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Girlhood, da qui in poi tutto bene. Intervista a Cèline Sciamma

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Questo pezzo è uscito su Il Mucchio (fonte immagine).

di Claudia Durastanti

Sono passati vent’anni da L’Odio di Mathieu Kassovitz e dieci dalle rivolte nelle periferie parigine che rendevano manifesta la marginalizzazione a cui migliaia di adolescenti francesi erano esposti. Quel film è diventato un caposaldo del cinèma de banlieue, un genere instabile che oscilla dall’approccio lo-fi e documentarista alla trasfigurazione pietista fino alla semplice pornografia del disastro. Nel raccontare la periferia, il rischio di eroticizzare la povertà è sempre concreto: Kassovitz lo aggirava con una fotografia implacabile e scura, privando la rabbia di qualsiasi alone di desiderio. Non che L’Odio non sia un film seducente, ma è soprattutto un film politico, senza che questa etichetta suoni come un insulto o qualcosa che ne limiti la dignità artistica.

Girlhood di Cèline Sciamma – in Italia Diamante Nero – si muove nello stesso ambito, partendo da un approccio totalmente diverso e forse più sottile. Per essere onesto, ammesso che questo sia un criterio che ci interessa nell’analisi di un’opera d’arte, un film sulla periferia non deve essere per forza brutto o violento, e crederlo non fa altro che condannare certi luoghi a un’ennesima forma di marginalizzazione.

La banlieue di Girlhood sembra uscita da un video degli M83 – notturna, fluo, desolata, bella – in un film che invece di galleggiare sul determinismo sociologico opta per un’operazione estetica, spesso vicina al videoclip, in cui ad averla meglio sono delle adolescenti che fanno delle gare di ballo e non dei nichilisti che lucidano pistole in un garage. Un taglio del genere non può fare a meno di attirare delle critiche, che nel caso di Sciamma sono arrivate da ogni lato: il film è troppo carino, il film è fatto da una regista bianca che è riuscita a ottenere i fondi appropriandosi di una cultura che non le appartiene (a onor di cronaca, Sciamma è cresciuta nella banlieue), il film non approfondisce abbastanza lo stato di miseria in cui una ragazza francese nera può ritrovarsi a sedici anni. Critiche legittime, ma che farebbero di Girlhood qualcosa che non è: un atto di denuncia, invece di una dichiarazione d’amore verso l’amicizia tra ragazze in fase di crescita.

La frase culto de L’Odio è Fino a qui, tutto bene e parla di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani e non fa che ripeterlo, perché il problema non è la caduta ma l’atterraggio.

La frase culto di Girlhood, quella che non viene detta ma sollecitata a ogni inquadratura, è Da qui in poi, tutto bene, perché il punto non è la partenza: è quanto puoi, vuoi e arriverai in alto.

Le tue protagoniste, esattamente come i ragazzi de L’Odio, vanno speso al centro commerciale a Les Halles, perché è lì che ferma il treno, e quasi non escono neanche in superficie. Ricordo che guardando quelle scene nel film di Kassovitz a colpirmi fu il senso di esclusione, la rivendicazione di un diritto. Le tue ragazze invece mi hanno divertita: c’è un vitalismo, un senso di crescita che lì mi è mancato.

Quando vivi nella banlieue e vai a Parigi, quella di Les Halles è una delle prime fermate utili; da ragazza era l’unica cosa che vedevo della città. Il film è girato in vari spazi, nessuno dei quali appartiene davvero alle protagoniste. Il quartiere, come l’abitazione domestica, non è sotto il loro controllo, lo spazio per l’intimità devono “affittarlo”. Parigi, in questo senso, è un teatro dove mettere in scena una performance. Sono passati vent’anni da L’Odio e Girlhood è un film che viene dopo, così come viene dopo L’Esquive di Kechiche. Volevo fosse un’opera post-banlieue.

È facile indugiare nello sporco quando si racconta quel tipo di contesto, il tuo film invece è sontuoso.

L’estetica di questo film è il risultato di una scelta politica specifica. La protagonista è combattiva, lotta contro il pre-determinismo sociale e quello che tutti pensano debba fare di lei stessa. Anche il film combatte contro quello che dovrebbe essere: un prodotto grigio, con la camera mossa, squallido, solo per ottenere approvazione dal basso, il rispetto del ghetto. Sapevo che mi avrebbero detto Ah guarda, la banlieue non è così, e che stilizzandola avrei rischiato. Ma è un film: pure Ken Loach non è reale. Non ho dipinto il quartiere, quelle case popolari esistono, sono colorate, il tramonto si vede anche da lì. Dipende dall’angolo in cui scegli di piazzare la telecamera.

A un certo punto le ragazze si chiudono in albergo a bere e ballare Diamonds di Rihanna in una scena già iconica. Si parla tanto di Girls e di quello che Lena Dunham ha fatto in termini di rappresentazione dell’amicizia al femminile, quando trovo che quel racconto sia molto più conservatore del previsto: c’è un definirsi quasi sempre rispetto alla controparte maschile, che sia in termini sessuali o professionali. Guardando le tue ragazze che bevono e si truccano, ti domandi: quand’è che andranno in un club? Quand’è che rimorchieranno? E invece non lo fanno, restano per conto loro. Come se costruissero nuove regole, emancipate dal desiderio dell’altro.

