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Giudice, che il dubbio sia sempre con te

La recensione di Giorgio Vasta al romanzo «Per legge superiore» di Giorgio Fontana (Sellerio), uscita la scorsa domenica sul «Sole 24 Ore».

All’interno di Per legge superiore (Sellerio 2011) – il nuovo romanzo di Giorgio Fontana che seguendo di alcuni mesi la riflessione sul presente italiano contenuta in La velocità del buio (Zona 2011) conferma l’attitudine coraggiosamente analitica dello scrittore milanese, riscontrabile anche dalla lettura del suo blog – si attivano due percorsi che entrano in dialogo con due differenti film.
Nell’incipit, il Palazzo di Giustizia di Milano cade a pezzi: il marmo è attraversato da crepe e l’intera struttura è stata imbracata in un’armatura di lastre in cui penetrano chiodi a espansione. Osservandoli, Roberto Doni, il sostituto procuratore ultrasessantenne protagonista del romanzo, riflette: “Quegli oggetti avevano qualcosa di morale, naturalmente. Il luogo della Giustizia piegato alle leggi più alte della materia.”
Vengono in mente le sequenze di un film nodale per la comprensione di come possa declinarsi la giustizia in Italia.
Quando nel 1971 Dino Risi dirige In nome del popolo italiano, la sceneggiatura di Age & Scarpelli prevede che il luogo dove si amministra il diritto sia così pericolante da imporre un trasferimento d’urgenza in un’altra sede (una caserma, con tutte le implicazioni metaforiche del caso).
Se il tribunale è lo spazio in cui si articola il potere giuridico, questo è senz’altro tarato sulla caducità umana, sui suoi vacillamenti, sul suo impulso al crollo. In Per legge superiore il Palazzo è intenzionalmente unidimensionale e privo di doppifondi: l’amministrazione della giustizia non ha a che fare con i segreti ma con una prosaica umanissima trascuratezza (parafrasando Hannah Arendt potremmo parlare di una “banalità del bene” – o del tentativo di compierlo).

Roberto Doni – un’ultima porzione di carriera da perfezionare, un legame fragilmente robusto con la moglie Claudia, geografia e sensibilità che lo scagliano a distanze siderali dalla figlia Elisa – attraversa questo involucro nella consapevolezza che la legge è “la sola approssimazione della giustizia che abbiamo”. Da parte sua nessuna esaltazione dei legislatori (tutt’altro: per Doni il disincanto è uno sguardo sul mondo che si sottrae tanto alle idealizzazioni quanto alle demonizzazioni, un punto di vista che riduce il riverbero emotivo quasi a zero); soltanto la certezza che questa approssimazione – opinabile, migliorabile – è uno strumento del quale non si può fare a meno.
Fino al giorno in cui qualcosa mette in crisi la percezione del mondo a cui Doni ha scelto di affidarsi.
Qui si attiva il secondo percorso, in dialogo stavolta con una narrazione cinematografica che nel 1957 aveva raccontato il legame necessario tra giustizia e dubbio.
In La parola ai giurati Sidney Lumet (su soggetto di Reginald Rose) descrive  il progressivo e contrastato riorientarsi di un pensiero: soltanto tramite un tenace esercizio di scetticismo (che trova nello sguardo risolutamente inerme di Henry Fonda una sintesi perfetta), dodici giurati passano dalla certezza quasi unanime della colpevolezza di un imputato per omicidio fino alla sua assoluzione.
Nel romanzo di Fontana, a incarnare il senso di questa obiezione a ciò che appare talmente ovvio da risultare indiscutibile – l’implicazione di Khaled, un immigrato tunisino, in un’aggressione – è Elena Vicenzi, una giornalista free lance che propone a Doni un’altra ricostruzione dei fatti.
Scriveva Emily Dickinson: “Non lo sai che la parola no è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?”.

In Per legge superiore la parola che seduce il mondo e lo sovverte non è la negazione netta (ovvero qualcosa che nella sua radicalità rischia di semplificare) bensì il ma. In questa congiunzione che limita e oppone si produce un colpo di reni, quel coincidere di esitazione e ripensamento che è in sé condizione di civiltà.
Elena Vicenzi è un ma. La sua vita quotidiana – giornalista free lance ma anche libraia part-time e ghost writer, dunque una persona che come tantissimi prova a galleggiare nell’arcipelago del lavoro contemporaneo – è fatta con la materia del dubbio. I suoi dialoghi con Doni – tra i più belli del libro – sono rivelatori di una condizione della contemporaneità, qualcosa di incandescente con cui è difficile confrontarsi. Se infatti Elena, dall’alto del suo presente frantumato, vuole vincolare Doni a un “fattore di coscienza”, dunque a un continuo farsi carico delle storture del mondo, dal canto suo il sostituto procuratore chiarisce che nessuno può sottrarsi alla propria vulnerabilità etica. In altri termini, tra ciò che consideriamo giusto e ciò che di giusto riusciamo a fare esiste uno scarto che è oggi la misura delle nostre contraddizioni.
Gli escamotage disponibili sono diversi: abbandonarsi a una complessiva moratoria morale rifugiandosi nella logica del “Lo fanno tutti”, “È così dappertutto”, oppure affidarsi alla strategia involuta – e italianissima – del “male minore” (ancora Arendt: “Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male.”)

Ma esiste una terza via.
Nel romanzo di Fontana, come un contrappunto, torna il riferimento al Testamento che Doni sta scrivendo. Non tanto una questione notarile, quanto la descrizione di una visione del mondo in cui si concentrano dubbi profondamente umani. Questo regolamento di conti con la propria storia non può che venire di continuo emendato e riscritto, come se il senso della giustizia non potesse che essere una scrittura in costante divenire, un succedersi dialettico di decifrazioni dell’esistente e di nuovi tentativi di codificazione. Un tendere verso.
Nel telaio in rovina dell’amministrazione della giustizia è essenziale ostinarsi a pensare che la possibilità di riparare un torto sia un fuori scena decisivo, l’allusione a qualcosa che deve esserci ma non sempre è raggiungibile.
La giustizia – questo il fattore di coscienza che Per legge superiore ci mette a disposizione – è un continuo indispensabile presentimento.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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