscito nel numero di marzo della rivista «Lo straniero» e rilanciato da Minima et Moralia – da quando sul finire del decennio scorso è diventato il disegnatore più popolare del paese […]

  5. […] ha colpito molto, leggendo l’intervista su Lo Straniero (che potete trovare integralmente su http://www.minimaetmoralia.it/wp/gipi/comment-page-1/), è quando tu parli del piacere erotico di giustapporre immagini… Sì, certo, è quella cosa […]

  6. […] vero che più ovviamente nel suo La mia vita disegnata male. Intervistato da Nicola Ruganti per Lo Straniero, parla così dell’aspetto autobiografico dei suoi lavori: «Dicevano che raccontavo storie di […]

  7. […] vero che più ovviamente nel suo La mia vita disegnata male. Intervistato da Nicola Ruganti per Lo Straniero, parla così dell’aspetto autobiografico dei suoi lavori: «Dicevano che raccontavo storie di […]

  8. […] Tutti gli spezzoni in cui Gipi si racconta in prima persona sono tratti da http://www.minimaetmoralia.it/wp/gipi/ […]

  9. […] Da una bellissima intervista di qualche anno fa a GIPI Gianni Pacinotti, che è possibile leggere su Minima&Moralia. […]



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