Volevo fare un film sull’amicizia femminile, rappresentata come un’isola. Perché è così che la vedo, come un sistema dotato di una sua forma di potere ed esclusività. Tutti pensavano che Girlhood sarebbe stato un film su una gang di ragazze, sulle cattive influenze che alterano il corso dell’adolescenza, sull’uniformarsi agli altri, quando è esattamente il contrario. È una storia sulla formazione di regole per la sopravvivenza, sull’amicizia come risorsa positiva.

Negli anni del dibattito sull’appropriazione culturale della blackness– vedi Miley Cyrus e il twerking, l’hipster rap – è chiaro che il tuo essere una regista bianca che fa un film con un cast quasi interamente nero crea opposizione o esaltazione a prescindere.

È l’unica cosa di cui si parla. Mi chiedono se le mie attrici hanno collaborato, se le ho prese perché venivano dalla strada e ne sapevano più di me, il che non è corretto. La protagonista è cresciuta in centro, ma ho fatto anche degli street casting. Penso a Girlhood in termini di storytelling classico: c’è una ragazza che cerca di scoprire chi è, di chi è innamorata, come si trova nella famiglia. Il tocco moderno è che è una ragazza nera, forse, ma non voglio rappresentare quella specifica storia quanto quella di un personaggio ai margini del quartiere. La protagonista è un’eroina romantica con una faccia diversa rispetto alla tradizione, ma questo non cambia ciò che è. Non spetta a me definire i problemi razziali, il mio lavoro è costruire un personaggio forte. Non vedo nulla di esotico qui; non c’è un mondo che devo capire partendo da una posizione di estraneità totale. Sono stata ragazza e adolescente anch’io.

La scena di apertura è fantastica, il film parte quasi con una fantasia: non so quante ragazze giocano a football americano a Parigi.

Quella che ritraggo in un campo da gioco è una squadra di football vera; non è uno sport tanto popolare ma forse lo diventerà anche con il film. Per me è una metafora di tutto Girlhood: ragazze in squadra forti, chiassose, con gli elmetti, occasionalmente violente. È un’apertura adatta per un progetto con questo taglio estetico: per noi europei il football è astratto, privo di concretezza, quindi usarlo in aperture per me è come dire Sappiate che questo è cinema, è fiction, e che il film che state per vedere non sarà ancorato agli stilemi del pensiero sociale francese. Ci saranno dei rallenti, ci sarà della musica soverchiante, useremo tutti gli strumenti a disposizione per potenziare la storia.

In generale, con Girlhood hai cercato di oltrepassare ogni stereotipo possibile, senza perdere tatto o intimità.

C’è davvero poca rappresentazione della blackness nel cinema francese ed europeo; anche solo trovare attrici semiprofessioniste nere è stato difficile. Ma un film non ha la responsabilità della rappresentazione politica e sociale, il problema semmai è che Girlhood è da solo in questo tipo di lavoro. Il problema opposto è quello della feticizzazione, basta pensare a LupitaNyong’o. A quanto pare non sarà in tante scene di Star Wars, e c’è già gente che è insorta per questo, quando magari era una piccola parte dall’inizio.

Spring Breakers, dietro l’estetica da videogame, è un film molto più sociologico del tuo, cerca quasi di fare il punto morale su una generazione dissoluta. Il tuo è un filmpiù libero, eppure in superficie questo non si coglie. Come se fare un film su ragazze nere adolescenti debba dire qualcosa per forza sul mondo in cui vivono mentre un film su ragazze adolescenti bianche che si danno al crimine fosse un’operazione puramente d’arte. Siamo ancora molto indietro, direi.

Esatto: Girlhood è colorato, divertente e anche politico. Vorrei che le persone scrivessero meno articoli sociologici e fantasticassero di più. Il mio vero obiettivo era andare oltre il tipico film arthouse e sentimentale sulle adolescenti, delicato e sottile. Da regista mi interrogo sempre sugli attimi di identificazione per lo spettatore, e vorrei che questa fosse un’esperienza fisica, poco intellettuale.

Claudia Durastanti ha pubblicato per Marsilio i romanzi Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (2010) e A Chloe, per le ragioni sbagliate (2013) e per minimum fax Cleopatra va in prigione (2016); un suo racconto è incluso nell’antologia L’età della febbre (minimum fax 2015).
Commenti
3 Commenti a “Girlhood, da qui in poi tutto bene. Intervista a Cèline Sciamma”
  1. Vlad scrive:

    Girl racconta inamiche che esistono e così fa anche Girlhood

  2. Vlad scrive:

    Girla racconta dinamiche che esistono e così fa anche Girlhood

  3. Vlad scrive:

    Girla=Girls

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